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Fine anno, per tutti tempo di bilanci. Per noi, che ci occupiamo di valorizzazione turistica del territorio, con la priorità di salvaguardare le specificità ambientali e culturali che fanno del nostro paese un unicum a livello mondiale, è scoraggiante leggere dati e statistiche che, anche in questo settore, ci vedono in costante, drammatica recessione. Numeri che smentiscono gli ottimismi inconcludenti e senza sostanza con cui i nostri governanti pontificano quotidianamente dagli schermi televisivi. È ovvio che esistono, anche nel comparto turistico, eccellenze che nessuna crisi può impensierire, ma sono singole eccezioni, quasi sempre attribuibili alla capacità e lungimiranza di singoli operatori o a specifiche situazioni territoriali (di Venezia, Roma e Firenze non esistono fortunatamente al mondo copie credibili!) che non entrano nella valutazione complessiva, tragicamente deficitaria. Ma veniamo alle cifre: 33.000 alberghi, 16.000 agriturismi, il più ricco patrimonio culturale, artistico, storico-monumentale e museale che una nazione possa vantare nel mondo, con 80.000 fra chiese e castelli; paesaggi, panorami, luoghi ambientali fra i più belli di tutto il pianeta. Questo l’asset del turismo nel nostro Paese. Eppure, nonostante questa dotazione, nel comparto turistico continuiamo a perdere posizioni a livello internazionale. Basta sfogliare i dati appena presentati dal World Economic Forum (Wef): innanzitutto, per quanto riguarda il bilancio turistico legato al volume d’affari, l’Italia è precipitata dal primo al quinto posto, preceduta da Francia, Stati Uniti, Spagna e Cina, con un importo che rappresenta il 13,3% del nostro PIL contro, ad esempio, il 20% dei due stati europei che ci precedono. Ma non è certo questo il dato peggiore: pur rappresentando la prima nazione al mondo, sulle 133 contemplate, per numero di siti inclusi nella lista dei Patrimoni dell’Umanità, e senza alcun confronto con altre per ricchezza e diversità ambientale, culturale, enogastronomica e di tradizioni locali, l’Italia si trova solo 28/a nella classifica mondiale dei Paesi più competitivi nel settore Viaggi e Turismo. Ai primi posti si trovano tutti i nostri diretti confinanti: prima la Svizzera, seguita da Austria, Germania e Francia, balzata dal decimo al quarto posto. Il Canada (salito dal nono al quinto posto) precede la Spagna, scesa dal quinto al sesto posto, la Svezia (+1), gli Stati Uniti (meno 1), l'Australia (meno 5) e Singapore, salito dalla 16/a alla decima posizione. Lo studio del Wef non e' un voto sulla bellezza o sulle attrattive di ogni Paese, ma si concentra sui fattori che rendono interessante sviluppare l'industria del viaggio e del turismo nelle singole nazioni. I risultati ottenuti da Svizzera, Austria, Germania e Francia illustrano l'importanza di un quadro normativo stimolante, affiancato da infrastrutture di trasporto e turistiche di prima classe e dalla preservazione delle risorse umane e naturali. Le principali cause della nostra sicuramente non lusinghiera collocazione sono tutte molto evidenti: innanzitutto lo studio del Wef evidenzia come, nei fatti e per le politiche attuate, il governo italiano, nonostante la ricchezza intrinseca e le potenzialità del nostro Paese, non consideri prioritaria la valorizzazione del turismo (siamo al 107° posto nella classifica dedicata a questa voce). Entrando poi nell’analisi specifica del comparto, si evidenziano pesanti lacune e arretratezze: se a livello privato persiste troppo spesso negli operatori economici la convinzione che sia ancora possibile un “turismo di rapina”, che vede lievitare in modo esorbitante e ingiustificato i prezzi di servizi e prodotti confidando in un turnover infinito della clientela, a prescindere dal grado di soddisfazione dei singoli clienti, è a livello pubblico che incontriamo gli ostacoli più grossi, capaci di bloccare in modo sostanziale la crescita dell’economia legata al turismo. Innanzitutto la mancanza di un’immagine coordinata, all’estero, del prodotto turistico “Italia”, con ingenti investimenti per finanziare iniziative frammentarie che generano scarsi o addirittura nulli ritorni di immagine e di