La laguna di Orbetello in mountain bike

20 maggio 2018 - 14:52

Dirigendoci verso il promontorio dell’Argentario lungo l’ottocentesca Diga Leopoldiana, il piccolo Mulino Spagnolo del XVI secolo, completamente circondato dalle acque salmastre della laguna, sembra darci il benvenuto in un territorio insolito, dove la natura è assoluta protagonista e dove l’uomo deve impegnarsi giorno per giorno per mantenere intatto l’equilibrio di un ambiente fragile e prezioso.

Raramente, se non in occasione di eventi catastrofici come frane o terremoti, l’umanità è stata in grado di percepire i mutamenti lenti e costanti del paesaggio: eppure l’aspetto esterno di montagne, mari e fiumi, da millenni, è in continuo ed inesorabile mutamento, e in certi casi, pressoché unici, queste variazioni sono percepibili su scala umana. Un esempio ci è offerto proprio dalla Laguna di Orbetello: il Monte Argentario, che attualmente si configura come un promontorio sulle acque del medio Tirreno, in epoca romana era invece un’isola, conosciuta con il nome di Insula Matidiae.

Esso deriva dalla sua “proprietaria”, Vibia Matidia, potente nobildonna nipote di Traiano, che dallo zio imperatore ottenne in dote il lembo di terra, ai tempi ancora separato dal continente. Nel corso dei secoli le acque del fiume Albegna, trasportando detriti sabbiosi, hanno creato i due sottili “tomboli”, cordoni sabbiosi che hanno connesso l’antica isola di Matidia alla costa italica, originando in tal modo la laguna. All’interno delle due strisce di spiaggia, le acque non superano mai la profondità di 2 metri, costituendo un ambiente ormai unico in tutte le coste tirreniche, in particolare dopo le estese e discutibili bonifiche di inizio Novecento che hanno cancellato gran parte delle zone umide del Lazio e della bassa Toscana.

Attenzione umana ed evoluzione ambientale

Orbetello, antichissima città di origini etrusche (si ritiene sia stata fondata nel tardo Villanoviano, intorno all’VIII secolo a.C.) da cui la laguna prende il nome, si trova nel suo centro esatto, ed è connessa al continente da un lembo di terra e all’Argentario da un terrapieno artificiale, la Diga Leopoldiana. Quest’ultima venne eretta nel 1842, dividendo lo specchio d’acqua in due parti che, a loro volta, hanno subito evoluzioni naturali diverse: più profonda e dalle acque più dolci è divenuta la laguna di Levante, più bassa e salmastra quella di Ponente.

L’uomo, testimone di questa crescita ambientale, non ne è rimasto estraneo: le lagune, per loro stessa natura, sono aree in costante, rapido cambiamento, a causa dell’azione combinata delle correnti marine che erodono, e dei sedimenti fluviali, che al contrario accumulano. Per mantenere il più possibile intatto e invariato un tale ambiente, che si rivela particolarmente adatto per utilizzi proficui come la pesca, è stato necessario creare alcuni canali artificiali che regolassero il flusso delle acque all’interno della zona umida, sebbene in alcuni punti esistano già connessioni naturali con il Tirreno (il tombolo della Giannella a nord-ovest, ad esempio, non ha mai bloccato completamente l’ingresso di acqua marina nella laguna di Levante).

Oltre al ricambio delle acque, una continua opera di risanamento è stata necessaria per evitare il proliferare delle alghe, che avrebbe potuto causare un eccessivo intorbidamento e una scarsa ossigenazione delle acque lagunari, con ripercussioni su tutto l’ecosistema. Grazie a decenni di costante lavoro la laguna oggi gode ancora di ottima salute.

Quando la biodiversità è di casa

La Laguna di Orbetello è una delle poche aree umide presenti lungo la costa tirrenica, meta di sosta per migliaia di uccelli: oggi si contano 257 specie di volatili, e di queste circa 70 nidificano proprio qui. In futuro, se le condizioni ambientali non dovessero subire cambiamenti, è probabile l’arrivo di “nuovi amici alati” nell’accogliente territorio lagunare.

Se i fenicotteri rosa sono sicuramente i rappresentanti più celebri dell’avifauna locale, non vanno dimenticati aironi, folaghe, sterne, svassi, gabbiani, varie specie di anatre e di uccelli limicoli, tra cui il celebre cavaliere d’Italia. E accanto a tanti esemplari del cielo, se spostiamo lo sguardo in basso ecco altrettanta abbondanza di ittiofauna: le acque salmastre e i bassi fondali ospitano una grande quantità di pesci, tra cui si annoverano anguille, orate, cefali, spigole, tutte di particolare pregio.

Non a caso, in passato, una delle principali fonti di sostentamento per gli abitanti di Orbetello era proprio la pesca nella laguna. Lungo i tomboli, infine, si possono invece trovare alcune specie di mammiferi, in numero limitato ma comunque interessanti: tra questi il cinghiale, la martora e, all’interno della pineta di Feniglia, una piccola popolazione di daini che si lasciano avvicinare senza problemi dai turisti provvisti di un pezzo di pane.

Anche la flora ricalca le particolarità di un ambiente così insolito e instabile: alle classiche pinete litoranee a pino marittimo e pino domestico alternate a tratti di macchia mediterranea, con piante solitamente basse e coriacee tipiche come ginepro, lentisco, mirto, fillirea e alaterno, si possono sostituire per brevi tratti zone di duna sabbiosa mobile, dove solo pochi ciuffi di piante pioniere riescono ad attecchire, mentre nell’area orientale della laguna è possibile incontrare qualche lembo residuo di un’antica sughereta, un tempo facente parte del secolare bosco di Patanella.

La tutela

Nel corso degli anni, un’Oasi WWF, una Riserva Naturale e una Zona di Protezione Speciale (ZPS) sono state istituite in varie zone della laguna per tutelare un territorio importantissimo dal punto di vista ambientale. Se questo livello di protezione si rivelerà sufficiente a mantenere intatto l’equilibrio di un’area così fragile, di fronte all’attacco frontale sferrato dal turismo di massa degli ultimi decenni, è ancora presto per dirlo.

Di certo le premesse sono buone: a un costante desiderio di proteggere questo ambiente si è affiancato un intelligente sistema di turismo sostenibile, e la presenza di tantissime aree attrezzate per i disabili e di percorsi naturalistici dedicati ai non vedenti sul Tombolo di Feniglia sono la testimonianza di una sensibilità non comune per un’area tanto legata al turismo, che fa ben sperare per il futuro della laguna e del territorio circostante.

L’ITINERARIO

Si lascia Orbetello in direzione Porto S. Stefano/Argentario. Attraversata la Diga e superato il celebre Mulino della Laguna di Ponente, si svolta verso sinistra in direzione Poto Ercole/Feniglia; ad un bivio dopo circa 1,5 chilometri si gira a sinistra. Superato un parcheggio, si prosegue per circa 300 metri lungo un tratto sterrato che porta in prossimità di un grande cancello.

Dopo aver superato il passaggio pedonale, si procede a destra lungo un viale alberato che conduce al caseggiato della Forestale, da cui si svolta a sinistra, verso il cuore del tombolo di Feniglia. Dopo altri 300 metri si svolta a sinistra verso la laguna, e poi a destra, seguendo il percorso della costa interna del tombolo.

In questo primo tratto si possono incontrare alcuni luoghi di sosta, tra cui due percorsi naturalistici attrezzati anche per disabili e non vedenti (grazie ad alcuni splendidi pannelli tattili con sagome in tre dimensioni e testo in braille), e alcuni capanni di avvistamento degli uccelli. Si segue il tombolo per tutta la sua lunghezza, e dopo circa 5 chilometri si svolta a destra in un’ampia radura dove si possono incontrare daini e cinghiali.

Da qui si può imboccare l’asse principale per ritornare verso Orbetello attraversando la maestosa pineta, oppure fare una breve deviazione verso l’area archeologica di Cosa, che si raggiunge dopo un chilometro circa di salita impegnativa ma su asfalto, seguendo le indicazioni stradali per Cosa/Ansedonia.

Il percorso prevede dislivelli minimi, ed è adatto anche a famiglie con bambini, ma è consigliabile comunque una buona mountain bike, dato che nella pineta si incontrano fondi sconnessi e radici esposte.

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