Più ti alleni, più ti infiammi? Il paradosso che la scienza ha chiarito

26 ottobre 2026 - 16:07

Dopo uno sforzo i segnali dell’infiammazione schizzano verso l’alto. Ma una revisione spagnola di 17 studi rivela che negli atleti master, che si allenano da una vita, l’infiammazione cronica legata all’età resta più bassa rispetto ai coetanei sedentari

Chi ha appena concluso una lunga salita lo sa bene: muscoli indolenziti, gambe pesanti, il corpo che chiede tregua.

Dietro quella sensazione c’è anche un’ondatadi infiammazione, risposta normale allo sforzo.

Ma la domanda che la scienza dello sport si pone da oltre un secolo è un’altra: allenarsi per tutta la vita protegge dall’infiammazione cronica che cresce con l’età, o finisce per alimentarla?

Una risposta arriva dalla Spagna.

Un gruppo di ricercatori ha riunito i dati di 17 studi, per un totale di 649 partecipanti, confrontando gli atleti master, cioè persone sopra i 35 anni che si allenano e gareggiano con regolarità, con persone sane ma non allenate, giovani e meno giovani.

Il risultato, pubblicato sulla rivista Sports Medicine, è netto: chi non smette mai di allenarsi ha un’infiammazione di base più bassa dei propri coetanei. Ma la giovinezza resta imbattibile.

Inflammaging, l’infiammazione che cresce con gli anni

Infiammazione è diventata una parola di moda, e non solo quando si parla di una caviglia slogata o della puntura di un insetto.

Gran parte del dibattito riguarda oggi un’infiammazione cronica e di basso grado che tende ad aumentare in tutto l’organismo con il passare degli anni.

È un fenomeno che si ritiene contribuisca a numerosi disturbi, dalle malattie cardiache al cancro fino al dolore cronico.

Ha perfino un nome efficace: “inflammaging“, crasi inglese tra inflammation (infiammazione) e aging (invecchiamento).

Se l’esercizio fisico aiuti o ostacoli questo processo è un tema dibattuto da tempo.

Dalla maratona di Boston del 1901 a oggi

Che l’attività fisica provochi un picco di infiammazione a breve termine è un fatto noto.

Uno dei primi studi della storia della scienza dello sport, nel 1901, analizzò i campioni di sangue di quattro concorrenti della maratona di Boston.

Dopo la gara i marker infiammatori risultarono in impennata vertiginosa, un dato che all’epoca fu letto come segnale allarmante: lo sforzo, si concluse, era andato ben oltre i limiti fisiologici.

Infiammazione dopo l’attività fisica – Foto Getty Images

Da allora la visione si è fatta più sfumata.

L’esercizio scatena sì un’infiammazione acuta, ma l’organismo risponde mettendo in campo le proprie molecole antinfiammatorie.

Secondo una teoria, queste difese si rafforzano con il tempo, e l’allenamento regolare finirebbe così per proteggere proprio dall’inflammaging.

Le prove a sostegno di questa ipotesi, però, sono contrastanti.

Per questo i ricercatori spagnoli hanno deciso di mettere insieme i dati disponibili e misurare l’effetto di decenni di allenamento serio sull’infiammazione.

Quando l’infiammazione fa bene e quando diventa un problema

L’infiammazione è un’arma a doppio taglio.

Fa parte della risposta d’emergenza del corpo a fattori di stress come un’infezione o una distorsione alla caviglia: una cascata biochimica che spesso si traduce in gonfiore e dolore, ma che richiama anche le molecole chiave che avviano la difesa e la riparazione dei tessuti.

È il motivo per cui oggi i medici dello sport ricorrono agli antinfiammatori con più parsimonia rispetto al passato: spegnere l’infiammazione potrebbe ritardare il recupero.

In questo contesto l’infiammazione è positiva, a patto che si spenga una volta passato il pericolo.

Il problema nasce quando diventa cronica, cioè non si spegne dopo che la minaccia è stata superata, e sistemica, ovvero diffusa in tutto il corpo e non localizzata nel punto della lesione.

L’infiammazione cronica è una caratteristica, e probabilmente una causa, di malattie cardiache, cancro, diabete e altre patologie.

Detto senza giri di parole: chi a riposo presenta livelli elevati di diversi marker infiammatori rischia di morire prima di chi li ha più bassi.

Stress, alimentazione e soprattutto età

Le cause dell’infiammazione cronica possono essere diverse: un’infezione che si trascina, alti livelli di stress psicologico o emotivo e altro ancora.

Anche l’alimentazione ha un ruolo, sebbene resti molto dibattuto quali cibi aiutino e quali danneggino. Fibre, frutta e verdura sono probabilmente alleate; zuccheri e grassi trans molto meno.

Il fattore principale, però, è l’invecchiamento. Con gli anni i livelli di base dei marker infiammatori salgono in modo inesorabile, e non è ancora del tutto chiaro perché.

Una teoria chiama in causa l’accumulo di cellule morte o danneggiate, che continuerebbero a stimolare il sistema immunitario a basso livello.

Un’altra punta su graduali cambiamenti del microbiota intestinale. Qualunque sia la causa, non è una buona notizia.

Lo studio spagnolo sugli atleti master

La nuova ricerca, pubblicata su Sports Medicine, è firmata da un gruppo guidato da Iñigo Pérez-Castillo di Abbott Nutrition in Spagna, insieme allo staff medico del Real Madrid e alla Real Madrid Graduate School, unità dedicata allo sport dell’Università Europea di Madrid.

Studi precedenti avevano già mostrato che qualche mese di allenamento abbassa i livelli di base dell’infiammazione, che però tornano a salire quando si smette.

Pérez-Castillo voleva capire un’altra cosa: se allenarsi a un livello ragionevole, senza mai fermarsi, permetta di evitare del tutto l’inflammaging.

Per scoprirlo, il team ha riunito i risultati di 17 studi con 649 partecipanti complessivi, confrontando atleti master di lunga data con persone sane ma non allenate, sia giovani sia anziane.

Perché misurare l’infiammazione è così difficile

Una delle difficoltà di questo tipo di ricerche è che non esiste un’unica misura dell’infiammazione.

C’è piuttosto un insieme di molecole che reagiscono in modi diversi a stimoli diversi: alcune la aumentano, altre la riducono, altre ancora fanno entrambe le cose.

Misurare l’infiammazione

L’interleuchina 6, per esempio, dopo l’esercizio sale in modo brusco e temporaneo con un effetto antinfiammatorio.

A riposo, invece, se presente in quantità elevate, può favorire l’infiammazione. Per farsi un’idea del quadro complessivo bisogna quindi osservare più marker insieme.

Il verdetto: l’allenamento aiuta, ma la giovinezza vince

Leggendo i dati in questo modo, emerge uno schema piuttosto convincente.

Messi a confronto con coetanei che non si allenano, gli atleti master mostrano livelli di infiammazione di base costantemente più bassi.

Se però il paragone è con ventenni sedentari, sono i giovani ad avere i valori più bassi in assoluto. In questo caso la giovinezza batte l’allenamento.

Per chi considera il movimento un compagno di vita, dal sentiero alla corsa, il messaggio va letto con equilibrio.

L’allenamento non ferma il tempo, ma chi non si ferma mai sembra invecchiare con un carico infiammatorio più leggero di chi resta fermo.

E le ricerche precedenti ricordano che quel vantaggio svanisce quando si smette.

A fare la differenza, più di una singola stagione intensa, è la continuità: allenarsi a un livello ragionevole e semplicemente non fermarsi.

 

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