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Gange, un fiume di fede

Un viaggio entusiasmante lungo le rive dell’immenso fiume indiano, simbolo autentico di fede, alla ricerca del legame che, da millenni, lega tra loro uomini, ambiente e religione.

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Autore: Odetta Carpi/Oreste Ferretti
Tipologia itinerario: grandi itinerari
Fondo stradale: Misto
Difficoltà a piedi:

(come leggere le difficolt�)
Escursionisti Esperti
Descrizione: Haridwar, in lingua indi “porta verso gli Dei”, è un importante luogo di culto della piana gangetica, dove inizia il Char Dham, il pellegrinaggio induista attraverso le città sante himalayane fino alla sorgente del Gange. Per arrivare ai gath, gradini lungo la riva del fiume dove i fedeli hindùs vanno a pregare, ci si deve aprire un varco fra derelitti che, con la loro ciotola, vivono di elemosine. Sono gli intoccabili, ultimo gradino della scala sociale; lebbrosi, storpi che mostrano ossa contorte, arti a pezzi, corpi devastati da deformazioni che mettono in evidenza una malattia orrenda: la peste bubbonica. È terribile per un occidentale osservare questa gente, pensando che il nostro superfluo potrebbe essere per loro ragione di vita. Ma i loro occhi ci rassicurano. Limpidi, sereni, pieni di fiducia verso la nuova vita che verrà, migliore, dopo questa.

Seduti sulla riva, osserviamo in silenzio la vita che pullula sulle sue sponde e i nostri sensi si riempiono di colori, odori, suoni, grida, gesti, preghiere. Centinaia di persone s’immergono nelle sacre acque bagnandosi il capo; i sari delle donne svolazzano in controluce mostrando silhouette snelle o grosse pance che denunciano le tante maternità e l’opulenza di una vita agiata. Il rosso e l’arancio dei tagetes, omaggi floreali agli dei, spicca dalle ciotole fumanti d’incenso, mentre sagome indefinite, a mani giunte o prostrate a terra, si dissolvono fra le fiammelle delle offerte (puja). Tutti chiedono a Shiva una vita migliore, senza malattie, carestie e miseria. Offrono latte al fiume, cibo ai pesci e, su una foglia di pipal, pianta sacra al dio del fiume, ceri accesi, fiori e incensi vengono affidati all’acqua con la speranza che la corrente li conduca lontano.

Lasciata Haridwar risaliamo il corso del fiume fino a Rishikesh, tranquilla cittadina ai piedi delle colline Shivalik, luogo ideale per la meditazione. Le rive del fiume sono disseminate di ashram, i centri di meditazione dove si pratica lo Yoga; questa cittadina divenne famosa negli anni ‘60 quando i Beatles giunsero fin qui per incontrare il loro Guru e passare un periodo in meditazione. Alla sera il vento che proviene dall’ Himalaya soffia sulla valle facendo suonare le campane. Un dolce suono che coincide col battito del nostro cuore mescolandosi a canti, preghiere e alla grande energia di migliaia di pellegrini che si riversano nei templi e s’incanalano lungo il ponte sospeso che congiunge le due rive del fiume; tutti diretti là, al Ganga Dusshera, la grande cerimonia in onore del dio Shiva.

Superata Rishikesh risaliamo la strada che ci porterà nel cuore del Garwhal, dove tra le montagne himalayane dimorano gli dei, e alla città santa di Gangotri, a 3.000 metri, dove l’aria è pura e rarefatta. Dal piccolo villaggio di Gangotri, immerso in boschi di cedri, parte il sentiero che conduce veso uno dei luoghi più sacri del mondo: le sorgenti del Gange. La prima tappa è molto lunga: 14 chilometri con un dislivello di 890 metri che compiremo in 6 ore. Il ripido percorso si fa strada nella rada foresta di cedri e il loro profumo ci accompagna inebriandoci. Poi, all’improvviso, la dolcezza scompare e anche il sentiero, che si riduce ad un’esile traccia scavata nella roccia a picco sul fiume tumultuoso.

Calpestiamo chilometri di orme di scarponi, zoccoli, piedi nudi che si stampano sul sentiero creando un disegno magico che cambia in continuazione perché il passaggio è continuo.
Alla fine della tappa, a 3892 metri di quota ci aspetta l’ashram di Lal Baba, una stamberga che, trasfigurata dalla stanchezza ma soprattutto dal paesaggio, ci sembra una reggia. Dalle piccole finestre entrano i riverberi delle vette di ghiaccio dei Bhagirathi, colossi himalayani che superano i 7000 metri.
Alle prime luci partiamo per Gaumukh, la “Bocca della mucca”, dove nasce il Gange, a 4.100 metri, lungo un sentiero percorso da pellegrini per nulla turbati dalla fatica e dalle mille difficoltà e disagi che presentano questi vertiginosi sentieri. Tutti hanno un’unico scopo: bagnarsi nell’acqua del fiume che toglie ogni peccato e malattia. Con sé hanno una bottiglia che riporteranno colma a parenti e amici, un regalo molto prezioso! Il fronte del ghiacciaio, di oltre 200 metri di altezza, si scorge dall’ultimo chilometro in tutto il suo candore. Questo tratto lungo il fiume che corre impetuoso, è disseminato di Sadhu che, in perizoma, fra rocce e ghiaccio, compiono le loro abluzioni dipingendosi la fronte con strisce bianche: indicano la rinuncia ad ogni bene terreno. Seduti, resteranno per ore a guardare il fiume con il piatto delle offerte pieno di piccole cose, fra le quali la pallina scura dell’hashish, di cui i Sadhu fanno uso per combattere il freddo e la fame.

Tapovan, ultima tappa verso gli dei... questo nome ci ha martellato il cervello per mesi. Riusciremo a raggiungere i 4600 metri di Tapovan? E se c’è neve? E se soffrissimo l’altitudine? E se... ai piedi dell’ennesima salita ci prende lo sconforto: attacchiamo gli ultimi 200 metri di dislivello che si arrampicano lungo un sentiero quasi inesistente, ripidissimo, franoso, una parete di sassi e polvere che cede sotto il peso del nostro corpo. Il fiato esce a stento, il vento è forte e gelido, i sassi rotolano e la polvere ci avvolge, quasi a volerci evitare di vedere il baratro sotto di noi. Ma all’improvviso sbuchiamo in paradiso! Tapovan, la meta tanto desiderata è un prato immenso, affacciato sul Gangotri Glacier; tutt’attorno decine di montagne talmente belle da togliere il respiro. Fissiamo le tende sotto alla piramide verticale dello Shiviling, venerato dai fedeli induisti, perché considerato il lingam del dio Shiva. Dall’altra parte i Bhagirathi, scintillanti di neve e ghiaccio, intimoriscono con la loro imponenza. In disparte, un altro gigante, il monte Meru adorato dagli indù perché posizionato al centro del mondo.
Ai piedi di queste alte vette ci sono caverne dove vivono i Sadhu più puri, quelli che hanno scelto il distacco totale con il resto del mondo. Vivono quasi nudi nel gelo himalayano, cibandosi di riso e ceci ed alcuni non scendono neppure d’inverno quando la neve ricopre il loro misero rifugio.
Passano la vita tra privazioni e solitudine rinunciando a tutto e non temono nulla, neppure la morte. Guardo lassù e cerco di immaginare come sia possibile che, fra quelle nevi perenni, possano sopravvivere uomini di 200, 300 anni... almeno così narrano i saggi. Non so se questo è vero o sono solo leggende, di certo questo è un luogo magico e, contemplando il panorama, all’improvviso mi pervade una grande calma interiore e, per una viaggiatrice come me, questo rappresenta il Nirvana.



 

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