L’importanza di chiamarsi Parco | Trekking.it

L’importanza di chiamarsi Parco

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In Italia sono più di 850 le aree protette tra parchi nazionali, regionali, riserve naturali e oasi WWF e Lipu. Se si aggiungono i siti Natura 2000, le aree protette raggiungono quasi il 22% del territorio nazionale. Vediamo perché, nonostante una media nazionale superiore a quella europea, c’è sempre bisogno di parchi.

Tra i tanti primati che spettano al territorio italiano c’è quello che rende lo Stivale uno dei luoghi europei dove il tasso di biodiversità è più alto. Il merito è della posizione geografica dell’Italia e del suo territorio allungato e multiforme, il quale si estende dagli ambienti alpini a quelli mediterranei. La varietà di climi e paesaggi che si incontrano, e la complessità orografica del territorio, hanno contribuito nei secoli al proliferare di oltre 58.000 specie animali – perlopiù invertebrati – e 7.000 vegetali.

Parco fluviale del Delta del Po, foto di Italo Losero

In pratica, se consideriamo gli esseri viventi presenti in Europa, circa il 30% delle specie animali e il 50% di quelle vegetali si trovano in Italia. Se comparato alla dimensione del nostro Paese, il dato assume una rilevanza ancor più marcata.

A fianco dei numeri che mostrano un ottimo punto di partenza e una posizione privilegiata rispetto a molti altri stati, coesiste però una situazione di instabilità e rischio permanente che riguarda sia le aree circostanti ai parchi, sia la struttura organizzativa stessa delle zone protette.

Il sistema dei parchi italiano si sviluppa in una delle aree più densamente popolate, antropizzate ed urbanizzate del continente: nella media europea di circa 70 abitanti per km2 l’Italia ne conta più di 200 al km2. Un altro dato rilevante è quello relativo al consumo di suolo, che è aumentato più del doppio negli ultimi settant’anni al ritmo di 7 metri quadrati al secondo.

La marcata antropizzazione è dunque una medaglia a due facce del nostro Paese: se da un lato gli insediamenti si sono distribuiti in maniera capillare anche in zone remote, evitandone l’abbandono, dall’altro non sempre siamo stati in grado di inserirci nel paesaggio senza apportare dei cambiamenti radicali e spesso scellerati.

Il rapporto tra uomo e natura si perde nei secoli e si è sviluppato in alcuni casi su deregolamentazione e stili di vita irresponsabili. È quindi necessario saper coniugare difesa della biodiversità, protezione delle specie animali e vegetali e salvaguardia degli ambienti, con un sistema-parco che sia in grado di dare respiro alle persone che questi territori li vivono o li vogliono visitare.

Parco Nazionale dello Stelvio, foto di Eric Huybrechts.

Per questo motivo è importante che il parco si faccia incubatore di buone pratiche, di una protezione dell’ambiente che vada di pari passo con quella del territorio popolato dalle persone, in un ampio progetto di coesistenza uomo-ambiente che può e deve esistere. Per conformazione e storia, quello italiano è un territorio permeato dalla presenza umana. Grazie al ruolo che la storia ha dato loro, i parchi sono diventati una “risorsa per il territorio” economica, turistica, spesso anche educativa.

Così come è importante sottolineare il fatto che la difesa della biodiversità non sia necessariamente da intendere come assenza di attività umana – economica o turistica che sia – allo stesso modo non si può evitare uno sviluppo umano che non tenga in considerazione criteri di salvaguardia dell’ambiente.

Camoscio d’Abruzzo nel Parco Nazionale della Maiella. Foto di Enrico Pighetti.

È proprio questa l’importanza del chiamarsi Parco: utilizzare uno status privilegiato, pregno di valore e significati, per dimostrare che la scoperta dell’ambiente naturale non implica solamente la protezione dello stesso, ma si estende con la scoperta di tutti gli elementi culturali, architettonici, storici e sociali che sono parte del luogo e con esso hanno convissuto anni ed anni di storia.

In apertura, Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Foto di Chris Yiu.

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