Ha girato il mondo a piedi per 28 anni. Poi è tornato dalla madre e dal figlio

4 novembre 2026 - 18:02

Cinquantamila chilometri, quattro continenti, nessun mezzo di trasporto. Karl Bushby, ex paracadutista britannico, ha sfidato i ghiacci dello Stretto di Bering, è stato trattenuto in Russia e il 2 novembre ha riabbracciato la madre. Dopo il giro del mondo a piedi adesso deve imparare a stare fermo

“Sono tornato”. Due parole, pronunciate lunedì 2 novembre sotto uno striscione di bentornato in Queen Victoria Square, nel centro di Hull.

Karl Bushby, 57 anni, exparacadutista dell’esercito britannico, era partito da Punta Arenas, nel sud del Cile, nel novembre 1998. Ne aveva 29.

Da allora ha iniziato a viaggiare solo con le sue gambe, senza usare mezzi di trasporto, lungo un percorso di circa 50.000 chilometri attraverso quattro continenti.

Ad accoglierlo in piazza c’erano centinaia di persone. Dopo il ricevimento in municipio è ripartito per l’ultimo tratto, verso la casa della madre, che non vedeva dal 1998.

 

Un biglietto di compleanno e una riga sulla mappa

Tutto comincia a metà degli anni Novanta. Bushby è un militare ossessionato dalle prove di resistenza e si mette in testa di percorrere la distanza più lunga che si possa percorrere a piedi.

Le prime ipotesi che valuta, però, si fermano a qualche migliaio di chilometri e gli sembrano ancora poco.

La svolta arriva con un biglietto di compleanno. Il padre gli suggerisce di studiare lo Stretto di Bering, tra Alaska e Russia, che in inverno gela.

Superarlo significherebbe aprire una via continua attraverso quattro continenti, anche se in epoca moderna quasi nessuno ha attraversato a piedi quel tratto di mare così pericoloso.

Bushby prende un pennarello nero e traccia una linea sulla mappa appesa al muro: dall’Inghilterra attraverso Europa e Asia, oltre lo stretto, poi giù per il Nord America fino all’estremità meridionale del Sud America.

Vola dall’altra parte del mondo e comincia a camminare verso casa.

Due regole e un carrello chiamato The Beast

Parte con circa 500 dollari e con The Beast, “la Bestia”: un carrello da golf modificato che trasporta tenda e attrezzatura da campeggio, vestiti, cibo e acqua.

L’obiettivo è percorrere in media 29 chilometri al giorno, poi cercare un posto dove accamparsi.

Le regole che si impone sono due: nessun mezzo di trasporto e nessun ritorno in Gran Bretagna prima della fine.

Le prime centinaia di chilometri sono dure, tra clima ostile, pasti comprati nelle stazioni di servizio e nessun supporto esterno.

Quando parla di quel periodo Bushby dice spesso “noi”, intendendo se stesso e il carrello, diventato il suo compagno di viaggio come il pallone Wilson lo era per il naufrago interpretato da Tom Hanks in “Cast Away”.

The Beast, il suo compagno di viaggio – Foto Karl Bushby,

Con il passaparola arrivano i primi aiuti: automobilisti che si fermano per lasciargli cibo e denaro. Il viaggio però cambia presto natura.

Bushby ha raccontato al New York Times che, dopo gli anni dell’avventura, la strada è diventata una fatica ripetitiva, interrotta da pause di settimane o mesi per recuperare.

Anche i piccoli progressi contano: in Canada, nel 2003, dopo anni passati a trainare il carrello, lo spinge per caso e scopre che così è più facile. Da quel giorno non lo tirerà più.

Dal Darién alla Siberia, tra arresti e guerre

Il percorso lo porta in alcuni degli ambienti più duri del pianeta, dalla giungla del Darién, tra Colombia e Panama, alla tundra siberiana.

Nel suo racconto ci sono arresti, espulsioni, momenti senza un soldo, giorni in cui si è perso e altrettanti in cui qualcuno lo ha dato per spacciato.

Anche guerre, crisi economiche e pandemia si sono messe sul suo cammino per ostacolare la sua spedizione. Ogni volta Bushby si ritira in Messico, in attesa di trovare il modo di ripartire dal punto esatto in cui si era fermato.

Il clima intorno a lui cambia nel 2002, quando entra negli Stati Uniti da Nogales, in Arizona. Da essere un curioso viaggiatore solitario che percorre le strade d’America a piedi inizia ad essere considerato una minaccia.

Nelle strade americane – Foto Karl Bushby,

Spesso lo scambiano per un senzatetto, altre volte invece viene fermato come soggetto sospetto: gli Stati Uniti sono un paese ancora traumatizzato per gli eventi dell’11 settembre e ogni persona fuori dagli schemi vieni vissuta come una minaccia

La polizia lo ferma di frequente, lo tiene lontano dalle autostrade, gli fa spostare la tenda e lo allontana dai luoghi pubblici.

Proprio negli Stati Uniti arrivano però i primi sponsor, tra cui una società di web hosting e un marchio di solette, che gli garantiscono poche centinaia di dollari al mese, fondamentali per prose.

Due settimane sui ghiacci dello Stretto di Bering

La prova più estenuante arriva nel marzo 2006, quando Bushby e l’avventuriero franco-americano Dimitri Kieffer partono dall’Alaska verso la Russia su una distesa di ghiaccio in continuo movimento.

Avanzano camminando sulla banchisa e spostandosi nell’acqua. Per due settimane, ogni sera, cercano il lastrone più grande su cui montare il loro campo base.

Tra i ghiacci siberiani – Foto Karl Bushby,

Di notte la superfice di ghiaccio si sposta e si spacca con un rumore continuo. Secondo il racconto di Bushby, il ghiaccio sembrava “urlare”.

Una volta i due devono abbandonare la tenda in piena notte, perché la lastra si sta rompendo sotto di loro.

Il meteo favorevole degli ultimi giorni permette loro di arrivare in Russia, ma le guardie di frontiera non credono alla traversata a piedi e sospettano che siano stati portati li con qualche mezzo non autorizzato.

Bushby e Kieffer vengono trattenuti per quasi due mesi, colpevoli di non essersi registrati presso le autorità russe.

Adam, il figlio che aveva 8 anni quando Karl partì

La scelta di non tornare in Gran Bretagna ha avuto un costo personale. Quando Bushby si mette in cammino, il figlio Adam ha 8 anni.

Il padre si era separato dalla madre del bambino anni prima e, al momento di partire, si chiede come conciliare il viaggio con il suo ruolo di genitore. Spera che l’impresa possa ispirare il ragazzo o renderlo orgoglioso.

L’abbraccio con la madre – Foto Karl Bushby,

Adam, oggi 36 anni, ha raccontato al New York Times che da bambino non capiva né cosa stesse facendo il padre né perché fosse lontano.

La svolta arriva nel 2004, quando a 14 anni lo incontra in Alaska per la prima volta dall’inizio del viaggio. Da quel momento sceglie di accettare la sua decisione e di sostenerlo.

Oggi si dice molto orgoglioso e lo considera un modello per chi pensa di non essere capace di qualcosa. Nella famiglia che Bushby ritrova c’è anche Harley, la nipote di 12 anni, che fino al rientro non aveva mai incontrato.

“Sto per perdere la ragione di vivere”

L’ultimo ostacolo è lo Stretto della Manica, che Bushby attraversa a nuoto. Il 5 ottobre arriva a Shakespeare Beach, a sud di Dover, e torna così in patria dopo metà della sua vita. La mattina dopo, racconta, si sveglia con un forte senso di perdita.

Alla fine del viaggio non aveva mai pensato davvero: era sempre troppo lontana.

A poche centinaia di chilometri dal traguardo, parlando con il New York Times in un pub del sud di Londra, la definisce un pensiero inquietante. “Sto per perdere la ragione di vivere”, dice.

Non sa ancora cosa farà. L’idea è diventare divulgatore scientifico e raccontare ciò che più lo ha sorpreso lungo la strada: la gentilezza degli sconosciuti.

Centinaia di persone gli hanno offerto un riparo, un pasto, un aiuto o soltanto un abbraccio, in ogni cultura e in ogni Paese attraversato.

Ha già iniziato a dirlo agli studenti che incontra come relatore pubblico: il mondo, spiega loro, è molto migliore di come se lo immaginano.

 

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