Chi cammina su un sentiero di montagna raramente si chiede chi lo abbia segnato, chi lo mantenga percorribile o quale storia percorra quei metri di terra battuta.
Eppure i sentieri italiani sono molto più di tracciati nel bosco: sono infrastrutture vive, eredità di secoli di transumanza e collegamento tra comunità, e oggi rappresentano una delle risorse più sottovalutate del turismo di territorio.
Prima di parlare di gestione e valore, vale la pena partire da una definizione precisa.
Secondo l’articolo 3 del Codice della Strada, un sentiero è una “strada a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni e di animali”.
La giurisprudenza lo descrive come un tracciato che “si forma naturalmente e gradualmente per effetto del calpestio continuo e prolungato”.
Un emendamento del 31 agosto 2017 ha introdotto distinzioni più nette: si parla di sentiero quando la larghezza non supera 1,2 metri, ovvero la misura necessaria a garantire il passaggio di una persona alla volta, si parla invece di mulattiera quando la larghezze arriva a 2,5 metri, dimensionata per gli animali da soma.
Una distinzione tecnica che ha implicazioni pratiche sulla gestione e sulla normativa applicabile.
Il Club Alpino Italiano, fondato a Torino nel 1863 da Quintino Sella, gestisce oggi una rete stimata di circa 60.000 chilometri di sentieri.
Una cifra che dà la misura della scala dell’impegno: non un’attività di nicchia, ma un sistema infrastrutturale paragonabile per estensione a molte reti stradali regionali.
Dal 1996, la Commissione centrale per l’escursionismo del Cai ha stabilito criteri uniformi per la segnaletica, rendendo i segnavia bianco-rossi il simbolo riconoscibile dell’escursionismo italiano.
La segnaletica di un percorso – Foto Getty Images
Nel 2003 è stato pubblicato il manuale Catasto dei Sentieri, strumento di standardizzazione della gestione su scala nazionale.
Nel 2007 è stato lanciato il progetto REI (Rete Escursionistica Italiana), con l’obiettivo di sviluppare reti sentieristiche uniformi su scala provinciale e regionale.
Accanto al Cai anche la Federazione Italiana Escursionismo coordina attività di volontariato per la manutenzione della rete.
È grazie a queste reti di volontari che la maggior parte dei sentieri italiani rimane percorribile, in assenza di finanziamenti pubblici strutturali adeguati.
Esiste un malinteso diffuso: l’idea che aprire sentieri significhi portare pressione antropica in ambienti che andrebbero lasciati intatti. In realtà, nel contesto italiano, vale il ragionamento opposto.
A differenza dei parchi nordamericani, l’Italia non dispone di vere aree wilderness rimaste inalterate.
Il territorio montano e rurale italiano è il risultato di secoli di presenza umana, con paesaggi plasmati dall’agricoltura, dalla pastorizia e dalla silvicoltura.
In questo contesto, i sentieri funzionano come strumento di controllo e tutela dell’ambiente: guidano il flusso escursionistico su percorsi definiti, evitando che la pressione si diffonda in modo incontrollato su aree non attrezzate.
La maggior parte dei sentieri non è nata per l’escursionismo: sono le antiche direttrici di collegamento tra paesi e alpeggi, i percorsi di transumanza, le vie di accesso ai campi e ai boschi.
Recuperarli significa recuperare una memoria territoriale che rischiava di sparire con lo spopolamento delle aree interne.
Un sentiero sul lago di Como – Foto Getty Images
Ma il valore non è solo culturale.
I sentieri sono oggi un volano economico per le aree rurali e montane: alimentano il lavoro di guide escursionistiche, strutture ricettive, operatori del turismo verde, produttori enogastronomici e artigiani locali.
La rete sentieristica è, in questo senso, un’infrastruttura turistica a tutti gli effetti con costi di manutenzione relativamente contenuti rispetto all’indotto che genera.
Non tutto ciò che è stato fatto in nome della valorizzazione sentieristica ha funzionato.
Negli anni ’90, diversi enti di promozione turistica commisero errori che oggi pesano ancora sulla qualità di alcune reti:
Un’eccezione fu il Trentino, che impose standard specifici sin da quegli anni: pendenza inferiore al 20%, fondo non erodibile e larghezza sufficiente a garantire la coesistenza di diverse attività. Un modello che molti altri territori avrebbero potuto seguire prima.
Le priorità che emergono dall’esperienza accumulata sono chiare.
Prima di aprire nuovi tracciati, è necessario recuperare e mantenere la rete esistente, garantendo disponibilità continuativa di risorse umane e finanziarie.
Gli interventi strutturali importanti , come il consolidamento di versanti, rifacimento di opere murarie, sistemazione di guadi, devono essere affidati a Comuni, Province e Regioni, non lasciati al volontariato.
E la rete va dimensionata alle effettive capacità economiche e umane del territorio che la ospita: meglio pochi sentieri ben mantenuti che una rete estesa e impercorribile.
Chiunque frequenti i sentieri può contribuire in modo concreto: seguire i segnavia, evitare scorciatoie che erodono i versanti, segnalare danni a Parchi e CAI. La cura di un sentiero inizia prima ancora di metterci piede.
I sentieri italiani portano il peso di una storia lunga secoli e la responsabilità di un futuro che dipende da quanta attenzione siamo disposti a dedicare a ciò che abbiamo già.
Non è una questione tecnica: è una scelta di campo su quale tipo di rapporto vogliamo costruire con il territorio che attraversiamo.