Il Trentino che non conosci: lo spettacolo delle Piramidi di Segonzano
In Val di Cembra l'acqua ha scolpito per migliaia di anni alte colonne di terra sormontate da enormi massi di porfido: sono le sorprendenti Piramidi di Segonzano. Uno spettacolo unico al mondo da scoprire a passo lento
Piramidi di Segonzano: lo spettacolo nascosto del Trentino
Il Trentino è uno dei territori con le montagne più iconiche e fotografate.
Scorrendo i social media èfacile incontrare scatti di meraviglie come: le Pale di San Martino che si accendono al tramonto, i laghi color smeraldo incastonati tra i boschi, i masi di legno appesi ai pendii della Val di Fiemme.
Eppure, a una manciata di chilometri da Trento, il territorio nasconde uno spettacolo naturale che non compare quasi mai nelle foto dei turisti e che sorprende anche chi crede di conoscere la regione a memoria.
Ph: Gettyimages/Fotografia-naturale-sportiva-paesaggistica
Si chiama Piramidi di Segonzano e la prima volta che ci si trova al loro cospetto la sensazione è quella di essere stati trasportati in un altro continente.
Immaginate un bosco che si apre all’improvviso su una fila di colonne di terra, alte fino a venti metri, disposte una accanto all’altra come le canne di un organo gigantesco.
Sulla cime, in equilibrio precario ma da millenni immobili, riposano massi di porfido, che sembrano quasi un cappello posato lì da una mano gigante.
Non è un miraggio, non è un effetto ottico: è la Val di Cembra che mostra il suo volto più insolito, un angolo di Trentino che sembra uscito da un mondo diverso, sospeso tra la geologia e la leggenda.
Un capolavoro nato dal ghiaccio
Per capire come sia possibile che la terra si sollevi in guglie così ardite bisogna tornare indietro di circa cinquantamila anni, all’epoca delle grandi glaciazioni quaternarie.
Il ghiacciaio che allora riempiva la valle dell’Avisio, ritirandosi, lasciò dietro di sé un enorme deposito di sabbia, argilla e ciottoli di ogni provenienza: quello che i geologi chiamano deposito morenico.
Ph: Gettyimages/Oleg-Lopatkin
Su quella massa informe di detriti franò, in un secondo momento, una quantità di grandi blocchi di porfido, la roccia rossastra che caratterizza tutta questa parte del Trentino.
È qui che comincia il vero lavoro, lento e paziente, dell’acqua.
La pioggia, scorrendo lungo i pendii per migliaia di anni, ha eroso progressivamente il terreno morbido, portandolo via poco a poco.
Ma dove era appoggiato un masso di porfido, il terreno sottostante rimaneva protetto, compresso dal peso della pietra, risparmiato dal dilavamento che intorno continuava inarrestabile.
Il risultato, millennio dopo millennio, è stato che il suolo circostante si è abbassato, mentre le colonne coperte dal loro cappello di roccia sono rimaste in piedi, sempre più alte rispetto al terreno che le circonda.
Una sorta di scultura al contrario, in cui non si aggiunge materia ma la si toglie tutt’intorno, lasciando emergere la forma.
Il fenomeno, del resto, non si è mai fermato.
Le piramidi di oggi non sono quelle di trent’anni fa: alcune sono crollate, altre continuano a modificarsi sotto l’azione delle piogge, e chi cammina lungo il sentiero che le costeggia può leggerlo nei pannelli informativi che raccontano come, nel giro di pochi decenni, diverse colonne siano scomparse.
È un paesaggio vivo, in trasformazione continua, che difficilmente si presenta identico a due visitatori diversi.
Gli “òmeni de tera” e le leggende della valle
Chi abita da generazioni la Val di Cembra non ha mai avuto bisogno della geologia per raccontare le piramidi.
Nel dialetto locale sono note come òmeni da tera, gli “uomini di terra”, e attorno a loro sono fiorite storie che si tramandano ancora oggi.
Ph: Gettyimages/fiordimarzo58
La più suggestiva narra di folletti che abitavano i boschi della valle e che, per punizione della loro trascuratezza, furono trasformati in colonne di terra, condannati a restare immobili per l’eternità.
Basta guardare alcune delle formazioni più slanciate, con il masso in cima che ricorda vagamente una testa sormontata da un cappello, per capire da dove sia nata l’immagine.
Non è un caso che le piramidi assumano un’aria quasi fiabesca in certe ore del giorno, quando la luce radente del primo mattino o del tardo pomeriggio le accende di un colore che va dal giallo ocra al dorato, facendole sembrare, appunto, i resti pietrificati di un esercito silenzioso.
Dove si trovano e come raggiungerle
Le Piramidi di Segonzano sorgono nel territorio del comune omonimo, in Val di Cembra, la valle che si allunga a nord-est di Trento seguendo il corso dell’Avisio ed è famosa anche per i suoi terrazzamenti di vigneti, tra i più spettacolari di tutto il Trentino.
Ph: Gettyimages/fiordimarzo58
Da Trento la distanza è di circa 25 chilometri, percorribili in auto in una mezz’ora abbondante seguendo le indicazioni per Segonzano; chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere il paese con gli autobus di linea e proseguire poi a piedi.
L’accesso al sito avviene tramite un sentiero ben segnalato che si inoltra nel bosco, con un dislivello di circa 250 metri superato tra tratti di terra battuta e alcune scalinate: nulla di impegnativo, ma qualche scarpa comoda aiuta, soprattutto nei tratti più ripidi verso il punto panoramico.
Per l’intera visita, tra andata, sosta davanti alle colonne e ritorno, si possono calcolare una o due ore, un tempo che rende l’escursione adatta anche a chi ha bambini al seguito o poca esperienza di cammino in montagna.
Per chi vuole prolungare la giornata, la Val di Cembra offre altri motivi di sosta:
- il rudere del Castello di Segonzano, danneggiato da una battaglia tra truppe francesi e austriache alla fine del Settecento,
- il Santuario della Madonna dell’Aiuto,
- oltre naturalmente ai vigneti terrazzati che rendono la valle una delle zone vinicole più affascinanti della regione, patria del Müller Thurgau di montagna.
Un Trentino che sorprende ancora
Le Piramidi di Segonzano non hanno la notorietà internazionale delle più celebri piramidi di terra del Renon, in Alto Adige, spesso citate come le più belle d’Europa.
Ma proprio in questa minore fama sta parte del loro fascino: arrivarci significa spesso trovarsi soli, o quasi, davanti a uno spettacolo naturale che altrove richiamerebbe folle di turisti.
Ph: Gettyimages/Oleg-Lopatkin
È il genere di scoperta che ricorda quanto il territorio italiano, anche nelle regioni che crediamo di conoscere meglio, riservi ancora angoli capaci di stupire.
La prossima volta che si pensa al Trentino come a un catalogo di rifugi, laghi alpini e cime dolomitiche, vale la pena ricordarsi che a pochi passi da Trento la terra stessa, con la sola pazienza dell’acqua e 50 anni di tempo, ha costruito qualcosa che assomiglia più a una scultura che a un paesaggio.
Basta un sentiero nel bosco per scoprirlo.
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