Il periodo migliore per effettuare l'itinerario, tempo permettendo, è in primavera ed in autunno, quando il paesaggio è più verde e le temperature meno soffocanti.
Carte IGMI (Istituto Geografico Militare Italiano) Scala 1:25000; Putignano 190 IV SE; S. Lucia ai Monti 190 I SO Fasano 190 I SE
Descrizione:
Il sole non è ancora sorto quando ci ritroviamo, in sei, in Largo Porta Grande; il punto più basso del nostro paese: Castellana Grotte.
Castellana, sorta sulle pendici di una conca carsica, aveva in questa depressione le cisterne idriche che costituivano un tempo le scorte d'acqua dell'abitato e di qui partivano, giusto all'alba, i contadini per recarsi nei loro campi.
Noi non abbiamo questa meta, piuttosto il nostro programma è un'escursione "transcoll", come l'abbiamo ribattezzata noi, che ci porterà fin verso Savelletri, sul mare. E’ ormai un'abitudine giunta quest'anno alla sua quarta edizione.
Prendiamo, quindi, la strada del cimitero, ovviamente in salita, cominciando a seguire l'ipotetica linea diritta che ci condurrà, lungo tratturi e attraverso fondi campestri coltivati soprattutto a mandorli, ciliegi e ulivi, verso la nostra lontana meta: a circa 35 km di distanza.
I primi raggi del sole ci riservano un'amara riflessione: le foglie degli ulivi, normalmente di colore verde/argento, presentano ora anche un vago colore giallo, che per quanto riguarda i ciliegi è notevolmente più marcato, segno evidente della perdurante siccità.
Tenendo d'occhio la non lontana strada provinciale per la Selva di Fasano, procediamo sul terreno riarso, sco-prendo, a così poca distanza dalla strada, che normalmente ci capita di percorrere frettolosamente in auto, scorci e paesaggi che non immaginavamo nemmeno esistessero.
Si, perchè una delle caratteristiche principali del nostro territorio è quella di nascondere, per via delle sue ondulazioni e della sua copertura arborea, quello che è appena dietro il più vicino muretto a secco.
Ed è così che scopriamo, per la prima volta, masserie, cappelle rurali, doline e macchie, mentre una lucentissima atmosfera illumina il tutto, quasi che la luce provenga dall'interno dei luoghi e non dall'esterno, forse a causa di alcuni banchi di nuvole che riflettono in basso la luce solare, e lì sembrano imprigionarla.
Attraversando campi arati, scavalcando muretti a secco, percorrendo tratturi, viene da pensare come sia diverso l'andare a piedi quaggiù, nella nostra terra, rispetto ai trekking in zone di montagna, spesso lontane, dove ci si inerpica su pietraie, si superano corsi d'acqua e si attraversano foreste. Qui la natura è molto più domestica, semplice e accogliente, verrebbe di pensa-e; ma anche il procedere tra zolle non è poi così agevole, l'andatura non è delle più regolari e scavalcare gli innumerevoli "parieti" che caratterizzano e delimitano la nostra campagna, spesso separando una coltura dall'altra, non è cosa riposante.
Spesso ci fermiamo a chiedere informazioni, per sentirci confortati circa la giustezza della direzione seguita, e troviamo sempre grande disponibilità da parte della gente, che forse ci aspettavamo più diffidente nei confronti di questi strani personaggi che attraversano le loro proprietà e i loro campi: cosa questa, che qui, se si vuole fare del trekking, è pressoché inevitabile.
Man mano che procediamo, le ombre, proiettate dagli alberi e da noi stessi, si fanno via via meno lunghe: segno del giorno che avanza.
Si arriva alla Masseria Soluco, una linda costruzione con annessa una chiesetta tenuta in perfetto ordine, dove la proprietaria, rimasta ora sola a mantenere in efficienza questo piccolo gioiello, ci parla dei tempi andati, quando li si svolgevano regolarmente, di domenica, le funzioni religiose, ora limitate alla festa popolare della contrada, dedicata al Crocifisso, ed a che altre occasioni.
Dopo un ulteriore percorso lungo viuzze, doline e avvallamenti, e sempre immersi nella consueta copertura arborea, giungiamo sulla cresta dei monti in località Gorgofreddo. Impalata, si presenta davanti a noi tutta l'ampia vista sulla pianura sottostante e la lontana marina, mentre alle nostre spalle, quasi all'orizzonte ottico, è in vista un abitato.
Di quale paese si tratterà? Un veloce interrogativo si srotola nella mente... e poi la folgorazione: ma è Castellana.
Può sembrare incredibile che non si riconosca immediatamente il proprio paese, ma Castellana, sorta sulle pendici di una conca carsica, da buona parte del territorio circostante non è visibile da grande distanza. Evidentemente da questo sito, a circa 350 metri, più elevato quindi del paese (333m), Castellana non è più una presenza nascosta nel territorio circostante.
Dopo un po' torniamo a guardare avanti, o meglio, sotto di noi: la Masseria Mamutte, nostra prossima meta, sembra. quasi a portata di mano; ma a dividerci c'è tutto il pendio delle colline che costituiscono il primo gradino della Murgia salendo dal mare verso l'entroterra, un gradino montuoso e caratterizzato da una fitta macchia mediterranea, quasi impercorribile, costituita tra l'altro da leccio, corbezzolo, cisto, lentisco, fillirea, terebinto, timo, biancospino.
Ma un sentiero, una pista anzi, c'è: la scopriamo dopo un breve sopralluogo, seguendo le indicazioni delle nostre carte topografiche, anche se non eravamo poi così sicuri di trovarla. Le carte sono vecchie, stilate nel 1948, e in tutti questi anni, molti sentieri sono stati abbandonati e colmati dalla vegetazione. Fortunatamente non è il nostro caso.
Individuata la pista prendiamo a discenderla, aprendoci spesso il passaggio tra i rovi e il fitto sottobosco che invade il nostro percorso, evidentemente ancora prati-cabile perché frequentato da numerosi cacciatori: ne sono un segno evidente gli innumerevoli bossoli di car-tucce disseminati sul terreno.
Siamo ormai allo scoperto; sotto di noi solo campi di ulivi e la masseria, adesso vicina, su cui sventola un vessillo azzurro. Sembra di essere i protagonisti di un film di guerra dove un gruppo di incursori (noi) si sta avvicinando, non visto, al proprio obiettivo.
Una breve sosta per salutare i giovani ospiti del centro di recupero ospitato tra i millenari ulivi, e poi nuovamente tra campi arati, stavolta definitivamente in piano. Orientando la nostra carta con i riferimenti delle masserie circostanti, puntiamo verso quelle che ci indicano la giusta direzione: Masseria Vagone e Masseria Stasi. È in prossimità di quest'ultima che sbuchiamo, dopo una breve sosta per la nostra colazione di mezza giornata.
Nessun segno di vita, la costruzione è abbandonata: un ampio cortile cinto da mura perimetrali, una lunga scala che porta ad una panoramica balconata, là dove giunge un tralcio di vite con alcuni neri grappoli d'uva non raccolta.
Tra doline e radure, con le grandi quercie pugliesi
Provvediamo noi a cogliere quella non ancora appassita e ci accingiamo a compiere una breve ricognizione in giro.
Stiamo per ripartire quando Angelo, la nostra guida e l'ideatore della "transcoll", richiama la nostra attenzione. Ha scoperto, a poca distanza dalla masseria, l'imbocco di un ipogeo: è un frantoio sotterraneo, dove sino a non molti anni fa si lavoravano le olive provenienti dalle piantagioni circostanti e si produceva, direttamente sul posto, l'olio, utilizzando gigantesche macine di pietra e antichi torchi in legno; di questi ultimi non rimane però alcuna traccia, tranne gli alloggiamenti nei quali erano inseriti.
Tornati alla luce del sole, sostiamo un attimo per riabituare gli occhi alla luminosità del giorno e poi, dopo aver localizzato i lucernari che fornivano un po' di luce all'ambiente sotterraneo, riprendiamo il nostro cammino.
Stavolta, superata per mezzo di un cavalcavia pedonale la S.S.16, la prossima meta è la Masseria Seppannibale, nella cui cintura è inserita un interessantissima chiesetta a pianta quadrangolare del X secolo. L'interno a tre navate, divise da due pilastri monolitici somontati da rudimentali capitelli, è caratterizzato da due cupole in asse con la navata centrale.
Pregevolmente restaurata, la chiesa mostra ora, ai pochi volenterosi e fortunati visitatori, le residue tracce degli affreschi che ne ornavano le pareti e la volta. Tra essi è facilmente riconoscibile l'effigie di S.Michele che sembra continuare, ancor oggi, la sua diuturna lotta contro il diabolico dragone.
Lasciata la chiesa di Seppannibale primo esempio in Puglia di edificio con cupole in asse, forse retaggio dello stile architettonico della Sicilia araba, ci ritroviamo in prossimità della ferrovia. Costeggiamo per un po’ i binari: prima superando un casello, poi lasciandoci alle spalle una grande dolina, trasformata tempo addietro in una cava di tufo. Di fronte al maestoso portale dell'azienda agricola "Maccarone" superiamo infine la ferrovia. Il cancello è socchiuso, all'interno solo due ragazzi; chiediamo il permesso di entrare e in breve ci disperdiamo nel grande cortile alla ricerca di scorci da cristallizzare nelle nostre macchine fotografiche: l'altera costruzione padronale, che rievoca atmosfere latino/americane, la ex stalla modello, le attrezzature meccaniche ormai in disuso, e poi un altro cancello, sulla parte posteriore del cortile.
Siamo di nuovo fuori, nella campagna, tra carrubi e ulivi: i giganteschi e secolari ulivi della Puglia, quasi dei mammuth vegetali.
Il giorno avanza. Ecco la Masseria Sovereto, dipinta nei classici colori bianco e rosso, dove solo alcuni cani sono a far la guardia, e poi la Masseria La Ghezza; nell'abbacinante candore della costruzione non c’è anima viva. Però sulle colonne del cancello d'ingresso e su uno stemma inserito nella facciata della costruzione, è riconoscibile l'animale che sembra aver dato il suo nome alla famiglia proprietaria della masseria: la gazza appunto. Una gazza ladra evidentemente, ma che stavolta, forse per ingentilirne l'immagine, ha nel becco soltanto un pacifico ramo di ulivo.
Un altro sguardo alle carte topografiche ci informa che per portare a termine la nostra camminata, e per giungere alla Masseria Abbaterisi, dove abbiamo lasciato la sera precedente l'auto, mancano soltanto 4 km. Chilometri da percorrere stavolta su una bianca strada sterrata. Superata la Masseria Coccaro, nel cui cortile entriamo per dare un occhiata, accolti dal solito coro di cani e dal distratto interessamento della padrona di casa sportasi da una persiana al primo piano, l'andatura si fa spedita, e non è perciò eccessivamente lungo il tempo occorrente, consumato tra chiacchiere, scherzi e lazzi, per giungere alla meta.
Ma se riteniamo che tra poco non ci resterà che salire sulla nostra auto e tornare a casa, sbagliamo di grosso. Altri aspetti, decisamente interessanti della nostra giornata, sono ancora in programma: in primo luogo, l'incontro, sorprendente, con alcune querce da sughero, che, prive della corteccia sino alla biforcazione dei rami, mostrano ora i loro tronchi nudi, di un intenso colore rosso.
Una presenza insolita quella della sughera, che qui, al confine tra la Murgia e l'Alto Salento, e tra le provincie di Bari e Brindisi, raggiunge il proprio estremo limite orientale; un pallido ricordo delle selve che, fino al secolo scorso, ricoprivano ancora queste terre.
Poco prima della masseria Abbaterisi un altro frantoio sotterraneo aspetta solo di essere visitato. Poi il padrone di casa ci porta a vedere alcuni angoli del suo podere, servito da ben quattro pozzi, uno dei quali, profondo circa 45 metri, è stato scavato, anziché trivellato, nella roccia, ed ha l'imbocco delle ragguardevoli misure di 2 x 3 metri.
Là in basso c'è la falda acquifera: azionata la pompa ne assaggiamo l'acqua dal vago sapore salmastro, appena l'uno, due per cento di salinità, ci informa il proprietario. Un po' più in là, oltre il confine del terreno del nostro ospite, c'è il ciglio di una piccola lama, una non profonda incisione nella roccia tufacea, che un tempo doveva essere un antico alveo fluviale.
La nostra prossima meta è appena più oltre. Superata la lama, ci troviamo di fronte ad una grotta/santuario scavata nel tufo, forse ampliando una precedente cavità naturale. La cripta, caratterizzata da un ingresso a due aperture, è costituita da un ambiente quadrangolare con ai lati quello che resta degli altari e degli affreschi dì questa silenziosa civiltà rupestre dell'anno 1000.
All'altra estremità della caverna, un secondo ingresso, attraverso una ripida scala scavata nella roccia, conduce al piano di campagna, giusto sopra l'orlo della lama.
Qui, come di fronte all'ingresso principale, giù in basso, sono riconoscibili alcune tombe vuote, alcune molto piccole, scavate nella roccia. Lungo la stessa lama, altri buchi neri testimoniano l'esistenza di un'antica comunità che aveva evidentemente in questa cripta il suo punto di raccolta e di riferimento.
La zona, apprendiamo, è attualmente oggetto di studi da parte della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, anche se è logico ritenere che, forse, tutto quello che c'era da scoprire è già stato razziato dai predatori del passato.
Mentre il sole tramonta dietro i monti che stamane ab-biamo disceso, ritorniamo, costeggiando ancora il solco della depressione, e scoprendo innumerevoli altre cavità, verso la masseria e la nostra auto.
Saluti, promesse di rivederci, chissà poi quando, e poi via verso casa, stavolta comodamente in auto.
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