Cosa sono i sentieri e a cosa servono? 60.000 km di patrimonio invisibile

Il Cai gestisce una rete di circa 60.000 chilometri di sentieri che attraversa l'intero territorio nazionale. Tracciati storici, strumenti di tutela ambientale e motori di sviluppo economico per le aree interne: ecco perché meritano più attenzione di quanta ne ricevono

10 aprile 2026 - 14:43

Chi cammina su un sentiero di montagna raramente si chiede chi lo abbia segnato, chi lo mantenga percorribile o quale storia percorra quei metri di terra battuta.

Eppure i sentieri italiani sono molto più di tracciati nel bosco: sono infrastrutture vive, eredità di secoli di transumanza e collegamento tra comunità, e oggi rappresentano una delle risorse più sottovalutate del turismo di territorio.

Cosa dice la legge: la definizione di sentiero

Prima di parlare di gestione e valore, vale la pena partire da una definizione precisa.

Secondo l’articolo 3 del Codice della Strada, un sentiero è una “strada a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni e di animali”.

La giurisprudenza lo descrive come un tracciato che “si forma naturalmente e gradualmente per effetto del calpestio continuo e prolungato”.

Un emendamento del 31 agosto 2017 ha introdotto distinzioni più nette: si parla di sentiero quando la larghezza non supera 1,2 metri, ovvero la misura necessaria a garantire il passaggio di una persona alla volta, si parla invece di mulattiera quando la larghezze arriva a 2,5 metri, dimensionata per gli animali da soma.

Una distinzione tecnica che ha implicazioni pratiche sulla gestione e sulla normativa applicabile.

Il CAI e i 60.000 chilometri della rete italiana

Il Club Alpino Italiano, fondato a Torino nel 1863 da Quintino Sella, gestisce oggi una rete stimata di circa 60.000 chilometri di sentieri.

Una cifra che dà la misura della scala dell’impegno: non un’attività di nicchia, ma un sistema infrastrutturale paragonabile per estensione a molte reti stradali regionali.

Dal 1996, la Commissione centrale per l’escursionismo del Cai ha stabilito criteri uniformi per la segnaletica, rendendo i segnavia bianco-rossi il simbolo riconoscibile dell’escursionismo italiano.

Nel 2003 è stato pubblicato il manuale Catasto dei Sentieri, strumento di standardizzazione della gestione su scala nazionale.

Nel 2007 è stato lanciato il progetto REI  (Rete Escursionistica Italiana), con l’obiettivo di sviluppare reti sentieristiche uniformi su scala provinciale e regionale.

Accanto al Cai anche la Federazione Italiana Escursionismo coordina attività di volontariato per la manutenzione della rete.

È grazie a queste reti di volontari che la maggior parte dei sentieri italiani rimane percorribile, in assenza di finanziamenti pubblici strutturali adeguati.

I sentieri come strumento di tutela, non di invasione

Esiste un malinteso diffuso: l’idea che aprire sentieri significhi portare pressione antropica in ambienti che andrebbero lasciati intatti. In realtà, nel contesto italiano, vale il ragionamento opposto.

A differenza dei parchi nordamericani, l’Italia non dispone di vere aree wilderness rimaste inalterate.

Il territorio montano e rurale italiano è il risultato di secoli di presenza umana, con paesaggi plasmati dall’agricoltura, dalla pastorizia e dalla silvicoltura.

In questo contesto, i sentieri funzionano come strumento di controllo e tutela dell’ambiente: guidano il flusso escursionistico su percorsi definiti, evitando che la pressione si diffonda in modo incontrollato su aree non attrezzate.

L’origine storica e il valore economico

La maggior parte dei sentieri non è nata per l’escursionismo: sono le antiche direttrici di collegamento tra paesi e alpeggi, i percorsi di transumanza, le vie di accesso ai campi e ai boschi.

Recuperarli significa recuperare una memoria territoriale che rischiava di sparire con lo spopolamento delle aree interne.

Ma il valore non è solo culturale.

I sentieri sono oggi un volano economico per le aree rurali e montane: alimentano il lavoro di guide escursionistiche, strutture ricettive, operatori del turismo verde, produttori enogastronomici e artigiani locali.

La rete sentieristica è, in questo senso, un’infrastruttura turistica a tutti gli effetti con costi di manutenzione relativamente contenuti rispetto all’indotto che genera.

Gli errori degli anni ’90 e le lezioni imparate

Non tutto ciò che è stato fatto in nome della valorizzazione sentieristica ha funzionato.

Negli anni ’90, diversi enti di promozione turistica commisero errori che oggi pesano ancora sulla qualità di alcune reti:

  • segnaletica non funzionale e non univoca,
  • adattamenti improvvisati di sentieri per mountain bike e ippoturismo senza le necessarie verifiche tecniche, con conseguenti danni ai fondi causati da pneumatici e zoccoli,
  • un’offerta ricettiva inadeguata a sostenere la diversificazione delle attività.

Un’eccezione fu il Trentino, che impose standard specifici sin da quegli anni: pendenza inferiore al 20%, fondo non erodibile e larghezza sufficiente a garantire la coesistenza di diverse attività. Un modello che molti altri territori avrebbero potuto seguire prima.

Come si gestisce una rete sentieristica oggi

Le priorità che emergono dall’esperienza accumulata sono chiare.

Prima di aprire nuovi tracciati, è necessario recuperare e mantenere la rete esistente, garantendo disponibilità continuativa di risorse umane e finanziarie.

Gli interventi strutturali importanti , come il consolidamento di versanti, rifacimento di opere murarie, sistemazione di guadi, devono essere affidati a Comuni, Province e Regioni, non lasciati al volontariato.

E la rete va dimensionata alle effettive capacità economiche e umane del territorio che la ospita: meglio pochi sentieri ben mantenuti che una rete estesa e impercorribile.

Chiunque frequenti i sentieri può contribuire in modo concreto: seguire i segnavia, evitare scorciatoie che erodono i versanti, segnalare danni a Parchi e CAI. La cura di un sentiero inizia prima ancora di metterci piede.

I sentieri italiani portano il peso di una storia lunga secoli e la responsabilità di un futuro che dipende da quanta attenzione siamo disposti a dedicare a ciò che abbiamo già.

Non è una questione tecnica: è una scelta di campo su quale tipo di rapporto vogliamo costruire con il territorio che attraversiamo.

 

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