Procida: in cammino tra crateri e scogliere

Meno famosa delle due sorelle maggiori, che insieme a lei formano l’arcipelago del golfo partenopeo, Procida è una piccola isola dalla forma irregolare, articolata da promontori, insenature, cale, baie, spiagge e profonde scogliere. Paradiso degli escursionisti alla ricerca di luoghi distanti dalla confusione.

20 gennaio 2021 - 9:30

Una lontana leggenda tramanda che l’isola, naturale struttura geologica facente parte dei Phlegrai Campi (Campi Flegrei) sia sorta, dopo una cruenta lotta fra titani, dalle bocche di sette crateri.

Come i giardini d’Alhambra, in Andalusia, l’isola si presenta, allora come oggi, nelle vesti di un suggestivo scenario di vigneti, aranceti e limoneti dai profumi celestiali, che, soprattutto quando i venti ne accarezzano la superficie e i colori si rinnovano con il rinnovo della stagione, sembrano un bellissimo giardino adagiato sulla superficie del mare.

Chi giunge a Procida per la prima volta non può non accorgersi, nell’immediatezza dello sbarco, di posare i piedi su un fazzoletto di terra dalla forma inconsueta, che non supera i cento metri d’altezza e dalla natura spiccatamente vulcanica. La Marina Grande, principale approdo dell’isola, si propone al forestiero come la tavolozza di un pittore.

Qui le palazzine inglobano le antiche grotte, che una volta erano presenti sul costone (da cui anche il nome di “Sotto alle Grotte”). Le abitazioni dai tipici colori pastello si aprono lungo il versante settentrionale, alternandosi fra scale rampanti e archi con funzioni di raccordo fra le costruzioni e di struttura portante della scala.

Sulla sua superficie, fra terreni, spiagge e giardini, primeggiano due fattori che la rendono unica: il silenzio delle sue stradine e i profumi dell’intensa natura mediterranea.

Il destino di Procida, come prevedibile, è legato da sempre al mare: durante il corso dei secoli, l’isola ha posseduto una flotta composta da decine di tartane, feluche e brigantini, e uno di questi, nel 1858, si spinse a doppiare il Capo di Buona Speranza.


Le stagioni della Fede

La scansione del tempo, qui, è determinata dalla devozione popolare. Durante l’anno si susseguono feste religiose e rituali processionali, come quello patronale in onore di San Michele Arcangelo attraverso le strade dell’isola, dove un tempo era possibile assistere alla danza di una particolare tarantella.

Ma l’apice del sentimento religioso dell’intera popolazione si manifesta durante la suggestiva processione degli Apostoli, confratelli incappucciati e coronati di spine, che ha luogo dalla sera del giovedì santo fino al successivo venerdì con il corteo dei “Misteri”, rappresentazioni delle Sacre Scritture che precedono le statue dell’Addolorata e del Cristo crocifisso.

La tradizione religiosa procidiana annoverava inoltre, fino a qualche decennio fa, la caratteristica istituzione delle “monache di casa”, donne non più in età da marito che dedicavano il proprio tempo ad assistere un sacerdote dopo aver indossato un abito quasi monacale.

Un’isola fra storia e tradizione

Per più di un secolo e mezzo l’isola è stata la sede di uno dei più importanti istituti penali d’Italia, e precisamente dal 1830, quando il borbonico Re Ferdinando II decretò che il Castello aragonese situato nella parte più alta dell’isola (rione Terra Murata), divenisse sede penitenziale (“bagno” penale).

Per la posizione della struttura e la severità dei suoi intenti, la struttura ospitò detenuti politici, dal Risorgimento al dopoguerra, ma anche criminali comuni.

Sull’isola, i carcerati si dedicavano ad attività produttive che andavano dalla tessitura del lino alla falegnameria, dalla sartoria alla legatoria, fino alla coltivazione dei terreni annessi al complesso penitenziario, soppresso nel 1988, che oggi persiste in uno stato di completo abbandono.

Le più importanti zone costiere dell’isola (Marina Grande o Sancio Cattolico e Marina della Corricella) sono da sempre votate alle attività marinare; affiancate al tipico ambito della pesca, a Procida viene praticata l’attività cantieristica, con la presenza dell’ultimo mastro d’ascia rimasto sul territorio: il signor De Candia.

Fin dalla fine dell’Ottocento, l’economia dei cantieri prese il sopravvento con la costruzione delle martican (imbarcazioni di grosso tonnellaggio usate per i traffici marini internazionali) aprendo la strada a quello che sarebbe stato il principale reddito di tutta la popolazione.

L’itinerario alla scoperta dell’isola

Dal porto Sancio Cattolico l’itinerario attraversa il centro storico, raggiunge l’altura di Terra Murata e poi scende verso la Corricella, il suggestivo borgo di pescatori con un’atmosfera unica nel suo genere; continua lungo la costa di sud-est verso punte e promontori per giungere al borgo di Chiaiolella e far ritorno lungo la costa ovest.

Dal molo Sancio Cattolico di Marina Grande si risale in direzione del quartiere Terra Murata servendosi dell’antica scalinata (Gradoni della Lingua) nella parte orientale dell’isola.

Si cammina fino a una spiaggia al termine del molo; da qui i gradini risalgono a destra attraverso un vicolo (via Lingua) e si volge prima a sinistra e poi a destra (edicola votiva) passando per il caratteristico Casale del Vascello (con un bel cortile interno) fino a giungere in piazza dei Martiri, circondata da case e palazzine dai vivaci colori.

Qui la strada risale verso il Castello fino al quartiere Terra Murata da cui si aprono bellissimi scorci panoramici sul vecchio porto della Corricella, antico cuore di Procida.

Superato un primo arco (Porta Romanica), si segue l’antica cinta muraria fino ad attraversare, sulla destra, la Porta di Mezz’Uomo, principale accesso al quartiere Terra Murata.

Ritornati in piazza dei Martiri, si prende a sinistra fino a scendere al Porto della Corricella, dove le paranze (tipiche barche dei pescatori) fronteggiano le abitazioni dai vivaci colori pastello; un agglomerato edilizio unico nel suo genere con archi, gradoni, viottoli e terrazzini, quasi un presepe che si riflette nel mare.

Attraversato tutto il molo della Corricella, prima della fine del porto, si prende a destra una scalinata che riconduce sulla strada principale (via Scotti).

Volgendo a sinistra, dopo poche centinaia di metri, la grande Villa Scotto Pagliara compare a sinistra.

Siamo nel cuore della Conca di Chiaia, un’alta scogliera tufacea che s’inabissa in un mare dai fondali turchesi, la cui spiaggia di sabbia scura è la prima ad essere baciata dal sole, riparata dai venti di maestrale e poco frequentata dai turisti.

Su questo naturale anfiteatro scorre via Vittorio Emanuele, caratterizzata dalla presenza di ben cinque chiese e di numerosi palazzi gentilizi attraverso splendidi giardini a picco sul mare e agrumeti recintati da pietre a secco.

Giunti a piazza Olmo si prosegue a sinistra lungo via Pizzaco fino alla “panoramica” posta al centro della baia di Carbonchio, chiusa all’orizzonte dalla penisola di Solchiaro, i cui fondali custodiscono preziosi coralli, gorgonie e spugne.

Proseguendo in discesa per via Schiano si giunge al porticciolo di Chiaiolella dove ormeggiano le barche dei turisti: la baia è molto riparata e inserita nella suggestiva cornice di un cratere vulcanico sommerso.

Siamo nella parte meridionale dell’isola: superato il porticciolo di Chiaiolella, a destra, si raggiunge in breve il lato opposto dell’isola, dove si apre una delle spiagge sabbiose più lunghe, quella di Ciracciello.

Siamo nelle vicinanze di uno dei punti migliori di Procida: l’isolotto di Vivara, dalla tipica forma a mezzaluna, collegato all’isola principale da un ponte.

Dal 2006 la zona è chiusa al pubblico poichè questo collegamento con Procida è rischioso: il suo attraversamento va effettuato con la massima cautela.

L’accesso è raggiungibile dal ponte che unisce Vivara alla collina di Santa Margherita.

L’isola lascia ben individuare la sua natura vulcanica; la parte orientale altro non è che la caldera di un antico cratere semi-sommerso, originariamente legato a Procida da una falesia.

Una copiosa vegetazione ne ricopre la superficie preservando un gioiello naturalistico, meta privilegiata di ambientalisti e archeologi. Antico avamposto militare borbonico (presenza dei ruderi di un fortino), Vivara accoglie una casina di caccia con panorami bellissimi su tutto il litorale campano.

Dichiarata dal 1974 oasi di protezione naturale, diviene successivamente Riserva Naturale dello Stato; oggi l’isola è un privilegiato punto d’osservazione dell’avifauna migratoria europea. Ritornati alla Chiaiolella, si cammina sulla spiaggia di Ciracciello (o Lido di Procida), il cui apice termina presso il promontorio di Punta Serra.

Da qui un sentiero risale le falesie che cingono e doppiano la punta fino a raggiungere il singolare cimitero di Procida, disposto ad anfiteatro nell’antico cratere di Pozzo Vecchio. Dal cimitero, superata la Torre, si prosegue per via Battisti a sinistra e dopo circa 300 metri si volge a destra su via Cavour.

Arrivati alla chiesa della SS. Annunziata, si scende per via Marconi, che volge prima a destra e, successivamente, a sinistra su via Libertà che raggiunge direttamente il porto, dove termina il giro dell’isola.

 

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