Ho iniziato a camminare per caso e non ho più smesso

28 agosto 2026 - 9:28

"Ciascuno di noi può fare una rivoluzione, la mia è stata iniziare camminare! Un passo dopo l'altro la mia vita ha preso un altro ritmo". Un racconto breve di una vita cambiata grazie al potere del cammino e alla capacità di rallentare il proprio passo

CAPITOLO 1 – Una vita in campagna

Sono nato negli anni ’80 in un paesino della campagna Toscana.

Ho vissuto li i primi anni della mia vita, per trasferirmipoi a Roma insieme alla mia famiglia, per seguire mio padre, direttore dell’ufficio postale del paese trasferito poi in città.

Un grande cambiamento per noi abituati a vivere in un piccolo borgo dove tutti si conoscono, catapultati nella capitale, in mezzo a quell’intricato mosaico di strade e palazzi inondati da un traffico costante.

Potrà sembrare strano, ma noi gente di provincia siamo abituati ad usare la macchina anche per attraversare la strada.

La mancanza di mezzi pubblici, il traffico inesistente e la rivalsa sociale dell’avere un motore sotto il sedere ci ha fatto dimenticare di avere due gambe da utilizzare per spostarci.

Forse per quello mio fratello, quando mangiavamo in giardino, si presentava a tavola direttamente col suo Ciao, reclamando la sua razione di pasta col motore ancora acceso.

Ricordo bene quel che accadde una sera di primavera. Ero appena uscito dalla casa di Lucy, un’amica americana di mia madre, ci andavo ogni weekend per fare lezioni di inglese.

Mia madre doveva venire a prendermi per le 19 e 30 ma, finita la lezione, davanti a casa di Lucy non c’era nessuno ad aspettarmi. La professoressa era corsa ad accompagnare la figlia in stazione e io ero rimasto solo ad aspettare. Il tempo passava, prima mezz’ora, poi un’ora, ma nessuno si faceva vivo.

La notte precedente mia madre era stata male e quel pomeriggio, dopo avermi accompagnato, era tornata a casa per riposare  un po’, finendo per addormentarsi. Si risvegliò solo alle 21 passate, quando mio padre rientrò a casa con mio fratello, e le chiese come mai non fossi a casa.

Solo allora realizzò che l’ora di ripetizione era ormai ampiamente finita e si precipitò a prendermi preoccupata.

Io me ne stavo li fermo, non ero nemmeno agitato, sapevo che sarebbe tornata Lucy o che, comunque, qualcuno sarebbe arrivato a prendermi. Ai tempi non mi sembrò una situazione così drammatica, solo oggi ne colgo i profili paradossali.

Infatti la casa dell’amica di mamma distava dalla mia non più di sei chilometri e se, anziché aspettare due ore, mi fossi messo in cammino probabilmente avrei impiegato meno di un’ora per tornare a casa.

Ma quel pensiero non sfiorò nemmeno la mia testa, come se al posto della strada ci fosse un corso d’acqua impossibile da attraversare.

In realtà si trattava di una stradina di campagna poco trafficata, la vera barriera era mentale, ormai avevo smesso di considerare le gambe come un mezzo di trasporto utile a raggiungere una meta.

Pochi anni dopo quell’episodio ci trasferimmo a Roma. Un ambiente totalmente diverso, una grande città, con le sue grandi strade e il traffico che dominava ogni via.

La nuova avventura coincideva con l’inizio del liceo, la scuola era vicina al mio quartiere, per arrivarci però ci mettevamo più di un’ora.

Il traffico della capitale al mattino è diabolico, si procede letteralmente a passo d’uomo. Non è raro vedere i pedoni sul marciapiede superare le auto incolonnate.

Compiuti 14 anni chiesi ai miei genitori il motorino. La trattativa partì male, un no secco, ma dopo mesi di estenuanti tentativi, mi regalarono una vespetta usata.

Vecchiotta, ma bellissima, con il cambio a 3 marce, bianco perla e 50cc di cilindrata, una special, proprio come quella che avrebbero cantato i Lunapop qualche anno più tardi.

Oggi costerebbe un occhio ma, ai tempi, si trovava a buon mercato, cose vecchie che nessuno voleva.

Ero al settimo cielo, il primo giorno ero troppo agitato e non ero riuscito nemmeno a metterla in moto, avevo quasi paura di toccarla.

Dal giorno successivo ogni timore era sparito e il mio bolide dalla marmitta bucata mi ha accompagnato nel tragitto casa – scuola fino all’agognata maturità.

CAPITOLO 2: L’università

Era arrivato il tempo dell’università, mi ero iscritto a Scienze Politiche e tutto iniziava a cambiare.

La Sapienza era distante e col traffico di Roma, persino con la vespa dovevo passare quasi un’ora per strada.

Un paio di anni prima avevo anche iniziato a giocare a Rugby, mi aveva sempre affascinato lo spirito che animava quello sport. Con l’inizio dell’Università, però andare agli allenamenti diventava sempre più difficile.

Tra la fine delle lezioni e l’allenamento avevo in media 2 ore libere. Per questo ogni giorno, finite le lezioni, mi precipitavo in strada, salivo sulla Vespa e iniziavo l’avventurosa traversata della città.

Per fortuna il campo non era lontano da casa, così facevo in tempo a pranzare, preparare la borsa e andare.

I primi due anni di università sono andati lisci tra lezioni, studio e allenamenti.

Al terzo anno però le cose sono cambiate, avevo fatto amicizia con alcuni compagni di corso e avevo conosciuto una ragazza, Monica.

Iniziammo a frequentarci sempre più spesso ed eravamo in grande sintonia, sembrava capire tutto di me.

Amici e fidanzata significava però uscire più spesso, andare a cena e al cinema, e magari anche qualche vacanzina ogni tanto.

La paghetta dei miei genitori non bastava più e così avevo trovato un lavoretto per arrotondare. Un amico di mio fratello aveva aperto un locale a Trastevere e, nell’ora dell’aperitivo, aveva bisogno di una mano in sala, mi proposi e mi prese.

Alla fine del terzo anno però la mie giornate erano diventate così piene che avrei avuto bisogno di 48 ore.

La mattina all’università, al pomeriggio gli allenamenti, qualche ora di studio, prima di andare a lavorare. Ero sempre più teso e stressato, a casa non parlavo più con nessuno, ero scontroso e irascibile.

Con Monica, le cose iniziarono ad andare male. Ero nervoso, sempre più nervoso e stanco, probabilmente troppo persino per lei.

Avevo iniziato a lavorare anche il weekend, volevo pesare il meno possibile sui miei genitori. Il problema però era che stavo letteralmente finendo la benzina. Mi sentivo esausto e mi sembrava di vivere d’inerzia e senza un direzione precisa.

Durante una lezione di Economia Politica, mentre ero seduto a prendere appunti, sentii improvvisamente l’aria intorno mancarmi, la fronte iniziava a grondare di sudore e sentivo strani brividi lungo la schiena.

Provai ad uscire dall’aula, avevo bisogno di aria fresca,  ma poco prima di arrivare alla porta, svenni, accasciandomi su un paio di sedie vuote.

Mi risvegliai qualche istante dopo circondato dai miei compagni, sembravano preoccupati. Appena mi ripresi, li rassicurai e loro si offrirono di accompagnarmi alla macchina. C’era però un problema, non riuscivo a ricordare dove l’avessi parcheggiata, come se il mio cervello avesse rimosso le ultime ore della mia vita.

Rimasi in questo stato confusionale per diversi minuti, poi tornai in me, e guidai lentamente fino a casa.

Decisi di non parlarne con mia madre, non volevo farla preoccupare, ero convinto di aver avuto un calo di pressione. In quel periodo mi sentivo talmente sotto pressione che mangiavo poco e dormivo male.

Pensavo che con una bella dormita tutto si sarebbe sistemato. Mi sbagliavo!

Qualche giorno dopo ero a casa, stavo studiando, quando mi arrivarono due mail: una dall’università con l’orario del semestre successivo e una della società sportiva, che comunicava l’inizio dei lavori di ristrutturazione del campo.

I problemi spesso amano presentarsi in gruppo e un istante dopo mi chiamarono dal ristorante, dicendo che due colleghi se ne erano andati e avrei dovuto coprire i loro turni.

Mi alzai di scatto, iniziai a camminare avanti e indietro nella stanza, pensando a come combinare tutti gli impegni.

Inizia a formulare decine di ipotesi e incastri, mi sentivo come Alan Turing nel tentativo di interpretare il codice Enigma. Iniziai a sudare e a respirare velocemente e andai a lavarmi la faccia.

Appena superata la porta del bagno tutto si fece scuro. Black out. Non saprei dire quanto rimasi per terra, quando mi tirai su sentivo la fronte bagnata. Passai una mano per asciugarmi e la vidi rossa. Andai davanti allo specchio e vidi un grosso taglio sulla fronte, che era attraversata da un rivolo di sangue.

Ero svenuto, un’altra volta e non potevo più tenerlo per me e decisi di parlarne con i miei genitori.

La mattina dopo ero dal medico con mia madre, gli spiegai nel dettaglio quanto era accaduto, lui mi fissava e appena smisi di parlare mi disse che probabilmente avevo avuto un forte attacco di panico e mi consigliò di rivolgermi ad uno specialista per risolvere alla radice il problema.

Mi prescrisse comunque alcuni esami di approfondimenti e mi consigliò di prendere qualche giorno di riposo, lontano dall’Università, dal campo di Rugby e anche dal lavoro.

CAPITOLO 3: I primi passi

Mi ero svegliato al venerdì mattina senza avere nulla fare, per la prima volta da mesi, e volevo fare qualcosa di diverso.

Ero uscito di casa senza prendere le chiavi della macchina o della Vespa, con l’idea di fare colazione ad un bar.

Iniziai a camminare per il quartiere, senza meta e senza fretta. Dopo pochi metri, notai un bellissimo negozio di dischi, pieno di vinili e cd quasi introvabili, indugiai ad osservare la vetrina, e notai addirittura una copia di “Una donna per amico” di Battisti autografata, incredibile!

Era a pochi passi da casa, in una piccola stradina pedonale, e non l’avevo mai visto.

Decisi di continuare a camminare e ad ogni metro scoprivo qualcosa di nuovo, mi resi conto di non conoscere poco della zona, anche se ci vivevo da anni.

C’erano ancora piccole botteghe e negozi di alimentari che credevo estinti, mi sentivo catapultato in uno di quei film di Verdone che raccontano la Roma degli anni ’80.

Mettendo in fila un passo dopo l’altro, senza troppo badare al tempo, mi trovai proprio davanti allo stradone che ogni mattina percorrevo in macchina per andare all’Università, decisi di attraversarlo e proseguire. Mentre aspettavo il semaforo verde guardai l’orologio e notai con stupore che ero uscito di casa solo da venti minuti. Praticamente lo stesso tempo che avrei impiegato in macchina.

Attraversai la strada e all’angolo c’erano dei volontari di Emergency che mi regalarono la copia di una rivista, diedi una rapida occhiata alla copertina e la misi nello zaino, in quell’istante vidi l’insegna della metropolitana.

Dato che non avevo nulla da fare, guidato dalla mia curiosità, decisi di scendere le scalette. Mi trovai davanti al cartello col tracciato della linea, lo seguii col dito indicando una stazione dopo l’altra fino a quella della mia università, c’erano solo cinque fermate.

Non avevo programmi e decisi così di prendere un biglietto e salire sulla metro.

Mi sedetti e iniziai a leggere la rivista che avevo messo nello zaino. C’erano un articolo veramente interessante sul legame tra i cambiamenti climatici e le grandi migrazioni, ebbi il tempo di leggerlo tutto prima di arrivare alla mia fermata.

Uscito dalla stazione mi guardai intorno, riconoscendo in lontananza il profilo del palazzo dell’università, decisi di mettermi in cammino puntando in quella direzione.

Attraversai vicoletti e stradine cercando di disegnare il percorso più breve, mi fermai in un antico caffè, per gustare uno dei meravigliosi dolcetti esposti in vetrina.

In pochi minuti mi trovai davanti all’ingresso dell’ateneo. Controllai di nuovo l’ora e rimasi di stucco quando vidi che non era passata nemmeno un’ora da quando avevo chiuso la porta di casa!

Ricalcolai il tempo un paio di volte prima di accettare lo strano risultato: ci avevo messo quasi meno tempo rispetto a quanto ci impiegavo in auto. Con una enorme differenza: la calma.

In quell’ora avevo camminato, letto una rivista, parlato con un negoziante, fatto colazione e soprattutto non mi ero stressato. Niente traffico, niente semafori e niente insulti ad automobilisti distratti.

Sembrava quasi un miracolo, non me lo spiegavo, ero riuscito a fare molte più cose del solito ma ci avevo messo meno tempo. Come mai?

Ci ripensai continuamente fino al rientro a casa.

Il pomeriggio andai dallo psicoterapeuta, avevo iniziato un percorso terapeutico. Passai un’ora a parlare e ad ascoltare, mi disse che per risolvere il problema era necessario capire le cause.

“Le formule magiche non esistono” mi disse, “si tratta di capire cosa ti ha ferito e lavorare sul trauma”.

Il primo compito che mi diede fu quello di rallentare i ritmi e dedicarmi a qualche attività che mi calmasse la mente.

Appena lo disse pensai alla passeggiata del mattino. Erano anni che non mi sentivo così rilassato, non sapevo perchè ma sentivo che continuare sarebbe stata una buona idea.

Mi ero preso una pausa anche dagli allenamenti, ma il giorno successivo decisi comunque di andare al centro sportivo, anche questa volta a piedi.

Scesi in strada e mi incamminai verso il campo, attraversai vicoletti e stradine del mio quartiere, non le avevo mai percorse prima, o almeno non a piedi.

C’erano negozi di cui non immaginavo nemmeno l’esistenza e, addirittura, una piccola chiesetta nascosta tra le case. Incontrai anche un’erboristeria, entrai incuriosito e alla fine comprai una tisana rilassante, il medico mi aveva consigliato di sostituirla al caffè.

Il giorno prima l’avevo cercata senza successo in quattro supermercati e alla fine l’avevo trovata in quella bottega, ancora gestita dall’anziana proprietaria.

Uscendo pensai a quante cose si possono trovare se solo si ritornasse ad osservare.

Camminavo con l’orecchio teso ad ascoltare i discorsi delle persone per strada, come se il mondo intorno ricominciasse ad esistere, quando la mia attenzione fu richiamata da un fischietto, era quello del mio allenatore.

Ero già arrivato al campo! Ero uscito di casa alle 17:00 e le lancette segnavano le 17 e 28.

Meno di mezz’ora, senza dover prendere la macchina, ed ero perfino riuscito a trovare quella tisana.

La sera tornai a casa frastornato. Ripensavo alle mie giornate fino a quel momento e al tempo che avevo trascorso chiuso in auto, bloccato nel traffico per arrivare all’università, ad allenamento o anche solo in un negozio.

Quel giorno invece avevo fatto tutto quello che volevo senza stressarmi nel traffico e in meno tempo del solito, concedendomi pure il lusso di scoprire luoghi mai visti.

La cosa che non riuscivo a digerire, di cui proprio non mi capacitavo, era quanto fosse incredibilmente facile, bastava farlo! Nulla di più e nulla di meno.

Era sufficiente lasciare le chiavi della macchina in casa e uscire a piedi. Muoversi solo con le proprie gambe e qualche mezzo pubblico, trasformando gli spostamenti in occasioni per conoscere.

Non riuscivo a credere che una parte della soluzione dei miei problemi fosse sempre stata li, nelle mie gambe e, io, non avessi  mai avuto la forza di vederlo.

CAPITOLO 4: Una nuova vita

I giorni successivi ripresi tutte le mie abitudini quotidiane, dall’università al lavoro, passando per il rugby.

Ma tutto era cambiato, la macchina in settimana non la usavo più, mi spostavo a piedi e con i mezzi pubblici per i trasferimenti più lunghi.

Avevo comprato un bellissimo zainetto che mi consentiva di muovermi comodo per le strade della città.

I primi mesi furono tra i più intensi della mia vita, scoprii un volto di Roma fino ad allora sconosciuto, avevo trovato piccoli cinema, teatri e locali in cui andare a bere qualcosa con gli amici.

Anche la mia vita sociale era cambiata, incontravo molte persone, alcune più volte alla settimana e mi sentivo arricchito da quegli incontri.

Non solo negozianti ma anche molti studenti che si spostavano a piedi, le strade che “camminavo” ogni giorno erano diventate un appuntamento con la comunità.

Avevo preso l’abitudine di fare l’ultimo tratto di strada prima dell’ateneo con una ragazza che incontravo ogni mattina alla stazione della metro.

Dopo qualche mese gli attacchi di panico erano spariti, l’ansia era diminuita ed ero riuscito anche a perdere quei chili di troppo che i farmaci mi avevano gentilmente regalato.

Qualche tempo dopo avevo deciso di investire i miei risparmi per comprare un bici elettrica e così non rinnovai nemmeno l’abbonamento alla metropolitana.

Insomma, da quando avevo iniziato a camminare, ero un uomo nuovo.

Ero così entusiasta che riuscii a trasmettere questa abitudine ai miei genitori. Impresa difficile, specie per mio padre, che non aveva nessuna attitudine per lo sport, ma era un uomo curioso.

Quando gli raccontai quel che si poteva imparare camminando per la città, iniziò anche lui ad usare un po’ di più le sue gambe.

Tanto che il giorno prima della mia laurea fu costretto ad acquistare un nuovo abito perché, passo dopo passo, negli ultimi due anni aveva perso ben 12 chili.

Il peso in eccesso non era l’unica cosa che perse camminando, riuscì a sbarazzarsi anche del colesterolo e dei trigliceridi, che erano tornati quasi normali dopo anni di cure.

Lo ricordo ancora bene quel giorno. Quando riguardo le vecchie foto di quella giornata rivedo mio padre in uno stato di forma e di salute che non aveva più da anni, era ringiovanito.

A fianco a lui c’era la ragazza con cui ogni mattina camminavo fino all’università che, nel frattempo, era diventata la mia fidanzata.

Quello scatto l’ho incorniciato e conservato, mi sembrava una chiara testimonianza di come la mia vita sia stata cambiata da un gesto semplice come quello del camminare. Avevo solo bisogno di trovare il coraggio per farlo.

Vi posso solo dire che ogni giorno è un giorno buono per iniziare a fare il primo passo!

Ora scusate, ma non posso continuare a scrivere, perché devo accompagnare i miei bimbi a scuola e stamattina tocca a me guidare il pedibus!

No… non si tratta di un nuovo tipo di autobus!

Si tratta di un nuovo tipo di trasporto, sono i bambini che si portano a scuola da soli, con le loro gambe, camminando tutti insieme accompagnati da alcuni genitori.