Condannato l’alpinista che lasciò la compagna morire di freddo in vetta
Thomas Plamberger riconosciuto colpevole di omicidio colposo per negligenza grave: cinque mesi di pena sospesa e 9.400 euro di multa. Il caso fa giurisprudenza nel mondo dell'alpinismo
Il tribunale di Innsbruck ha riconosciuto Thomas Plamberger, 37 anni, colpevole di omicidio colposo per negligenza grave in relazione alla morte della compagna Kerstin Gurtner,33 anni, avvenuta il 18 gennaio 2025 sul Grossglockner (3.798 m), la montagna più alta dell’Austria.
L’alpinista è stato condannato a cinque mesi di reclusione con pena sospesa e a una multa di 9.400 euro. Il reato contestato prevede una pena massima di tre anni di carcere.
L’udienza si è svolta presso il tribunale regionale di Innsbruck, attirando l’attenzione della comunità alpinistica: si tratta infatti di un caso estremamente raro di procedimento penale legato a un incidente in montagna.
Secondo gli esperti, la sentenza stabilisce un precedente che potrebbe influenzare gli standard internazionali sulla responsabilità nelle attività sportive in montagna.
I fatti: abbandonata a 50 metri dalla vetta
Come ricostruito dal tribunale, dopo una giornata estenuante di scalata in condizioni di gelo, la coppia aveva accumulato un ritardo significativo sulla tabella di marcia.
Quando calò la notte, i due si trovavano a circa 50 metri dalla croce di vetta. Kerstin Gurtner era sfinita e non aveva più la forza di proseguire.
Plamberger decise allora di lasciarla su una cresta esposta a forti raffiche di vento per scendere a cercare aiuto.
Il punto cruciale, emerso nel corso del dibattimento, è ciò che l’uomo non fece prima di allontanarsi: non avvolse la compagna nella coperta termica d’emergenza che lei portava nello zaino e non la sistemò nel sacco da bivacco.
Quando il corpo della donna fu recuperato la mattina seguente, entrambi gli oggetti furono trovati ancora nel suo zaino.
Le immagini di una webcam puntata sulla montagna mostrano chiaramente la luce della torcia frontale di Plamberger che scende dalla vetta da solo nelle prime ore del 19 gennaio, in condizioni di tempesta.
La testimonianza che ha aggravato la posizione dell’imputato
Un elemento significativo del processo è stata la deposizione di una ex compagna di Plamberger, chiamata a testimoniare.
La donna ha dichiarato di aver scalato il Grossglockner con l’imputato nel 2023 e di essere stata a sua volta abbandonata lungo il percorso di notte, dopo che la sua lampada frontale aveva esaurito la batteria.
Un episodio che ha contribuito a delineare un quadro di comportamento ricorrente.
Le parole del giudice: “Non sei un assassino, ma eri responsabile”
Plamberger si era dichiarato non colpevole e in aula ha detto di essere “infinitamente dispiaciuto” per la morte della compagna. Il suo avvocato ha definito l’accaduto un “tragico incidente”.
Il giudice Norbert Hofer, egli stesso alpinista esperto, ha tuttavia stabilito che l’imputato è stato negligente nel non riconoscere per tempo che Gurtner non sarebbe stata in grado di completare la scalata, ben prima che la situazione precipitasse.
“Non la considero un assassino. Non la considero una persona dal cuore freddo”, ha detto il giudice rivolgendosi a Plamberger al momento della lettura della sentenza, riconoscendo che l’uomo era effettivamente sceso per cercare soccorso.
Tuttavia, ha sottolineato che l’imputato era “a galassie di distanza” dalla compagna in termini di competenza alpinistica e che, poiché la donna si era affidata a lui, egli portava la responsabilità della sua morte.
La ricostruzione completa: una catena di errori
Come avevamo ricostruito in dettaglio su TREKKING&Outdoor nei mesi scorsi, la tragedia sul Grossglockner è stata il risultato di una serie di decisioni sbagliate che si sono sommate fino a rendere inevitabile l’esito fatale.
La coppia aveva iniziato la salita la mattina del 18 gennaio lungo la cresta sud-ovest, nota come Stüdlgrat, un itinerario con difficoltà di III-IV grado Uiaa, con almeno due ore di ritardo sulla tabella di marcia.
Alle 13:30, raggiunto il Frühstücksplatzerl a 3.550 metri, punto considerato di non ritorno, i due decisero di proseguire nonostante l’orario già avanzato per una salita invernale.
La situazione precipitò con il calare del buio: alle 22:30, dopo nove ore dal punto di sosta, erano ancora in parete con raffiche di vento fino a 75 km/h e temperature percepite di -20°C.
L’accusa aveva contestato a Plamberger la disparità di esperienza rispetto alla compagna, l’attrezzatura inadeguata di Gurtner, che indossava scarponi morbidi da snowboard, e soprattutto il mancato segnale di soccorso quando un elicottero aveva sorvolato la zona tra le 22:30 e le 22:50, un comportamento definito dagli esperti “quasi impossibile da giustificare”.