Il Matrimonio Mauritano

18 marzo 2020 - 10:14

C’è un piccolo angolo d’Italia dove ancora gli sposi sognano di arrivare all’altare non su una Limousine, ma su un carro di buoi, accompagnati dal suonodi antichissimi strumenti a fiato costruiti con canne (launeddas) e dal vocìo gioioso dei parenti e della gente del paese.

Siamo a Santadi, nel Basso Sulcis (Sardegna Meridionale), a sud-ovest del capoluogo sardo, dal quale dista circa 60 chilometri. Qui, ogni anno, la prima domenica d’agosto, si ripete un evento che evoca la tradizione pastorale e contadina di questo antico borgo.
Il rito prende il nome di Matrimonio Mauritano, con riferimento alle popolazioni africane che si mescolarono alle genti del Sulcis a partire dal I millennio a.C. Ed il tempo, in effetti, non sembra essere passato.
Il rispetto della tradizione e gli antichi abiti rappresentano motivo di vanto.

La sposa non veste di bianco, ma è orgogliosa di indossare, nel giorno fatidico, il tradizionale costume del paese (is maureddus): la gonna a pieghe sciolte (su manteu), il giubbetto (su gipponi), il fazzoletto incrociato sul petto (sa perr’e sera), il grembiule (su ventallicu). Tutto confezionato con seta o broccato. Sul capo, un rettangolo di lana finissima color azzurro chiaro (su panniciu ‘e coroi), oppure un gran fazzoletto a disegni floreali (su mucaroi mannu) e uno scialle finemente ricamato con filo di seta (su sciallinu ‘e sera).
L’abito dello sposo invece è tessuto con lana d’agnello (calzoni e gilet) a ricordare l’antica e semplice tradizione pastorale sarda. Poi una camicia bianca in cotone (sa camisa), chiusa con bottoncini d’oro e d’argento ad indicare la prosperità, un copricapo (berritta) e i gambali.

Si respira un’aria antica, per la natura semplice e l’origine profonda di questi atti di vita quotidiana che segnano la vita della comunità e ne custodiscono l’autenticità.

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