Materassini da escursionismo

Si può fare a meno della tenda, si può anche fare a meno del sacco a pelo e passare ugualmente una buona notte di sonno sotto le stelle

27 aprile 2020 - 13:51

Provate però a coricarvi senza un materassino che vi separi dalla nuda terra e non impiegherete molto a capire cosa sia un duro bivacco!

Per l’escursionista che intende trascorre anche una sola notte outdoor, il materassino è sicuramente una delle comodità più irrinunciabili, senza la quale è davvero difficile associare la parola pernottamento alla parola riposo…

Il terreno “là fuori” non è sempre una morbida moquette e, anche qualora riusciste a trovare un bell’angolo di prato sul quale coricarvi, state sicuri che ci sarà sempre qualche gobba, qualche buca o qualche pietra, piazzata proprio nel punto più fastidioso! Poi anche la morbidezza del prato si paga e il prezzo è quello dell’umidità, nemico ancor più temibile della scomodità!

Infine il freddo: la capacità termica dei nostri indumenti e dei sacchi a pelo si basa sul fatto che le loro fibre (o piume) funzionano come cellette che formano attorno al nostro corpo un “cuscinetto” d’aria, la quale, essendo un pessimo conduttore, impedisce al calore di disperdersi.

Quando ci sdraiamo per dormire queste celle vengono inevitabilmente schiacciate e nulla impedisce al calore corporeo di migrare verso il terreno più freddo.

I materassini sono la soluzione più efficace sino ad oggi escogitata per rimediare a tutti questi mali che tormentano le ore notturne dell’escursionista.

Il loro non è un compito facile, dovendo eccellere in qualità che tendono ad escludersi a vicenda. Il nostro giaciglio portatile, infatti, deve essere morbido senza occupare troppo volume durante il trasporto, leggero e nel contempo robusto, resistente e isolante.

Lasciando perdere i classici materassi da spiaggia o da campeggio “organizzato” (cioè quelli che non tengono conto delle limitazioni di peso e volume legate all’utilizzo escursionistico), possiamo individuare tre principali famiglie di materassini:

I gonfiabili

A vederli sembrano solo una versione più smilza dei classici gonfiabili da spiaggia. In realtà sotto la pelle sintetica di questi materassi si nasconde un concentrato di alta tecnologia. Si tratta, infatti, di prodotti innovativi, arrivati sul mercato in anni recenti.

A differenza dei loro parenti “marittimi” le camere di questi gonfiabili non sono dei semplici “manicotti” vuoti, ma contengono un sistema di compartimenti a nido d’ape, realizzati con pellicole leggerissime e dal minimo ingombro.

In questo modo è possibile limitare i moti convettivi dell’aria contenuta nel gonfiabile, migliorando notevolmente la capacità di isolamento termico.


La struttura a celle tipica dei gonfiabili Thermarest NeoAir

I loro punti di forza sono sicuramente la comodità (5/6 centimetri di morbida camera d’aria, stabilizzata dalle celle interne, offrono un ottimo riparo dalle asperità del terreno), la leggerezza e la comprimibilità: sul mercato ci sono diversi prodotti che stanno tranquillamente al di sotto dei 500g e, una volta compattati, non occupano più spazio di una borraccia da 1 litro.

Per contro, si tratta pur sempre di “palloni gonfiati” e le possibilità che si buchino non si può mai del tutto scongiurare (anche se i marchi leader del mercato lavorano alacremente sul miglioramento della resistenza dei materiali).

Anche la capacità di isolamento termico è mediamente più bassa, rispetto a quella delle altre due tipologie di materassini, cosa che li rende meno consigliabili per l’utilizzo in climi freddi.

Gli autogonfiabili

Gli autogonfiabili si possono ormai considerare una “vecchia conoscenza” degli escursionisti, visto che sono sul mercato almeno da un paio di decine d’anni. Si tratta quindi di tecnologie e prodotti ormai ben collaudati e affinati.

In soldoni possiamo dire che un autogonfiabile è costituito da un materassino in schiuma infilato in un materassino gonfiabile. Il pannello di schiuma funziona come una spugna che, quando si apre la valvola, si espande aspirando l’aria all’interno.

Una volta chiusa la valvola, l’aria resta imprigionata nell’involucro gonfiabile. Il risultato è un materasso che, anche con spessori ridotti (2/3 cm), risulta morbido e confortevole, in quanto l’aria impedisce che la schiuma venga schiacciata dal peso del corpo.

Anche sotto l’aspetto delle “qualità” l’autogonfiabile è una via di mezzo fra le altre due famiglie di materassini.

In generale risulta, infatti, un poco più pesante e ingombrante dei gonfiabili, anche se, rispetto a questi, è più facile da gonfiare e sgonfiare e garantisce una maggiore robustezza (inoltre, anche qualora si bucasse, la presenza dello strato di schiuma consentirebbe un minimo di comfort).

Come abbiamo già detto, rispetto ai materassi in schiuma a celle chiuse, l’autogonfiabile offre sicuramente un maggiore comfort un minore ingombro. Inferiore è invece la capacità di isolamento termico, in quanto l’aria contenuta nel materassino ha a disposizione spazi più ampi e si possono quindi produrre maggiori movimenti convettivi, responsabili della dispersione del calore.

Materassini in schiuma espansa a celle chiuse (o CCF)

Nella grande famiglia dei materassini quelli in schiuma espansa sono sicuramente i più scomodi e i più ingombranti. Quando ci si corica sopra il peso del corpo schiaccia inevitabilmente la schiuma e il comfort va più o meno a farsi benedire.

Quando li si richiude il rotolone fuori dallo zaino è cosa inevitabile. Eppure, ancora oggi continuate a vederli lì, attaccati allo zaino o sotto il sedere degli alpinisti e degli escursionisti di tutto il mondo!

I perché di tanto successo sono subito spiegati:
1) A parità di fascia di utilizzo i materassi in schiuma sono meno costosi dei loro parenti più tecnologici;
2) Saranno anche scomodi, ma hanno pochi rivali in quanto a capacità di isolamento termico;
3) A meno che non li diate in pasto a un dobermann, è praticamente impossibile “romperli” o alterare le loro qualità;
4) Il rotolone appeso allo zaino sarà anche antiestetico e un po’ ingombrante, ma pesa un niente e potete maltrattarlo quanto volete… poi fa tanto “in to the wild”…

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