Castell’Arquato, il banchetto della storia

18 marzo 2020 - 10:32

È forse dalla Rocca Viscontea di fronte a colline, viti e casali, tra avanzi spettrali di antiche dominazioni, che il celebre librettista “scapigliato” Luigi Illica si lasciò ispirare per dare voce alla lirica di Puccini e Mascagni.
Tra queste pietre c’è una storia di secoli, storia dell’uomo che si fa lotta e connivenza di poteri, civile e religioso. È soprattutto il Medioevo ad essere rimasto impastato nei muri delle case, una appiccicata all’altra, attorno al castello del signore, nella piazza che compare improvvisa, premio per la salita sulla cima del colle. Lo sguardo si incanta, rapito, avvinto. La Pieve, il Palazzo, la Rocca, la collina, una musica insolita nella prosperosa terra padana, un silenzioso e sacro cinguettio di asce e fiati. Il “secolo buio”, fatto da re, editti, corti, monasteri e insieme dal grano, dai frutti della terra, dai giochi, dal vino e dalla vite, è scolpito nella morbidezza di queste terre “vineate” dei possedimenti della Chiesa, parola di Papa Paolo III Farnese. Giochi lievi che si ricreano ogni anno nei canovacci del banchetto medioevale di fine estate: ognuno la sua parte, il pontefice, il duca, il re e tutta la comunità medioevale, con le massaie che tirano la pasta e sgozzano i polli. Costumi antichi, sapori, modi di degustazione, l’uso esclusivo del coltello, del cucchiaio di legno e delle mani per mangiare i tortelli tenuti per la coda in un’autentica serata fatta di baldoria e sacralità. Polli, pomi, castagne, erbaggi, pasta di frumento, torte, tortelli (turtei cu la cua), frittelle (turtlit), lepre, fagiano, beccaccia. Pasti frugali come un tempo volevano i monaci, solo ciò che era allevato e coltivato. Con i Crociati dalla Palestina arriveranno lo zucchero e i dolci. Poi selvaggina, piccioni, carni di maiale e coniglio, raramente consumati alla mensa quotidiana. Serbati per i pranzi tradizionali di Pasqua, Natale, della festa del patrono, per il ritorno dei parenti o alle tavole dei Re. Nell’orto grande spazio a fagioli e cipolla, che non richiedono il tempo di essere accuditi e ai pomodori, conservati in bottiglie, per l’uso invernale, oppure attaccati ai soffitti dei granai. Sono questi gli ingredienti, con il pane raffermo, con cui da anni immemorabili vengono cucinati i piacentini pisarei e fasö: una sorta di minuscoli gnocchi fatti con pane, acqua e farina e conditi con pomodoro soffritto e fagioli. Ad essi negli anni sono stati accompagnati il “cappello del prete”, la picula d’caval, lo stracotto, la coppa arrosto, il tasto, i ciccioli, il culatello, il lardo, il salame gentile, i salamini alla cacciatora, il salame da cuocere, la ribiola, sicuramente più nota come furmai nis.

Appunti di viaggio
COME ARRIVARE
In auto: autostrada A1 uscita Fiorenzuola d’Arda, poi Ss.9 fino al secondo semaforo del paese. Qui svoltare a destra per Castell’Arquato.
In corriera: Autolinee Tempi, da Piacenza Autostazione

INDIRIZZI E NUMERI UTILI
Uffico Turistico: tel. 0523.803091
Comune di Castell’Arquato: tel. 0523.803702
Pro Loco Castell’Arquato: tel. 0523.804181
Museo Luigi Illica: tel. 0523.803035

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