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“Genova, amore a seconda vista”: questa
frase, scritta alcuni anni fa da un giornalista straniero, è quasi un
luogo comune.
Quindi ha un fondo
di verità. Il fascino di Genova non appare a chi corre sulle autostrade
o si imbarca di fretta sui traghetti; qui non si ama ostentare le
proprie virtù. Understatement zeneise, lo chiamano. Insomma, Genova non
crede “a quello che i francesi chiamano coup de foudre”, come cantava
Enrico Ruggeri. Ma la differenza fra un colpo di fulmine e un amore a
seconda vista è che l’infatuazione del primo può passare, il secondo
resta. Forse non sarà facile innamorarsi di Genova, certo è
impossibile scordarla dopo che è scaturita la passione. Genova è un
cocktail di nuovo e di antico, di moderno e di medievale, di
contemporaneo e di storico. Il sole che brilla sul tozzo Matitone,
fulgido esempio di architettura international style di fine XX secolo,
illumina anche la Lanterna carica di secoli e di salsedine; la sua luce
che sbircia tra i tetti del carruggio bimillenario della Maddalena,
illumina con assai migliori risultati Piazza della Vittoria, trionfo del
razionalismo celebrativo. Genova è tutto ciò ma non solo: intorno
alle bellezze artistiche c’è la rappresentazione – che potremmo
definire teatrale – della vita quotidiana dei suoi abitanti. E se l’arte
prorompe, incontenibile, nei palazzi delle “strade nuove”, che dal 2006
sono “Patrimonio dell’Umanità” dell’UNESCO, la vita quotidiana riempie
di suoni, profumi, colori le strade del commercio, sia quelle
ottocentesche che potrebbero essere collocate in Trastevere o nel V
arrondissement parigino con identica dignità, sia le vie storiche dove
le tracce del Libero Comune mercantile non sono del tutto scomparse.
Camminare
nel centro di Genova significa godersi la città con lo sguardo verso
l’alto, per non perdersi i fregi e gli affreschi dei palazzi ”belli”,
siano le regge dell’oligarchia seicentesca o i virtuosismi
dell’eclettismo e del liberty. E, al contempo, significa tenere il naso
davanti delle vetrine per non perdere il profumo del pesto, la fragranza
della focaccia, la dolcezza dei pasticcini di tradizione settecentesca.
Genova, gioia dei cinque sensi. Nel cuore della città, il centro
storico: vivo, vivissimo, mai un museo di se stesso. Certo qui arte ce n’è tanta, e storia
tantissima. Ma c’è anche la gente che vive tra questi palazzi splendidi o
cadenti, tra queste chiese rutilanti di arte, lungo questi carruggi
stretti: persone diversissime tra loro ma unite dallo stesso destino di
essere genovesi. Per albero genealogico o per ventura di immigrati in
cerca di un futuro migliore, poco importa. Genova è sempre stata
punto d’incontro di popoli, sin da quando marinai fenici o etruschi
approdarono nella baia del Mandraccio e incontrarono i selvatici Liguri
delle colline. Passarono poi i romani, i longobardi, gli arabi, gli
ebrei sefarditi, gli spagnoli, i francesi, gli emigrati meridionali…
Genova è il frutto di questa mescolanza di
genti, di usi, di pensieri, di culture, di fedi religiose e non può fare
a meno delle chiese barocche e delle friggitorie profumate di torta
pasqualina come dei senegalesi nerissimi e delle vesti sgargianti delle
donne nigeriane.
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