La natura protegge dalle malattie? Cosa dice uno studio su un milione di persone

Una revisione di 46 studi internazionali ha indagato il rapporto tra natura e rischio di asma, allergie e diabete di tipo 1. La maggioranza delle ricerche suggerisce un effetto benefico degli ambienti naturali su salute e sistema immunitario

5 marzo 2026 - 18:42

Un tema che riguarda tutti, soprattutto chi cammina all’aperto

Asma, allergie, diabete di tipo 1, dermatiti: sono malattie sempre più diffuse nel mondo, che hanno in comune una csoa: un sistema immunitario che non funziona bene.

La scienza le chiama malattie immuno-mediate e da anni si interroga su un punto cruciale: vivere a contatto con la natura può ridurne il rischio?

A cercare una risposta è una revisione pubblicata nel dicembre 2024 sulla rivista scientifica Bmc Public Health, firmata da Polina Galitskaya e colleghi del Research Institute for Environmental Sciences (Portogallo), del Natural Resources Institute Finland e della Tampere University (Finlandia).

Il gruppo di ricerca ha analizzato 46 studi originali, pubblicati tra gennaio 2020 e febbraio 2024, ciascuno dei quali ha coinvolto da 144 a oltre 982.000 partecipanti.

Asma, rinite e diabete 1: cosa dicono gli studi

I dati di partenza sono eloquenti. L’asma potrebbe colpire oltre 400 milioni di persone nel mondo entro il 2027, e ogni anno causa più di 250.000 decessi.

La rinite allergica è la forma di allergia più comune a livello globale e incide pesantemente sulla qualità della vita e sulla produttività delle persone.

Il diabete di tipo 1 è tra i disturbi metabolici più frequenti nei bambini, con fattori ambientali che giocano un ruolo decisivo nell’evoluzione della malattia nei soggetti geneticamente predisposti.

A rendere gli studi sull’impatto della natura su queste malattie particolarmente urgente c’è un dato demografico particolarmente indicativo: oggi circa metà della popolazione mondiale vive in città, una percentuale destinata a salire al 65% entro il 2050.

Lo stile di vita urbano, con più inquinamento, meno movimento e minor contatto con la natura, è considerato un fattore di rischio rilevante per queste patologie.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

I 46 studi esaminati coprono quattro continenti: 22 sono stati condotti in Europa, 12 in Nord America, 10 in Asia e due tra Australia e Nuova Zelanda.

Di questi, 32 coinvolgono bambini, a conferma che l’infanzia è il periodo più delicato per lo sviluppo del sistema immunitario.

I risultati complessivi mostrano un quadro sfumato ma incoraggiante. Su 46 studi, 19 hanno verificato che chi vive vicino ad aree verdi presenta un rischio minore di sviluppare queste malattie.

In 20 casi i risultati sono stati giudicati non conclusivi o contraddittori. Sette studi, invece, hanno evidenziato un rischio aumentato per chi vive in prossimità della vegetazione.

Come si spiega questa apparente contraddizione? La risposta sta in gran parte nel tipo di verde e nel periodo dell’anno.

Non tutto il verde è uguale

Un punto chiave della revisione riguarda il modo in cui si misura la presenza di vegetazione. Lo strumento più usato è l’Ndvi, un indice che quantifica la presenza della natura in base alle immagini satellitari.

Viene impiegato nel 61% degli studi analizzati, ma presenta limiti importanti: non distingue tra una pineta e un prato, non rileva la diversità delle specie e non tiene conto di ciò che le persone vedono e toccano realmente a livello del suolo.

Due studi che hanno confrontato l’indice Ndvi con metriche più dettagliate hanno scoperto che è la diversità della vegetazione, e non la semplice quantità di verde, a influire sulla protezione dalla malattia.

Un dato che suggerisce come la qualità dell’ambiente naturale conti più della sua estensione. Anche la stagione fa la differenza.

Uno studio ha rilevato che l’esposizione al verde in primavera, quando il polline è al massimo, aumenta il rischio di rinite allergica, mentre l’esposizione estiva ha un effetto protettivo.

Le piante, infatti, agiscono in modo duplice: sono fonti di polline (che può aggravare allergie e asma) ma allo stesso tempo filtrano gli inquinanti atmosferici come il particolato fine e gli ossidi di azoto, noti per peggiorare le malattie respiratorie.

L’ipotesi che interessa chi vive all’aperto: la biodiversità microbica

Il meccanismo più affascinante emerso dallo studio è legato al mondo invisibile dei microrganismi.

Si chiama “ipotesi della biodiversità“, un’evoluzione della più nota “ipotesi dell’igiene” proposta da Strachan nel 1989 e sviluppata da Rook (2003) e von Hertzen (2011).

Il concetto di fondo è semplice: più il nostro corpo entra in contatto con microrganismi diversi, come quelli che vivono nel suolo, sulle piante, nell’aria, più il sistema immunitario impara a distinguere le minacce reali da quelle innocue.

Recenti studi sperimentali confermano questa tesi: è stato dimostrato che l’ambiente urbano riduce il trasferimento di microrganismi dal suolo alla pelle, che il microbiota cutaneo degli abitanti delle città è quindi meno diversificato.

L’esposizione ad ambienti naturali e boschi contribuisce ad arricchire il microbiota e a rafforzare la risposta immunitaria.

In pratica, camminare in un bosco, toccare la terra, respirare l’aria di una foresta ricca di biodiversità contribuisce ad “allenare” il nostro sistema di difesa.

Lo studio finlandese: un modello da seguire

Tra le ricerche più significative citate nella revisione spicca lo studio condotto dal team di ricerca finlandese della dott.ssa Noora Nurminen sul diabete di tipo 1.

I ricercatori hanno seguito nel tempo 10.681 bambini portatori di una predisposizione genetica alla malattia, dei quali 271 hanno effettivamente sviluppato il diabete di tipo mentre 384 hanno sviluppato autoanticorpi multipli associati alla malattia.

Seguiti dalla nascita (tra il 1994 e il 2013) fino a 15 anni o fino alla diagnosi, questi bambini rappresentano un campione ideale per capire come l’esposizione alla natura nelle fasi precoci della vita influenzi il rischio di malattia.

Secondo gli autori della revisione, selezionare soggetti con un rischio genetico confermato e seguirli nel tempo valutando il tipo di vegetazione con strumenti più accurati dell’NDVI, è l’approccio che potrebbe produrre le risposte più affidabili in futuro.

Una conferma per chi ama camminare nella natura

Benchè i dati attuali non permettono ancora di stabilire con certezza quanto e come il verde protegga dalle malattie del sistema immunitario, un dato di fondo emerge con forza da questa rassegna: l’esposizione regolare ad ambienti naturali ricchi di biodiversità è un alleato della salute, specialmente nei primi anni di vita.

La diversità microbica che respiriamo, tocchiamo e con cui interagiamo durante un’escursione nel bosco o una camminata in un parco contribuisce a costruire un sistema immunitario più equilibrato e resistente.

Per chi pratica trekking e attività all’aperto, è una conferma di ciò che il corpo percepisce a ogni uscita sul sentiero: immergersi nella natura non è solo rigenerazione mentale, ma un investimento concreto nella propria salute.

 

Leggi gli altri articoli su salute e benessere

 

_ Seguici sui nostri canali social!
Instagram –  Facebook – Telegram

 

Commenta per primo

POTRESTI ESSERTI PERSO:

Camminare rallenta l’invecchiamento: lo dice uno studio italiano

Camminare facendo puzzette fa bene: come si pratica la Fart Walk

Speed hiking: l’escursionismo veloce che funziona anche in città