Essere escursionisti al tempo del COVID-19: nuove consapevolezze e buone prassi

27 aprile 2020 - 13:59

“La montagna è un modo di vivere la vita” Paolo Cognetti
“Prendiamoci virtualmente a braccetto e andiamo avanti” Roger Solomon

 

L’emergenza COVID-19 e i Decreti che ne sono seguiti, dal 23 febbraio scorso, hanno progressivamente spinto le associazioni di escursionismo ad annullare attività di gruppo presso le proprie sedi ed in ambiente.

L’impatto è stato probabilmente dirompente per molti di noi, abituati spesso a infilare gli scarponi una volta a settimana; una totale e sconvolgente sovversione delle nostre abitudini di escursionisti, che si è andata a sommare a quelle di lavoratori, genitori, figli, amici, fidanzati, a seconda dei casi singoli.

La parola “dirompente” non è casuale.

In chi pratica escursionismo è frequente riscontrare la cosiddetta motivazione intrinseca, cioè ci si impegna nell’attività per se stessa, per il piacere e la soddisfazione che derivano dal prendervi parte e non perché abbiamo altri fini o tornaconti, come accade nella motivazione estrinseca.

La motivazione intrinseca è correlata al benessere (Deci, 1971; Vallerand, Deci e Ryan, 1987; Ryan e Deci, 2000). Inoltre spesso gli escursionisti hanno una vera e propria passione, una forte inclinazione per l’attività in montagna.

Cioè il trekking è un’attività che piace, o addirittura che si ama, che si considera importante, in cui si investono tempo ed energia. In quanto passione, per molti l’escursionismo potrebbe essere considerato un’attività auto-definente (“selfdefining”), cioè potrebbe rappresentare le caratteristiche fondamentali della propria identità (Vallerand et al., 2003).

Se il trekking è un’attività perlopiù foriera di benessere e che contribuisce a darci un’identità, una sua privazione, improvvisa e per un tempo indefinito e imprevedibile, può generare un forte senso di spaesamento, di malessere e, alla lunga, di disagio.

L’intento di questo articolo è dare qualche spunto di riflessione e suggerimenti di buone prassi, affinché possiamo essere più attrezzati a gestire la sospensione delle attività in ambiente, attraverso una maggiore consapevolezza, a vantaggio del nostro benessere personale e relazionale.

Prima di tutto vi propongo un piccolo, importante lavoro di esplorazione e di presa di contatto con le emozioni che albergano o hanno albergato in noi in questi giorni. Si tratta di un intervento spesso utilizzato nel counseling.

Consiste nel provare a rispondere alle domande sotto riportate. Il suggerimento è di farlo in un momento in cui vi sentite abbastanza rilassati e avete un po’ di tempo per ascoltarvi e darvi attenzione.

  •  Come mi sento in questo momento, dopo settimane di assenza di escursioni?
  • Cosa provo di fronte all’impossibilità di andare in escursione?
  • Com’è stato per me apprendere che i trekking erano sospesi fino a data da destinarsi?

I vissuti potrebbero essere (prendo spunto dai miei): angoscia, senso di oppressione, impotenza, spaesamento, incredulità, rifiuto, negazione, dolore, tristezza, ambivalenza, rabbia, senso di colpa, paura, incertezza.

A ben vedere si potrebbe trattare delle emozioni tipiche della prima e seconda fase della rielaborazione del lutto (De Sanctis, 2013). Ed in effetti, al momento (non sappiamo per quanto), è venuto meno un aspetto fondamentale della nostra vita.

È importante dare un nome a ciò che si prova, riconoscere, accogliere e stare con le proprie emozioni, accettarle, non evitarle, né negarle e neppure controllarle, ma esprimerle in modo regolato. Questa esplorazione infatti ha lo scopo di favorire, attraverso la loro espressione, la regolazione delle emozioni, aspetto fondamentale per il nostro benessere personale e relazionale.

La regolazione delle emozioni, infatti, ci permette di evitare le tipiche risposte sottocorticali alle situazioni estreme, qui di seguito elencate. Attacco: ad esempio, se vedo un vicino di casa fuori col cane lo aggredisco, oppure pubblico sui social foto di persone ‘pizzicate’ a camminare o correre, con commenti denigratori.

Fuga: ad esempio, me ne frego del contagio e delle restrizioni e vado a farmi una corsa al parco. Congelamento: ad esempio, me ne sto ore e ore davanti alla tv o su internet, incapace di prendere una qualunque iniziativa.

Inoltre, esprimere e regolare le nostre emozioni, invece che negarle o sopprimerle, ci aiuta a ridurre la fatica mentale e quindi la percezione della fatica (Wagstaff, 2014; Marcora, 2015); aspetto che può tornarci molto utile nel mantenere un’aderenza all’attività motoria,
anche in questo momento.

In più, se siamo in grado di regolare le nostre emozioni riusciamo a connetterci con l’altro e a stare nelle nostre relazioni, sia che si tratti di familiari con cui si è costretti a convivere h24, in pochi metri quadrati; sia che si tratti di relazioni a distanza. E ciò è indice di
resilienza. (Stupiggia, 2014).

Per facilitare la regolazione delle emozioni emerse nel lavoro di esplorazione, il suggerimento è di esprimerle e condividerle con un compagno di escursione, di cui ci fidiamo e che percepiamo come empatico.

Nella solitudine, infatti, si può generare un’impasse del pensiero, che può diventare circolare e negativo e generare scenari disastrosi. L’angoscia può aumentare. Quando invece comunichiamo e ci sentiamo ascoltati, senza giudizio, il pensiero cupo assume dei connotati chiari e lucidi, esce dal vortice chiuso e ripetitivo perché si apre all’altro, ad altri pensieri e “a nuova linfa” (Liss, 2015; Stupiggia, 2020).

Se stiamo vivendo un lutto, perlomeno momentaneo, la terza fase della sua elaborazione può essere facilitata? Cioè posso favorire il patteggiamento con la realtà, la riorganizzazione, l’accettazione e l’adattamento a questa nuova situazione (De Sanctis, 2013)?

Dare un significato a quanto stiamo vivendo può aiutarci ad andare in questa direzione. Per esempio, a me aiuta pensare che non resto a casa contro il virus, ma per proteggere me e le persone che amo, per il mio paese, per l’umanità.

Pensare che ora, è vero, non stiamo esprimendo la nostra più profonda e più antica natura umana, cioè essere “animali da branco”, fisicamente attivi in ambiente naturale, costantemente in relazione ed interazione per il raggiungimento di “obiettivi condivisi” (Muzzioli Cocchi, 2019); ma contemporaneamente considerare, con Recalcati (2020), che “sapere restare, sapere restare a casa, sapere restare anche uniti di fronte alla violenza del male è ciò che ci rende umani oggi”.

Queste ed altre consapevolezze possono aiutarci ad accettare la realtà, motivarci e dare un senso alle nostre scelte, in un momento in cui il nostro orizzonte di senso è venuto completamente meno.

Ma come possiamo riorganizzarci? A quali risorse possiamo attingere per compensare l’assenza di attività motoria, socializzazione e contatto con la natura e quindi per favorire un nuovo adattamento e perseverare nel nostro benessere fisico, mentale e relazionale?

Seguono suggerimenti di buone prassi

ATTIVITÀ MOTORIA – Nelson Mandela può esserci di esempio. Narrano le cronache che, durante i ventisette anni di prigionia cui fu obbligato durante l’Apartheid, ogni giorno, nella sua cella, corresse per un’ora sul posto.

Camminare, correre entro le mura di casa, ballare, seguire classi di esercizi proposti dalle palestre, classi di yoga può aiutarci a mantenere una familiarità col nostro corpo.

Familiarità che tende a venire meno durante eventi estremi come questo, in cui il corpo può essere percepito – col protrarsi del distanziamento sociale e dell’assenza di contatto fisico reciproco – come un estraneo e alla lunga, un nemico. Teniamo presente che il
dolore attiva il sistema di allarme, il piacere corporeo lo placa (Stupiggia, 2016).

Quindi scegliamo un’attività motoria che percepiamo come piacevole.

Fare esercizio ci permette di sentirci in controllo, ci sentiamo più forti: in un momento come questo, in cui spesso il vissuto è di perdita di controllo, ciò risulta particolarmente importante (Solomon, 2020).

Di fronte all’imprevedibilità esterna possiamo rendere la nostra vita prevedibile, programmando ogni giorno uno spazio e un tempo per l’attività motoria.

Di fronte all’immobilità in cui ci sentiamo costretti, aspetto che potrebbe aumentare il senso di impotenza, possiamo praticare esercizio fisico, per esempio sollevamento pesi e flessioni, per aumentare il senso di agency (efficacia) e forza (Van der Kolk, 2020b)

Anche lo psicologo e alpinista Scoppola ci dà qualche utile consiglio: “la montagna è fatica, è salita, è un’esperienza del corpo. Questo può essere ricreato con la ginnastica, andando in bicicletta sui rulli, salendo più volte le scale del condominio” (Ardito, 2020).

 

SOCIALIZZAZIONE – Restare connessi, sintonizzati, avere cura dello nostre relazioni significative attraverso un uso intelligente dei nuovi media.

Chiamate, video-chiamate (meglio dei messaggi e delle email), non solo per scambiarci contenuti, ma come un consapevole aiuto reciproco nella co-regolazione delle emozioni, proprie di questo periodo.

Attraverso il tono della voce e le espressioni del volto dell’altro, possiamo migliorare il nostro radicamento e viceversa, ci possiamo sentire più al sicuro e questo può renderci più aperti, accoglienti, generosi gli uni verso gli altri. Facciamo sì che il distanziamento sociale non sia isolamento (Porges, 2020;Santerini 2020).

Noi esseri umani, infatti, siamo neuro-fisiologicamente e biologicamente programmati per cercare la vicinanza degli altri significativi nei momenti di stress: è confortante sentire altre persone quando stiamo male (Solomon, 2020). In questo momento però siamo di fronte al
paradosso che proprio quando avremmo più bisogno di avvicinarci agli altri ciò non è possibile.

E, dunque, cerchiamo conferma della nostra esistenza attraverso lo sguardo e la voce dell’altro, strutturiamo quotidianamente connessioni visive con familiari e amici: invitiamoci a pranzo su skype, diamoci un appuntamento per un caffè o aperitivo con video-chiamata, video-telefoniamoci (Van der Kolk, 2020a, 2020b).

La prossimità con l’altro ha l’effetto di calmarci se siamo agitati, incoraggiarci se siamo impauriti o demotivati: insieme all’altro sentiamo che “ce la possiamo fare” (Siegel, 2013; Stupiggia, 2000, 2014; Tronick, 2008).

 

CONTATTO CON LA NATURA –Andare in montagna significa sentire in faccia il vento e il sole, significa vedere un panorama. Questo lo possiamo in parte ricreare quando usciamo per strada o su un balcone. Qualcuno vede in lontananza le montagne, che in questi giorni sono ancora innevate”. Questo il suggerimento del già menzionato dott. Scoppola (Ardito, 2020).Se abbiamo il balcone possiamo affacciarci, godere dei raggi di sole, della vista di alberi o piante nostre.

Apriamo le finestre, aeriamo i nostri ambienti: in questo periodo, si registrano più bassi livelli di smog, approfittiamone! Ascoltiamo il canto degli uccelli, che forse riusciamo a percepire più distinto, non coperto dalle frenetiche e rumorose attività urbane, ora sospese.

E guardiamo foto di ambienti naturali, documentari, film che abbiano come setting la montagna. Infatti, secondo l’Attention restoration theory, (Kaplan, 1995),anche semplicemente guardare immagini di ambienti naturali può avere effetti rigeneranti a livello cognitivo (attenzione volontaria).

Forse, nel tentativo di riorganizzarci e trovare un nuovo adattamento, potremmo scoprire i cosiddetti effetti secondari della malattia, cioè il risvolto positivo di questa situazione e anche cosa c’è di prezioso in questo stop, cioè, come suggerisce Galimberti (2020),“approfittare delle disgrazie per crescere”.

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