Stati Uniti: i Parchi Nazionali dell’Ovest

18 marzo 2020 - 4:37

“Vai all’Ovest, ragazzo….” È stata per quasi un secolo, dai primi dell’Ottocento agli inizi del Novecento, la parola d’ordine che ha portato nelle regioni occidentali degli Stati Uniti milioni di sognatori e disperati alla ricerca di una “terra promessa” di cui si favoleggiava l’esistenza oltre le grandi pianure centrali.

È il simbolo dell’epopea del West, degli scontri epici tra la voracità di terre e ricchezze dei coloni bianchi e le autoctone civiltà pellerossa, esempio insuperatodi sinergia e simbiosi con le forze della Natura.

Uno scontro di culture paradossali tra loro, che si sviluppò in uno dei territori più affascinanti e variegati del pianeta, culminato con la scomparsa, nella pratica, di società tribali che avevano al centro della loro esistenza un rapporto equilibrato e corretto con l’ambiente.

Una sorta di “prefazione” alla storia contemporanea che oggi ci mette, con tempi e modi sempre più pressanti, di fronte alla scelta di fare volontariamente qualche passo indietro nella nostra frenesia isterica di consumare le risorse naturali del mondo in cui viviamo, per lasciare almeno una speranza alle future generazioni, oppure accettare l’ineluttabilità di una nostra probabile e prossima estinzione, da noi stessi provocata.

Personalmente sono certo che tentare di condizionare le stagioni, sfidare la Natura rubando spazi alle foreste e ai mari, costruire città nei letti naturali dei fiumi o sulle falde dei vulcani, violentare la terra e l’acqua per predarne le ricchezze, rappresenti soltanto un illusorio delirio di onnipotenza degli umani; tentativo, inutile, di sconfiggere con l’apparenza i mostri e le angosce che perseguitano l’Uomo.

Incredibile concentrato di sogni e fantasie rinchiuso in un corpo troppo fragile ed effimero.

Viviamo l’illusione di essere padroni del tempo e dello spazio, e non riusciamo ad accorgerci che, nonostante le ferite a volte anche profonde che abbiamo inferto al mondo che dovrebbe accoglierci, crescerci, nutrirci, la Natura ci sopravviverà.

Le Montagne, il Vento, il Mare, la Pioggia, il Sole, le Stagioni, la Pietra e fortunatamente moltissime specie animali e vegetali vivono una loro esistenza fatta di tempi e ritmi millenari, totalmente insensibili alle nostre sfide, indifferenti alle nostre apparenti vittorie ed anche alle nostre paure.

Non si accorgono neppure del nostro esistere, e solo la nostra infinita presunzione ci fa credere di poter essere padroni della vita e del mondo che ci gira intorno.

 

Un viaggio nella natura

Scoprire i Parchi dell’Ovest è un’avventura straordinaria, alla portata di chiunque abbia un paio di settimane di tempo e la voglia di guidare per qualche migliaio di chilometri attraverso Colorado, Utah, Arizona, Nevada e California.

Una specie di moderna “Gold Rush”, una corsa all’oro che ha per obiettivo scenografie naturali capaci, spesso, di lasciare senza parole e pensieri.

Il mio itinerario parte da Denver, una sorta di “punto centrale” ai margini occidentali delle grandi pianure che occupano tutta la parte centrale del continente nordamericano, per terminare ai bordi dell’Oceano Pacifico nella leggendaria cornice della baia di San Francisco.

Arches National Park

Col muso del camper rivolto a Occidente, superiamo la barriera frastagliata delle Rocky Mountains per poi scendere nella regione dei canyons, in gran parte compresa dentro i confini dello Utah.

Dopo il passaggio nel Parco Nazionale di Canyonlands, un primo, entusiasmante sguardo d’insieme a questa terra sublimato nel panorama straordinario che si vive dal Dead Horse Point, sorta di belvedere sospeso nell’aria tra forre corrose dal tempo e dall’acqua che sembrano sprofondare nel ventre molle della Terra, arriviamo all’Arches National Park.

Cento milioni di anni di lavoro incessante dell’acqua e del ghiaccio, in questo territorio oggi caldo e desertico, hanno creato scenografie irreali fatte di costruzioni rocciose dai colori vivi, rosso, giallo, arancio, stagliate nell’azzurro profondo del cielo.

Sono oltre 2000 gli “archi di pietra” censiti nel territorio del parco, da pochi metri di ampiezza agli oltre cento del Landscape Arch, e nel gioco incessante della Natura ogni giorno se ne formano di nuovi mentre altri crollano collassando su se stessi.

 

Alcune scenografie di questi luoghi, come il Delicate Arch, sono ormai eterne nella nostra immaginazione, consacrate da molti film dell’epopea western; per secoli sono stati un punto di riferimento per gli Indiani d’America, che arrivavano fin qui per i loro riti propiziatori. Ancora oggi si possono ammirare segni dei loro passaggi nelle pittografie e petroglifi che si trovano tra queste rocce.

 

Vivere il parco –  Quasi infiniti i sentieri che si possono percorrere alla scoperta di questo tesoro geologico, che all’alba si esalta di colori sconosciuti anche alla più sofisticata fotocamera, e bisogna catturare soltanto con gli occhi e nascondere tra le fantasie.

Tuttavia clima e caratteristiche del territorio suggeriscono di muoversi con estrema attenzione, perché è molto facile perdersi nell’intrico di canyon e gole che serpeggiano tra enormi massicci rocciosi; d’estate le temperature superano abbondantemente i 40°, e per muoversi a piedi una giornata è “obbligatorio” avere con se almeno quattro litri d’acqua a persona, perché l’aria secca del deserto disidrata molto velocemente.

 

Molta attenzione va prestata anche ai serpenti velenosi, che qui sono a casa loro!

Le biciclette possono percorre solo alcuni itinerari, espressamente segnalati. L’arenaria, roccia di cui è composta tutta l’area, è pericolosa, perché si sbriciola facilmente; fare sempre attenzione camminando a mezzacosta, e procedere solo sui sentieri segnalati.

Non ci sono strutture fisse all’interno del parco, è possibile campeggiare nei luoghi autorizzati pagando una fee d’ingresso; in alta stagione (luglio/agosto) i campeggi sono sempre pieni e senza prenotazione è impossibile dormire nel cuore del parco. Devils Garden Campground, aperto tutto l’anno, offre 52 posti per campeggiare con acqua e bagni.

Info:
Arches National ParkP.O. Box 907 Moab, UT – tel 84532-0907 / 435-719-2299www.nps.gov/arch

 

Antelope Canyon

A cavallo tra Utah e Arizona, il lago Powell è la rappresentazione di quanto l’uomo è in grado di “modificare” anche se temporaneamente rispetto alle ere infinite del pianeta, la geografia di un luogo… bloccato da una grande diga nei pressi di Page, città nata negli anni ’50 del secolo scorso proprio per la realizzazione dell’imponente opera idraulica, il fiume Colorado ha riempito un immenso canyon, creando una nuova, artificiosa meraviglia: il lago Powell.

Simbiosi di scenari di roccia e il blu cobalto dell’acqua, dopo aver contribuito alle esigenze idriche di gran parte dell’Ovest americano, oggi questo capolavoro di ingegneria deve fare i conti con la diminuzione della portata d’acqua del fiume, creando grande preoccupazione a tutta la società umana che attorno a questa ricchezza è cresciuta.

In pochi anni, infatti il livello dell’acqua, dopo essere rimasto costante per quasi mezzo secolo, sta velocemente scendendo anticipando preoccupanti scenari, legati indissolubilmente ai cambiamenti climatici. Per il momento, però questo resta ancora un grandioso sfoggio di prepotenza da parte dell’uomo…

A pochi chilometri da Page, nascosto tra le sabbie del deserto, si cela uno degli spettacoli più affascinanti della natura di queste regioni: l’Antelope Canyon, luogo sacro degli indiani Navajos, riscoperto casualmente poche decine di anni fa da un pastore locale che in cerca delle sue bestie si era inoltrato in uno stretto e oscuro cunicolo tra le rocce.

La magia di questo luogo, un budello di rocce grigie lungo qualche centinaio di metri, scavato dall’acqua nella piattaforma sabbiosa dell’altipiano, si rivela tra le 11 e le 13 di ogni giorno… i raggi del sole penetrano nell’angusta fessura, larga pochi metri, e illuminano di colori irreali l’ambiente.

La roccia scura si incendia in mille tonalità di giallo, rosso e ocra, arancio e viola.

La luce disegna un’opera d’arte effimera, che scompare appena il sole si sposta abbandonando la stretta cicatrice incisa nelle rocce sommitali.

Vivere il Parco – L’Antelope Canyon si trova sulla Highway 98 che porta verso sud; non ci sono grandi segnalazioni, ma è facile trovarlo.

Questa meraviglia naturale è monopolizzata dagli indiani Navajos, proprietari di queste terre, che hanno ben saputo sfruttare questa fortuna; l’ingresso al canyon, infatti, si paga profumatamente e la visita guidata, dopo un breve tragitto in fuoristrada, dura solo una mezz’ora.

Con doppia quota, circa 50 dollari, è possibile partecipare al “tour fotografico” che dura un po’ di più. Le ore per visitare il canyon nel suo massimo splendore sono quelle centrali, tra le 11 e le 13.

Info:
Lake Powell Navayo Tribal Park – P.O. Box 4803 Page, AZ 86040 – tel 928-698-280 

 

Il Grand Canyon

Le dimensioni della più grande frattura sulla crosta del pianeta, anche se anticipate nell’immaginazione da infinite scenografie ammirate sui libri e nei film che raccontano il Wild West, lasciano senza parole.

Il fiume Colorado, una specie di rigagnolo paragonato all’immensità delle pareti del canyon, in pochi milioni di anni è riuscito a realizzare un’opera immane, erodendo nell’arenaria colorata dell’altipiano una voragine larga mediamente 15 chilometri e profonda 1500 metri, lunga ben 450 chilometri in direzione est/ovest.

“Turisticamente”, il Grand Canyon è diviso in due zone: North Rim (sponda nord) e South Rim (sponda sud), quest’ultima semidesertica ma più scenografica e perciò ricca di strade, infrastrutture e posti dove dormire. Sul versante opposto, invece, grandi foreste di conifere e relative difficoltà di accesso regalano momenti unici agli amanti della wilderness.

Dal Centro Visitatori del South Rim partono numerosi sentieri; per la maggior parte dei turisti la camminata si snoda lungo il ciglio dell’immenso burrone, offrendo scorci e scenografie uniche, per gli escursionisti esperti c’è invece la possibilità di scendere fino al fondo del canyon e arrivare al “Phantom Ranch”, situato in una gola laterale del canyon, dove prenotando è possibile pernottare; un’esperienza unica, che richiede un paio di giorni di cammino in uno degli ambienti naturali più straordinari del pianeta.

Vivere il parco – Non sperate di poter “vivere” il Grand Canyon in solitudine, ascoltando solo l’incessante sibilo del vento tra le rocce… è uno dei luoghi più frequentati dai turisti, ma è altrettanto vero che la sua grandiosità permette di estraniarsi dalla folla che viene costantemente riversata in ogni punto del South Rim dal servizio bus, il miglior mezzo per conoscere questa meraviglia della Natura.

Lasciata l’auto in uno dei tanti parcheggi, infatti, si può salire e scendere dove si vuole lungo tutta l’area attrezzata per le visite, oppure farsi portare al capolinea presso il Centro Visitatori e percorrere a piedi – soluzione consigliata –  tutto il percorso attrezzato.

Anche se i chilometri sono pochi, è possibile impiegare una giornata intera se si vogliono scoprire e ammirare solo alcuni degli straordinari punti di osservazione sulle incredibili linee del Grand Canyon, che al tramonto si trasformano in ogni istante seguendo i raggi di luce che sfuggono verso i crinali più alti di guglie  e creste.

Info:
Grand Canyon National Park – P.O. Box 129 Grand Canyon – AZ 86023 / tel 928-638-7888