Tutti negli stessi posti: perché l’overtourism è solo un errore di racconto
Ticket al Seceda, prenotazioni a Braies e Tovel, una ZTL in arrivo al Passo Gardena: l’estate 2026 ha messo a nudo i limiti delle mete dolomitiche più fotografate. Eppure i dati raccontano un’Italia in cui il turismo si concentra in pochi luoghi
Anche l’estate 2026 ha visto diverse località delle Dolomiti prese d’assalto.
Code sui sentieri, parcheggi e mezzi pubblici al collasso, numerosi incidenti in montagna.Sono i segni di un successo di cui il turismo outdoor è protagonista da anni, ma che nelle valli dolomitiche ha mostrato il suo rovescio.
Il problema, però, potrebbe non essere l’overtourism.
Nei mesi estivi le vallate alpine di Trentino, Alto Adige e Veneto hanno accolto migliaia di visitatori. Gli operatori hanno avuto di che sorridere.
Molto meno chi frequenta queste montagne da sempre e si è trovato a fare i conti con il sovraffollamento: code sulle strade, sui sentieri, alle fermate degli autobus.
Seceda, Braies, Tovel: le contromisure dell’estate 2026
Da diversi anni, almeno dal 2022, il numero di turisti nelle valli dolomitiche continua a crescere. Per questo le amministrazioni locali hanno provato a prendere contromisure.
In Val Gardena, sul sentiero panoramico del Seceda, dopo il tornello da 5 euro installato nel 2025 dai proprietari dei pascoli e rimosso dopo due giorni, quest’estate è comparso un punto cassa con lo stesso prezzo.
La Provincia di Bolzano aveva annunciato fasce orarie prenotabili online per contingentare gli accessi. Anche questo uno strumento eticamente discutibile, perché l’ambiente montano dovrebbe essere sempre accessibile a tutti.
Affollamento Tre Cime di Lavaredo
I parcheggi dei passi Sella, Pordoi e Gardena non reggono il flusso di auto: d’estate si riempiono già dalle prime ore del mattino, con lunghe code sui tornanti che salgono ai valichi.
La Provincia di Bolzano lavora a una ZTL sul Passo Gardena: 150 posti auto al giorno prenotabili online a pagamento, con limitazioni da maggio a ottobre a partire dal 2027 e simulazioni avviate da settembre 2026.
Il Lago di Braies, in Alto Adige, uno dei luoghi più fotografati, condivisi e visitati dell’intero arco alpino, dal 1° luglio al 15 settembre si raggiunge in auto tra le 9 e le 16 solo con prenotazione online obbligatoria. L’accesso resta libero per chi arriva a piedi o in bicicletta.
Al Lago di Tovel, in Trentino, parcheggio e navetta si prenotano online. Gli accessi sono controllati e, quando i posti in valle si esauriscono, il traffico viene deviato su aree di sosta esterne servite da navette dedicate.
Strade chiuse e navette: il nodo del trasporto pubblico
Diverse vallate hanno legato l’accesso delle auto alla disponibilità di posti, con prenotazioni e chiusure delle strade in alcune fasce orarie.
In Trentino è successo in Vallesinella e in Val Genova, mentre la Val San Nicolò e la Val Monzoni sono chiuse al traffico privato e servite da navette.
In Alto Adige, l’Alpe di Siusi limita da anni la salita in auto, e dal 2026 ha reso obbligatoria la prenotazione dei parcheggi.
Questi sistemi hanno il merito di alleggerire il traffico sulle strade di montagna ma, allo stesso tempo, sono una limitazione che rischia di privilegiare alcuni a scapito di molti.
Il secondo problema è poi che il trasporto pubblico locale non riesce a soddisfare la domanda di accesso a queste valli.
A luglio e agosto si sono create lunghe code per salire sui mezzi pubblici, con disagi soprattutto per le persone più fragili.
Sulla stampa locale sono state diffuse numerose foto che ritraevano anziani e bambini, costretti a sostare ore sotto il sole in attesa di un posto sulle corriere.
Il krapfen virale e la tempesta perfetta dei social
Un altro caso molto discusso nel corso dell’estate è stato quello delle decine di persone in fila per acquistare un krapfen in un rifugio.
Decine di escursionisti in coda per accaparrarsi un dolce del rifugio Friedrich August, sul Col Rodella, nella zona del Passo Sella.
La ragione? I video di quei krapfen sono diventati virali su Instagram, spingendo migliaia di persone verso il “rifugio del momento”.
I social media sono centrali in ogni strategia di marketing e spesso fanno schizzare alle stelle la popolarità di una località, trasformandola in una destinazione “da non perdere”.
Coda alla funivia Seceda
Non è la prima volta. Molte località di montagna e di mare sono ai vertici delle destinazioni più pubblicate sui social con la conseguenza di trovarsi a fare i conti con ondate di turisti difficili da gestire.
È accaduto al Lago di Braies, alle Tre Cime di Lavaredo, ai rifugi della Val Gardena. Guardando al resto d’Italia, lo stesso succede ogni anno alle Cinque Terre o nei borghi di Puglia e Sicilia.
Una località diventa virale e, nel giro di pochi mesi, viene assalita da turisti di tutto il mondo.
Dal successo alla denuncia: un copione che si ripete
Le conseguenze si somigliano ovunque. A fine stagione arrivano i numeri delle presenze, il tasso di riempimento di hotel e strutture ricettive, i dati che decretano il successo di una destinazione.
Seguono i comunicati di enti del turismo e assessorati che celebrano la promozione e il riconoscimento internazionale ottenuto dalla località “x” o “z”.
Questa ondata di comunicazione, spesso seguita da nuove campagne che cavalcano il momento positivo, porta altri turisti nelle stagioni successive.
Per i primi due anni tutto va bene. Poi, accanto alle immagini patinate e ai post emozionali dei viaggiatori, compaiono le code chilometriche sui sentieri, i parcheggi presi d’assalto, i turisti poco rispettosi dell’ambiente. E il registro cambia.
Comuni ed enti iniziano a denunciare l’overtourism e a sperimentare soluzioni che quasi mai funzionano. O che, quasi sempre, finiscono per tutelare chi può spendere di più, a svantaggio di chi vorrebbe fare una vacanza senza ipotecare la casa.
Sia chiaro, tutto è comprensibile: la necessità di promuovere il turismo e l’obbligo di limitarne gli effetti negativi quando si superano certe soglie.
La soluzione, però, potrebbe essere diversa da quella cercata finora.
Non esiste overtourism, solo una comunicazione sbagliata
Basta allargare l’inquadratura del marketing per invertire la tendenza. Non c’è solo la Val Gardena, ma anche la Valle dei Mòcheni.
Non ci sono solo le Dolomiti, ma anche le Alpi Marittime. L’estate in montagna è ideale per godersi il fresco, ma è in autunno forse che si vivono atmosfere davvero uniche.
I dati sulla concentrazione dei turisti in Italia dicono una cosa evidente: la grande maggioranza si concentra in una piccola porzione del territorio.
Secondo l’Istat, nel 2024 i primi 50 comuni italiani hanno raccolto il 42,3% di tutti i pernottamenti.
Non è vero, quindi, che l’Italia sia sommersa ogni estate dal turismo di massa. Sarebbe più corretto dire che andiamo tutti negli stessi posti, mentre il Belpaese avrebbe molto altro da offrire.
Le alternative alle mete virali
Qualche esempio che conosciamo bene, perché ne abbiamo scritto su TREKKING&Outdoor.
In Liguria non ci sono solo le Cinque Terre: alcune tappe dell’Alta Via dei Monti Liguri regalano panorami sul mare simili a quelli che si vedrebbero dal finestrino di un aereo in atterraggio a Genova.
Le Dolomiti del Trentino-Alto Adige sono meravigliose, ma anche le Dolomiti friulane custodiscono vallate e borghi di grande bellezza, dove vivere la natura, i sapori e le tradizioni montane in modo autentico.
La Via Francigena in Toscana è uno dei cammini più affascinanti d’Europa, ma non sono da meno il Cammino di Francesco, il Cammino di Oropa o il Cammino Minerario di Santa Barbara in Sardegna.
Spesso basta spostare lo sguardo qualche chilometro più in là rispetto alle mete virali per trovare scrigni di natura dove non c’è rischi di fare code o di non trovare nemmeno una camera libera per una notte.
La responsabilità non è dei viaggiatori, ma di chi pianifica il marketing e la promozione delle regioni italiane. Servirebbe bilanciare meglio gli investimenti, per dare visibilità e raccontare anche le località meno conosciute.
Le misure efficaci contro l’overtourism non sono i tornelli o i numeri chiusi, ma un racconto più ampio del territorio.
Perché la montagna italiana non è troppo affollata: siamo noi a frequentare sempre le stesse località.
Un racconto corale dell’Italia e delle sue meraviglie
Costruire il racconto di un territorio non vuol dire solo fare foto scenografiche o video emozionali da utilizzare per pianificare campagne sui media digitali e tradizionali.
Ogni territorio custodisce storie e tradizioni che lo rendono unico, oltre le località più rinomate ci sono vallate, borghi e campagne che aspettano solo di essere scoperte dagli amanti del turismo lento e sostenibile.
Enti del turismo, regioni e ministero dovrebbero iniziare a gestire il marketing turistico in modo coordinato e strutturato, cercando di sviluppare una narrazione del territorio italiano che sia come un romanzo: ogni capitolo un territorio, con maggiore attenzione per quelli meno conosciuti.
I turisti stranieri e italiani, in base ad uno studio di Skyscanner, dichiarano di prediligere la scoperta di nuove mete e destinazioni meno affollate.
Questo dato, che è stato confermato anche da altre ricerche, non fa che confermare il potenziale di strategie di promozione turistica che sappiano raccontare luoghi meno noti ma non meno affascinanti del paese.
La cronaca racconta di vallate dolomitiche prese d’assalto, di sentieri a numero chiuso e di code ai rifugi. Tutto vero e realmente accaduto nelle ultime estati.
Il messaggio che però non deve passare è che l’Italia sia al collasso sotto al peso di un turismo ormai insostenibile. Sono al collasso una minima percentuale di aree, mentre la stragrande maggioranza dei territori sono pronti ad accogliere gli appassionati.
É sufficiente una strategia che allarghi l’obiettivo della comunicazione e che, talvolta, cambi anche inquadratura, così da permettere una conoscenza più ampia del paese.
In questo modo, probabilmente, nel giro di pochi anni, non si parlerebbe più di over tourism ma solo di turismo sostenibile.
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