Il Corno alle Scale: crinali di confine sull’Appennino bolognese

18 marzo 2020 - 3:09

Boschi incontaminati e intatti ecosistemi montani, costruzioni in pietra frutto di “sapienti” mani, tradizionali ricette a base di farina di castagne e antichi mestieri, proiettano il visitatore indietro nel tempo, quando la dura vita della gente era caratterizzata da freddo, duro lavoro e isolamento.

Sono quasi 5.000 gli ettari di terreno, tra boschi e radure, che caratterizzano il Parco del Corno alle Scale, nato nel 1988 per proteggere, salvaguardare e valorizzare l’ecosistema faunistico e forestale dell’omonimo massiccio. Il Corno alle Scale è la cima più alta dell’Appennino bolognese con i suoi 1.945 metri di quota, ed è così denominato per la caratteristica forma a gradoni delle stratificazioni arenacee che lo compongono. Il massiccio possiede tre cime poste sulla linea di crinale che dalla sommità dei Balzi dell’Ora degrada lentamente verso il lago Scaffaiolo: punta Sofia (m 1939), sormontata da un’imponente croce metallica, la vetta Corno alle Scale (m 1945) e Punta Giorgina (m 1927). Il lato est della montagna è estremamente ripido, scosceso e solcato da profondi canaloni, con un dislivello a picco di quasi mille metri sulla sottostante zona di Segavecchia. Una pendenza meno accentuata caratterizza al contrario il versante ovest, che ospita, poco sotto la croce, il rifugio “Le Rocce” ed alcune piste da sci con i relativi impianti di risalita.

Le fioriture che nel periodo estivo arricchiscono il sentiero dei Balzi dell’Ora – dove “òra è sinonimo di vento – sono costituite da rare specie di rupicole d’alta quota, tra le quali è facile riconoscere l’aquilegia alpina, la genziana purpurea, l’astro alpino, la pulsatilla alpina, il semprevivo montano, la primula orecchia d’orso, il giglio martagone e altri fiori che colorano le numerose cenge.

Sempre sulla parete est, con un po’ di fortuna, è possibile avvistare la maestosa aquila reale che volteggia sfruttando le correnti ascensionali e, in mezzo alle rocce, branchi di mufloni o simpatiche marmotte ritte in piedi al suono di striduli richiami d’allarme.

Se il massiccio del Corno alle Scale, zona di protezione integrale, costituisce il fulcro del Parco Regionale rappresentandone la sua punta di diamante sotto il profilo naturalistico e di biodiversità, non meno interessanti sono le zone di pre-parco, caratterizzate da connotati rurali, collinari e ricche di storia e tradizioni locali. Borghi in pietra, antichi metati (o essiccatoi per le castagne), mulini a ruota orizzontale, stalle, fienili ed altri opifici di attività che un tempo avevano un ruolo determinante nella sopravvivenza delle genti di montagna, abbondano lungo questo tratto di Appennino.

I saggi montanari che da secoli abitano questi luoghi hanno rispettosamente plasmato il territorio adeguandolo alle loro esigenze di vita, pienamente consapevoli che alla base della loro esistenza vi era un uso razionale dell’ambiente e delle risorse naturali. L’economia del luogo era in particolar modo legata strettamente alla castagna e ai suoi derivati, così come all’allevamento di ovini.

È facile scorgere vecchi essiccatoi, detti anche casoni, interamente realizzati con le materie prime che costituiscono le montagne e i boschi, ovvero pietra arenaria e legno di castagno, in totale sintonia col paesaggio circostante.

A seguito di un lento ma inesorabile abbandono dei mestieri artigianali legati al bosco, la natura ha progressivamente riconquistato gli spazi sottratti alla vegetazione, cancellando, come vento sulla sabbia, le sempre più impercettibili tracce antropiche. Non è inusuale infatti, passeggiando per i sentieri, imbattersi in piazzole per carbonaie il cui terreno nero, già parzialmente ricoperto di giovani arbusti, lascia trapelare l’originario utilizzo del sito.

Anche la presenza rimboschimenti a conifere, atti a stabilizzare i versanti ed ottenere legname pregiato, testimonia l’interazione dell’uomo con l’ambiente. Altre specie arboree non autoctone, come il castagno, individuabile a quote praticamente montane, e la presenza di “roste”, ovvero terrazzamenti nei pendii per facilitare l’accumulo e la raccolta delle castagne, testimoniano uno stretto legame tra la mano dell’uomo e la natura locale.

Oggi le specie arboree ed arbustive autoctone del nostro Appennino, quali essenze a foglia caduca come la roverella, il nocciolo, il carpino nero e l’acero, stanno ripopolando spontaneamente i castagneti abbandonati, ricreando il cosiddetto “bosco misto”, che caratterizza la fascia collinare dei rilievi fino a circa 900 metri di altezza. Oltre questa quota si entra gradualmente nella fascia montana dove predomina il faggio, che ammanta con meravigliose faggete le pendici dei rilievi, giungendo fino al margine superiore della vegetazione arborea. I 1800 metri costituiscono un limite invalicabile per i questi alberi dall’alto fusto, che, ormai trasformati in cespugli dal gelo e dal vento, devono cedere il passo alla brughiera, al mirtillo e alla prateria, uniche formazioni in grado di resistere ai rigori del clima di alta quota.

Fotografare piccoli animali

Chi di voi lettori ha mai provato a pensare di cambiare il proprio punto di vista con quello, per esempio, di una formica? La relatività degli spazi assumerebbe una valenza assai diversa pensando alla superficie di una foglia come a quella di una piazza, ad uno stelo d’erba come ad un’autostrada, e pochi centimetri quadrati di terreno equiparabili ad un intero campo da calcio. L’unica tecnica fotografica che ci consente di esternarci dal mondo che ci circonda e calarci in una realtà nuova, per tanti versi aliena, posta solo un paio di metri scarsi più in basso dei nostri occhi, è la macrofotografia. Questo modo di fotografare richiede costanza e spirito d’adattamento: essere già operativi all’alba è importante poiché gli insetti nelle prime ore della giornata sono meno attivi; inoltre un buon scatto necessita di tempo e perizia, quindi pazienza, e naturalmente è importante conoscere le regole di composizione, dei parallelismi, dei tempi di posa, della profondità di campo e delle luci.

Un obiettivo macro con rapporto 1:1 e uno stabile treppiede completano il quadro. È fondamentale sapere che il soggetto della foto, per risultare completamente a fuoco, dovrà essere disposto il più possibile parallelamente al sensore della macchina fotografica. L’utilizzo di un diaframma piuttosto chiuso ci aiuterà ad aumentare la profondità di campo, riducendo così il fuori fuoco del soggetto, ma lasciando intravvedere maggiormente lo sfondo, elemento che può creare disturbo. Al contrario un diaframma aperto ammorbidisce i contorni dell’immagine creando un bell’effetto di sfondo sfumato ed uniforme, il tutto a scapito, talvolta, di una perfetta messa a fuoco. Occorre tenere in considerazione che a diaframmi chiusi sono associati tempi di scatto più lunghi e viceversa, con ovvie ripercussioni sul micromosso. Rispettando queste semplici e basilari regole potrete così sperimentare una nuova tecnica fotografica in grado di darvi molteplici soddisfazioni ed emozionare gli amici con scatti nuovi e diversi dal solito.

L’itinerario: da Cavone al lago di Pratignano

Testi di Gabriele Mucci e Marco Cavazza, foto di Gabriele Mucci

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