Patagonia torna a sfidare Donald Trump nelle aule di giustizia.
Il 2 settembre 2026 la nota azienda di abbigliamento e attrezzature outdoor, insieme a diverse organizzazioni ambientaliste, ha presentato ricorso contro il presidente degli Stati Uniti davanti al tribunale federale del Distretto di Columbia, a Washington.
Al centro della contesa c’è il drastico ridimensionamento del Bears Ears National Monument, un’area protetta dello Utah che il 13 luglio 2026 è stata ridotta da 1,31 milioni di acri (circa 530.000 ettari) a circa 121.000 acri (poco meno di 49.000 ettari), un taglio pari al 91% della superficie originaria.
Per i ricorrenti la decisione è illegale. La tesi è che l’Antiquities Act, la legge del 1906 che consente al presidente di istituire un monumento nazionale, non gli attribuisca il potere di ridurne le dimensioni.
Il tribunale scelto non è casuale: è lo stesso che nel 2017 aveva ricevuto una causa analoga, sempre sul Bears Ears e sempre contro la prima amministrazione Trump.
Accanto a Patagonia Works, la società che controlla il marchio, figurano la Conservation Lands Foundation, Utah Diné Bikéyah, Archaeology Southwest, The Access Fund, A’Nuche, il National Trust for Historic Preservation e la Society of Vertebrate Paleontology: associazioni che riuniscono difensori delle terre pubbliche, archeologi, paleontologi, arrampicatori e rappresentanti delle comunità indigene per le quali quei territori sono sacri.
La causa di Patagonia non è isolata. Anche Earthjustice, organizzazione di avvocati ambientalisti, e il Natural Resources Defense Council (NRDC) hanno depositato separatamente in tribunale federale le proprie istanze contro la riduzione del monumento.
Le nuove iniziative legali non partono da zero.
Nel 2017 Patagonia era già stata tra i soggetti che avevano fatto causa all’amministrazione Trump dopo un primo taglio del Bears Ears.
Quei procedimenti erano stati chiusi in via amministrativa nel 2021, quando il presidente Joe Biden aveva ripristinato i confini originari del monumento.
Invece di aprire cause completamente nuove, i ricorrenti chiedono ora di riattivare i fascicoli di allora e di integrarli con la contestazione del provvedimento più recente.
Lo ha spiegato Rob Tadlock, vice responsabile dell’ufficio legale di Patagonia, alla rivista americana Outside: “Oggi, insieme ai partner della conservazione, ci siamo mossi per revocare la sospensione e integrare il ricorso includendo l’ultimo proclama del presidente Trump, che riduce Bears Ears del 91%”.
Il 13 luglio Trump ha firmato un ordine che ridimensiona sia il Bears Ears sia il vicino Grand Staircase-Escalante National Monument, entrambi nello Utah, per un totale di quasi 3 milioni di acri (circa 1,2 milioni di ettari) sottratti alla protezione.
Le due aree restano così a una frazione della loro estensione originaria. Le tutele sui confini precedenti decadranno l’11 settembre.
Nel testo del provvedimento il presidente sostiene che la designazione del monumento “presenta diversi difetti rispetto all’Antiquities Act”, in particolare perché i nuovi monumenti nazionali dovrebbero occupare “l’area più piccola compatibile con la corretta cura e gestione degli oggetti da proteggere”.
Il proclama afferma inoltre che la designazione non era necessaria per tutelare molte delle risorse storiche e scientifiche presenti.
Durante la cerimonia della firma Trump ha descritto così il Bears Ears: “Non si può fare niente. Non si può andare a caccia. Non si può pescare. Non si può fare niente. Praticamente non ci si può nemmeno camminare sopra”.
La risposta dell’azienda è arrivata con una dichiarazione del 2 settembre firmata dall’amministratore delegato Ryan Gellert:
“Dire, come ha fatto il presidente, che i visitatori ‘praticamente non possono nemmeno camminare’ sui monumenti è più di un’iperbole. È semplicemente falso. I visitatori possono fare escursioni, trekking, mountain bike, arrampicata (soprattutto a Bears Ears), canyoning, rafting, pesca e la lista continua”.
Le associazioni ambientaliste sostengono che la riduzione mette a rischio ecosistemi fragili e minaccia terre sacre per le tribù indigene locali.
Nel frattempo, secondo quanto riportato dal New York Times, entro metà agosto erano già state registrate almeno nove concessioni minerarie all’interno dei vecchi confini del monumento, prima ancora che le tutele siano formalmente decadute.
Thomas Delahanty, avvocato di Earthjustice coinvolto nel procedimento del 2026, ha dichiarato a Outside che la causa potrebbe richiedere mesi per arrivare a una conclusione e che la preoccupazione principale del suo ufficio riguarda proprio ciò che accadrà dall’11 settembre in poi.
“Il fatto che le compagnie minerarie non siano riuscite nemmeno ad aspettare che passassero i 60 giorni di rinvio la dice lunga sul rischio di danni ai siti culturali insostituibili, alla fauna unica e ai paesaggi dei monumenti”, ha affermato il legale.
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