La condanna dell’orso: convivere con i grandi predatori

28 giugno 2020 - 10:33

Il 24 giugno 2020 il presidente della Provincia Autonoma di Trento ha firmato la condanna a morte dell'orso "colpevole" di aver aggredito due persone.

La sentenza sarebbe giustificata dal fatto che il suo modo di essere orso comporti “significativi ed immediati rischi per l’incolumità pubblica”, cosa su cui, vistigli esiti dello sfortunato incontro con i due escursionisti di Cles, c’è decisamente poco da discutere.

Eccoci di nuovo al punto: sicurezza – rischio – libertà (dell’orso in questo caso).

L’orso è tornato sulle Alpi, lo abbiamo voluto far tornare, orgogliosi di riparare ad un torno e di mettere una stampella al traballante ecosistema della montagna antropizzata.

Lo abbiamo voluto forse senza ben riflettere sul fatto che, di quell’ecosistema, volenti o nolenti facciamo parte anche noi e che introdurre un nuovo elemento (o meglio re-introdurlo) significhi inevitabilmente modificare anche il nostro modo di starci dentro.

È un riposizionamento che comporta tante cose; una di queste si chiama paura. Non so a voi, ma a me l’idea di essere in giro per sentieri e di potermi imbattere nell’orso fa paura, una paura che cambia completamente il mio sguardo sulle montagne.

Ce l’eravamo dimenticata questa paura, ormai da almeno un centinaio d’anni.

LE MONTAGNE NON SONO IL NOSTRO GIARDINO – Con la scomparsa dei grandi carnivori le montagne sono diventate il nostro giardino delle delizie, un luogo dove il termine “selvaggio” ha un significato rassicurante, che si contrappone alla dimensione urbana, vista come luogo di logoramento della salute fisica e mentale: l’inquinamento, il sovraffollamento, lo stress, la nevrosi…

La montagna (e la “natura” più in generale) sono diventate nel nostro immaginario un altrove dove tutto questo non arriva, infatti le associamo all’aggettivo “incontaminata”.

Sono prima di tutto un luogo di ricreazione, dove si va per ritrovare le energie, la serenità e la gioia di vivere. La paura non è certo un ospite gradito in un posto così!

Lo corso autunno ero ad arrampicare in Alta Val Tanaro, vicino al piccolo borgo di Upega, dove ho preso casa proprio in cerca di un luogo pacifico e di un piccolo paradiso dove mio figlio potesse scorrazzare nella natura con i suoi coetanei, invece che rimanere irregimentato negli spazi artificiali della città e nelle strutture e regole preconfezionate e garantite dagli adulti.

Mentre ero in parete ci ha raggiunto un suono profondo e prolungato, come quello del vento quando fischia fra le cime.

Ma non c’era vento in quella tiepida giornata di ottobre che volgeva alla sera e quelli che riecheggiavano fra i valloni erano i richiami dei lupi, da tempo ormai tornati ad abitare nel Parco del Marguareis.

Ci fece una profonda impressione essere lì, in mezzo alle montagne ormai al calare del sole, circondati dal rimbalzo di un dialogo misterioso, che ai nostri orecchi aveva un accento quasi inquietante: chissà cosa si dicevano i nostri invisibili lupi; chissà se parlavano di noi, e in che termini.

Ci ripensai quella sera e nei giorni successivi. Pensai a mio figlio e al fatto che nelle sue scorribande fra i boschi, oltre a caprioli, lepri e fringuelli, avrebbe potuto incontrare anche la tribù dei lupi.

LA NATURA È RISCHIOSA – Pensai alla tranquillizzante ed ecologicamente corretta narrazione contemporanea, che ci dice che non ci sono prove provate del fatto che i lupi attacchino gli uomini o mangino i bambini, ma anche alle vecchie storie e alle cronache raccolte dagli annali parrocchiali di tanti paesini di montagna, nei quali abbondano le notizie di fiere divoratrici di pargoli.

Non vedo perché, all’occorrenza, lupi e orsi ghiotti di pecore e agnelli debbano farsi scrupolo nello sgranocchiare anche qualche cucciolo d’uomo qualora lo incontrino in giro per le montagne senza la compagnia degli adulti…

Non credo a una pacifica convivenza possibile, non nei termini che noi pretendiamo di dare al patto.

I lupi di Upega (che probabilmente in origine significava proprio “Terra dei lupi”) così come M49 e i suoi fratelli orsini, non possono che essere ciò che sono: “significativi ed immediati rischi per l’incolumità pubblica”.

La loro semplice presenza cambia radicalmente le cose: la montagna, con loro in circolazione, non può più essere ciò che era prima, ovvero un parco giochi dove si può andare sempre e ovunque in totale spensieratezza.

Il caso di M49 forse è solo un accidente, il caso eccezionale di una bestia dal comportamento deviante e particolarmente aggressivo e incontrollabile, ma, comunque stiano le cose con lui, è chiaro che non possiamo pretendere di condividere il territorio con i grandi carnivori come se non ci fossero.

Dove ci sono loro non c’è tranquillità, ma inquietudine e rischio. Dobbiamo decidere cosa vale, cosa ci conviene di più: il pericolo di un mondo realmente condiviso con questi e tanti altri liberi esseri, più o meno controllabili, più o meno feroci, oppure la sicurezza della domesticazione e della dominazione che per millenni abbiamo perseguito, anche attraverso lo sterminio?

Accettare queste presenze vuole dire proprio accettare l’esistenza di significativi ed immediati rischi per l’incolumità pubblica, significa perdere in sicurezza e rinunciare al controllo.

Vuol dire anche complicare ancora di più la vita, certo già non facile, di contadini e allevatori.

In cambio di cosa? Credo della consapevolezza, anzi dell’esperienza vivente, di non essere in sostanza padroni e dominatori di un bel nulla e forse di un diverso rapporto con il mondo e con le altre incarnazioni della vita che ci accompagnano nel nostro viaggio su questo pianeta.

È una piccola cosa evanescente, ma forse può essere un’opportunità: il granello di sabbia gettato nella Macchina, che grippa l’inesorabile ingranaggio del nostro autodistruttivo delirio di onnipotenza.