Portrait of a senior man with backpack sitting next to a lake admiring the view. Mature man taking a break from his hike and looking at the view.
Siamo tutti amici della natura, attenti a non lasciare traccia del nostro passaggio, però quando scappa, scappa.
E, di fronte agli impellenti bisogni della fisiologia umana, i buoni propositi ecologisti spesso vanno a farsi benedire.
Alzi la mano chi non ha mai lasciato in giro per boschi e prati un certo “ricordino” del proprio passaggio, magari con allegata carta igienica o fazzolettini.
Non bisogna mica essere così oltranzisti!…ci diciamo di solito per giustificarci.
È tutta roba naturale e anche la carta poi è biodegradabile, che vuoi che sia?
Invece non è così: camminiamo su sentieri spesso frequentati da centinaia di persone.
Spesso basta guardarsi un po’ intorno e annusare l’aria per capire che i nostri “lasciti” non hanno un impatto così trascurabile.
Che fare dunque?
Trattenersi dal lasciare traccia non è umanamente possibile e neppure consigliabile dal punto di vista della salute.
Possiamo però adottare 10 strategie che consentono di farla all’aperto ed essere felici e sostenibili.
Sul sentiero no, mai e poi mai.
La regola aurea è quella di allontanarsi almeno 30 metri dalla traccia e 60 dai corsi d’acqua o dalle zone di campeggio.
Ph.: Gettyimages/Wavebreakmedia
Questo per ridurre al minimo l’accumulo dei rifiuti a bordo sentiero, non rischiare di essere “colti sul fatto” da altri escursionisti in transito e, soprattutto, evitare rischi di contaminazione.
Ovviamente la regola va applicata cum grano salis: occorre stare molto molto attenti a dove si va quando si esce dal sentiero e, se l’orografia del luogo non è proprio delle più agevoli, state tranquilli che nessuno vi biasimerà per aver infranto la regola aurea.
Quando sentite il segnale – quel segnale – non fate gli eroi.
Fermatevi subito e cercate una zona adatta: temporeggiare, sperando che passi, è una strategia perdente.
Meglio spendere le ultime energie prima di perdere lucidità per trovare il luogo giusto, piuttosto che vivere un’intera giornata di disagio.
E non siate presuntuosi riguardo le vostre capacità di trattenere il “parto”, spesso ci si sopravvaluta, soprattutto in condizioni particolari come quelle in cui ci si trova durante un trekking.
Mantenete il sangue freddo, agite in fretta ma con metodo: la natura non aspetta, ma neanche perdona.
Farla dove batte il sole è meglio.
Non è una strategia per abbronzarsi mentre ci si libera, cogliendo due piccioni con una fava, né d’altra parte nessuna vieta di farla all’ombra dei boschi.
Il fatto è che l’azione diretta dei raggi solari agevola il processo di degradazione, oltre a rendere più rilassante la seduta.
Se potete, scegliete una posizione leggermente rialzata, con buona visuale intorno, per evitare sorprese durante l’atto.
Un appoggio naturale come una roccia, un tronco caduto o un lieve dislivello può rendere l’esperienza meno acrobatica e più stabile.
Anche l’equilibrio, in quei momenti, è un valore da non sottovalutare.
Prima di cominciare, controllate da che parte tira il vento.
Sembra un dettaglio secondario, ma in certi momenti può fare la differenza tra un’operazione dignitosa e una scena che sarebbe meglio non raccontare a nessuno.
Ph.: Gettyimages/IgorTsarev
Evitate creste, colli esposti, ghiaioni aperti e tutti quei posti in cui già si fatica a tenere fermo il cappello.
Il vento può spostare carta, sacchetti, fazzoletti e, nei casi peggiori, trasformare il vostro piccolo angolo appartato in un campo di battaglia.
Meglio scegliere un punto riparato, preparare tutto prima e tenere carta, sacchetto e disinfettante a portata di mano.
La natura sarà anche selvaggia, ma questo non significa che dobbiate affrontarla con i pantaloni calati e la carta igienica in fuga verso valle.
Se vi trovate in un bosco o in un prato, prima di effettuare il “deposito” scavate una buca profonda circa 15 centimetri e delle dimensioni adatte a “contenere il cadavere”.
Per farlo potete utilizzare un bastone o, ancora meglio, dotarvi di paletta adibita allo scopo, da portare sempre con voi nello zaino.
La profondità della buca non è casuale: una sepoltura troppo superficiale, infatti, lascerebbe trapelare l’olezzo, attirando l’attenzione di animali che potrebbero “riesumare il cadavere”.
Scavare più a fondo invece è inutile, in quanto i batteri che consentono la degradazione delle feci si concentrano nel terreno ad una profondità che solitamente non va oltre i 15 centimetri.
È una situazione frequente in alta montagna, dove il terreno morbido è sostituito dai ghiaioni o dalle distese di neve e ghiaccio e dove le condizioni ambientali certo non favoriscono la presenza dei batteri decompositori.
In questo caso occorre mettere in atto una strategia certo poco gradevole, ma molto efficace per velocizzare lo smaltimento dei rifiuti organici.
Ph.: Gettyimages/DEBOVE SOPHIE
Individuate una pietra piatta e larga, possibilmente in zona soleggiata.
Dopo aver depositato lì i vostri bisogni, provvedete a spalmarli utilizzando un bastone o una pietra più piccola.
In questo modo l’azione del sole e degli altri agenti atmosferici porterà rapidamente all’essiccazione della “torta” e alla sua dispersione.
Dopo avere “depositato il malloppo” e prima di chiudere la vostra buca, è bene mescolare feci e terreno utilizzando un bastone.
In questo modo si velocizza ulteriormente il processo di degradazione.
Dopo aver fatto tutto per bene – buca, deposito, copertura e mescolata – fate anche in modo che l’area torni il più possibile simile a com’era prima.
Rimpiazzate ramoscelli, foglie, sassi, senza creare “tumuli commemorativi” troppo visibili.
Più il posto è nascosto e naturale, più sarà invisibile agli occhi – e ai nasi – degli altri escursionisti.
Non è un modo per tenere viva la memoria del “defunto”, ma semplicemente l’abitudine più efficace per ridurre l’impatto visivo e ambientale del nostro passaggio.
È vero che, teoricamente, la carta impiega solo due settimane per completare il suo ciclo di decomposizione.
Ph.: Gettyimages/EvaL
Ma le nostre carte igieniche a doppio e triplo velo e i fazzoletti morbidi e resistenti dove mettere il naso (e non solo quello), quasi sempre sono il frutto di lavorazioni che ne allungano decisamente la vita.
Per non parlare poi delle salviette umidificate, che di cartaceo e biodegradabile hanno davvero ben poco!
Se volete essere davvero sostenibili quindi non resta che dotarvi di sacchetto da freezer a chiusura ermetica dove mettere carta e fazzoletti usati e portarli a casa con noi.
Se avete fatto tutto secondo le regole del vademecum potete ritenervi trekker sostenibili e avete di certo la coscienza pulita… forse però le mani un po’ meno.
Essenziale quindi è avere con voi del disinfettante, tipo la classica Amuchina, con cui lavarle accuratamente.
Se poi volete completare l’opera, sappiate che esistono veri e proprio bidet portatili per il trekking, come Culoclean
Fatto anche questo ultimo passaggio potrete finalmente riprendere il cammino.
Più leggeri nell’anima e nel corpo.
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