Perché ci si perde durante un trekking e cosa si fa quando succede?

Qualunque escursionista può perdersi. Quando accade, la solitudine nella natura fa scattare subito le strategie di sopravvivenza. Un parco americano, analizzando la casistica dei trekker a cui è capitato di perdersi, ci racconta come e perché si sono persi e come hanno fatto a sopravvivere, dandoci qualche lezione di sicurezza sui sentieri.

10 febbraio 2022 - 15:45

Perdersi sui sentieri: ed è subito lotta per la sopravvivenza

Perdersi sui sentieri non è esattamente come perdersi per le vie di una metropoli in cui viaggiamo per la prima volta, magari in vacanza.

Hai voglia avere tutto l’armamentario tecnologico a disposizione: smartphone, gps, bussola possono non funzionare.

Oppure una caduta può renderli inservibili.

E poi lo sappiamo: la sfortuna, quando vuole, ci vede benissimo.

Insomma, le occasioni per smarrire la via nella natura sono molte e neanche troppo infrequenti.

Lo confermano le cronache, che quasi ogni giorno ci raccontano di escursionisti di cui si sono perse le tracce, storie che non sempre vanno a finire bene.

Perché la natura non è al servizio dell’uomo, né tantomeno delle sue scampagnate domenicali.

Ma come si comportano gli escursionisti quando perdono la traccia del sentiero?

Come reagiscono, quali difese mettono in atto per riportare a casa lo zaino?

Per farla breve: qual è la loro strategia di sopravvivenza?

Uno studio di un parco americano ha cercato di dare risposta a queste domande.

 

Perché gli escursionisti si perdono: la ricerca del Parco Nazionale delle Smoky Mountains

Il Parco Nazionale delle Smoky Mountains si trova sui Monti Appalachi, tra North Carolina e Tennessee e ha una particolarità: è, con 12 milioni di visite,  il parco più frequentato degli Stati Uniti.

Quattro volte più di Yellowstone, per intenderci, pur avendo una superficie di un quarto.

Come si può intuire, con  visite tanto numerose, anche i casi di smarrimento di trekker sono stati non pochi.

Il Parco ha così deciso di analizzare il proprio archivio di casi degli ultimi 25 anni per vedere se si può fare un’identikit dell’escursionista che si perde, capire quali strategie mette in pratica e magari trarne qualche utile consiglio per chiunque si avventuri sui sentieri.

I dati analizzati riguardano casi in cui l’ escursionista era scomparso da un minimo di mezza giornata a un massimo di 90 giorni.

Nel 77% dei casi si è trattato di trekker salvati dai soccorsi, mentre il 23% se ne è tornato a casa da solo.

Vediamo a quali conclusioni è giunta la ricerca, nel rispondere a due domande: perché ci si perde e che strategie ha messo in pratica chi sopravvive?

 

Perché ci si perde: lasciare il sentiero

Come si poteva immaginare, lo studio ha rilevato che la prima causa di smarrimento è abbandonare il sentiero.

Ben il 41% di chi si è perso nel parco americano ha iniziato la propria odissea in questo modo,  allontanandosi accidentalmente dal sentiero.

Peraltro perdere la traccia è più semplice di quanto si possa pensare.

Basta il desiderio di andare a vedere un punto panoramico, ma dal quale ci separa un bosco apparentemente facile da attraversare, ma che facile non è.

Oppure può accadere di perdere di vista la segnaletica laddove è più scarsa.

O ancora, l’assenza stessa di segnaletica a causa della poca manutenzione del sentiero può condurci fuori dalla retta via.

Per farla breve, perdere il sentiero è molto più facile di quanto si possa immaginare e può capitare a tutti, anche a escursionisti esperti.

 

Perché ci si perde: le altre cause

Le altre ragioni per cui ci si perde – nell’esperienza del parco americano – sono il cattivo tempo (17%), separarsi dal gruppo degli altri trekker (8%), un incidente (7%) e l’oscurità (6%).

Chiaramente tutte queste cause comportano la perdita del sentiero, ma l’origine è diversa e a volte anche parzialmente evitabile.

Una controllata al meteo, non allontanarsi dal gruppo e calcolare bene i tempi di andata e ritorno del trekking per evitare di trovarsi al buio – magari portandosi una torcia frontale – sono tutte azioni che diminuiscono il rischio di perdersi in quelle circostanze.

 

Come è sopravvissuto chi si è perso: riscaldarsi

Perdersi, soprattutto in inverno, significa doversi confrontare con gli agenti atmosferici e con il freddo, magari anche solo per passare una notte.

Dall’indagine del Parco risulta che il 12% ha utilizzato l’abbigliamento – magari altri capi che aveva nello zaino – mentre  il 10% ha acceso un fuoco.

Il 5% ha si è invece scaldato grazie al corpo dei compagni di viaggio, non necessariamente umani.

Lo studio cita il caso di una signora che, ferita per una caduta e smarrito il telefono per chiamare i soccorsi, resistette a tre giorni di piogge e freddo grazie al calore dei suoi tre cani, avvinghiati a lei durante la notte.

E proprio uno dei cani, avvertendo la presenza dei soccorsi, abbaiò inducendoli a intervenire.

 

Come ripararsi: la grotta fai da te

Nella casistica del parco il 12 per cento dei dispersi aveva con se il necessario per montare una tenda e lo ha fatto.

Si trattava di un tipo di escursionisti che da noi sono un po’ più rari, gli appassionati della wilderness, quel territorio davvero incontaminato che esiste nei parchi americani.

Tra quelli sprovvisti di tende, una parte si è salvata utilizzando ripari naturali come grotte (9%) e alberi (8%), altri se li sono costruiti scavando nella terra o nella roccia e isolando le aperture con rami.

 

L’acqua è ovunque, ma proprio ovunque

La mancanza d’acqua è uno dei maggiori fattori di rischio per la sopravvivenza.

Nella ricerca americana il 24% se l’è cavata abbeverandosi a bacini o corsi d’acqua, laghi e torrenti, di solito presenti in abbondanza nei parchi.

Ma cosa fare quando ci si è infortunati e non si può andare troppo lontano alla ricerca dell’elemento primordiale della vita?

Nell’esperienza del parco, in questo caso il 16% ha usato neve, pioggia e pozzanghere, il 6% ha bevuto le proprie urine e il 2% per cento ha succhiato tutto il succhiabile da foglie ed erba.

 

Il cibo: se devi sopravvivere, ti accontenti di quello che offre la natura

Infine il cibo: come si è alimentato chi è sopravvissuto?

Nella casistica del parco, nel 35% dei casi, è stato sufficiente razionare il cibo a disposizione fino all’arrivo dei soccorsi oppure fino al ritorno autonomo in un luogo sicuro.

Non tutti però sono stati così fortunati o previdenti, da avere una quantità di cibo sufficiente.

Chi non ne aveva si è nutrito di frutti del bosco e piante (9%).

Ma c’è una percentuale minima (3%) che per salvarsi ha dovuto non essere troppo schizzinosa e alimentarsi con insetti.

Conclusioni

Una delle conclusioni a cui la ricerca è arrivata è che sono più a rischio di perdersi gli escursionisti che fanno trekking giornalieri, piuttosto che plurigiornalieri.

Questo è ragionevole, ma non deve né scoraggiare chi ha poco tempo da dedicare al cammino nella natura né, all’opposto, indurre a credere che i più esperti non possano incorrere in imprudenze.

Anzi, il vero escursionista esperto non è quello che sa tutto sui bastoncini da trekking o su come si allacciano le scarpe, ma semmai chi sa gestire bene le proprie emozioni, inclusa quella che spinge ad andare oltre i propri limiti in rapporto a quello che la natura consente di fare il giorno del nostro trekking.

 

Link Utili

Qui il dettaglio della ricerca

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