Il mito dell’Everest: breve storia della vetta più ambita

27 aprile 2020 - 13:54

L’Everest è da oltre 150 anni una delle vette più famosa, e più ambita, al mondo.

Da quando, nel 1854, la cima venne denominata con il nome di Peak XV, l’Everest è un mito e un desiderio di alpinisti e amanti della montagna, così presente nell’immaginario comune da essere conosciuta anche da chi, di alpinismo e trekking, sa poco o nulla (tanto da essere diventata meta del turismo di massa, con tutto ciò che ne consegue).

Il mito dell’Everest nasce con la sua scoperta: battezzata così in onore di George Everest, direttore dal 1830 al 1843 del Survey of India, l’Ufficio trigonometrico e geodetico dell’India, la cima era conosciuta dai tibetani come Chomolungma, “Dea Madre del Mondo”.

Da allora, le spedizioni pionieristiche alla scoperta delle vetta più alta del mondo sul livello del mare si sono succedute per decenni, dai primi tentativi pieni di incognite e difficoltà, alle varie spedizioni che si sono succedute fino al 29 maggio 1953, quando il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay, arrivarono in vetta: la notizia fu data al mondo qualche giorno dopo, il 2 giugno.

Arrivati in cima, i due vi rimasero all’incirca 15 minuti per scattare qualche fotografia e lasciare le bandiere delle Nazioni Unite, del Nepal, dell’India e della Gran Bretagna, oltre a biscotti e cioccolato, a disposizione di chi, dopo di loro, avrebbe tentato la scalata.

E dalla prima conquista della cima, sono numerosi gli alpinisti che hanno raggiunto la cima degli 8848 metri sul mare del monte Everest. Tra questi, troviamo l’italiano Reinhold Messner, il primo uomo a scalare il monte senza bombole d’ossigeno (nel 1978) e il primo uomo ad affrontare la scalata in solitaria (nel 1980).

Tra gli scalatori che hanno conquistato più volte la vetta dell’Everest troviamo i fratelli Damien e Willie Benegas, che nel 2010 hanno raggiunto per la decima volta la cima del monte più alto, ripetendosi poi altre tre volte. La prima scalatrice donna è stata la giapponese Junko Tabei nel 1975, mentre il primo scalatore non vedente è stato l’americano Erik Weihenmayer, impresa riuscitagli nel 2001.

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Se l’Everest è diventato uno dei simboli del coraggio umano, della volontà di superare i limiti, le tantissime spedizioni che si sono succedute hanno portato a un sovraffollamento che rischia di danneggiare una delle bellezze naturali più famose al mondo.

Di sicuro, scalare “Chomolungma” non è da tutti: a parte le abilità richieste per affrontare una simile impresa, affrontare l’Everest significa spendere circa 30mila dollari, una cifra che si possono permettere in pochi.

Dal punto di vista climatico, bisogna ricordare le temperature molto rigide (la temperatura media nel mese più freddo è di -27° a circa 7500 m), l’aria estremamente rarefatta, dagli 8000 m in poi insufficiente per la respirazione e le dieci settimane necessarie per arrivare in vetta.

L’Everest, comunque, racconta storie bellissime. Tra queste troviamo la storia di Lydia Bradey, la prima donna a scalare la cima più famosa al mondo senza ossigeno supplementare. Dieci anni dopo Messner, la 27enne neozelandese, dopo essersi spostata dal Campo 2 al Campo 4, è salita dal Colle Sud riuscendo, non senza fatica, a raggiungere la vetta senza utilizzare ossigeno supplementare e in gran parte in solitaria.

Attorno a questa impresa sono fioccate le polemiche, in primis perché la scalatrice aveva intrapreso la scalata senza le dovute autorizzazioni: per paura di essere interdetta, la Bradey inizialmente ritrattò di essere arrivata in cima. Dopo che le fu proibita la scalata per due anni, però, la neozelandese ribadì di essere arrivata in cima: a mettere la parola fine alle polemiche fu il Club Alpino Neozelandese, che approvò in via ufficiale la sua impresa.

Sebbene sia diventato accessibile e, se vogliamo, vittima di una sorta di turismo alpinistico di massa, l’Everest è ancora fortissimo nell’immaginario di alpinisti e scalatori, ma non solo, se è vero che la notizia dell’abbassamento di 2,5 cm, a seguito del terremoto del 2015 in Nepal, ha destato preoccupazione e sgomento.

Può aver perso quell’alone di mistero che la circondava 60 anni fa, ma Chomolungma, l’Everest, rimane meta e sogno di tutti gli appassionati che vogliono ripercorrere, almeno in parte, i passi di chi ha scritto la storia della “montagna più alta del mondo”.

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