Ai piedi dell’Alta Valle dell’Esino

18 marzo 2020 - 9:52

Poco fuori del centro storico di Fabriano, gli accoglienti giardini pubblici, punto di sosta e di ristoro di molti gitanti per la generosa ombra dei suoi alberi secolari, rappresentano il punto di ritrovo e di partenza del nostro piccolo gruppo. Ci riforniamo d’acqua e lasciando alle nostre spalle l’abitato di questa tranquilla ma indaffarata cittadina, ci dirigiamo verso l’incrocio della statale con la strada che salendo con ampie svolte le pendici del Monte Fano (889m), raggiunge l’imponente Monastero di S.Silvestro. Dopo pochi minuti, abbandonato l’asfalto per una breve scalinata e attraversato un quartiere residenziale immerso nel verde, imbocchiamo il “Sentiero delle Querce”, lungo il quale diversi esemplari secolari costituiscono veri e propri monumenti naturali. Il sentiero (100; segni bianco rossi) ci conduce fino all’abitato di Collepaganello superato il quale troviamo la “spianata dei Monticelli”: la “spiaggia” dei fabrianesi, che raggiungono, in auto purtroppo, per rilassarsi e prendere il sole. A monte dei campi di bocce (522m) entriamo in un rimboschimento a pino nero, dove le abbondanti pigne rosicchiate che si rinvengono a terra testimoniano la presenza di “voraci” scoiattoli e di qualche picchio. Seguiamo il sentiero fino ad incrociare ed attraversare la strada asfaltata, che lasciamo definitivamente all’altezza di una croce in cemento (622m), per inoltrarci di nuovo nel fitto bosco. Carpini neri, ornielli, aceri, maggiociondoli, rari faggi e preziosi agrifogli con un sottobosco il cui aspetto varia secondo le stagioni, arricchendosi ora di primule e ciclamini, orchidee maculate o cefalantere, circondano e profumano il nostro cammino su un fresco e comodo sentierino con il quale tagliamo il versante nord/est del Monte Fano. Qua e là riecheggia il richiamo/allarme della ghiandaia, molto comune nei boschi collinari, o la “risata”, quasi canzonatoria, del picchio verde difficile da individuare nella vegetazione nonostante il suo ciuffetto rosso. Ogni qualvolta la fitta vegetazione si apre, lo sguardo si posa sulla vallata di Attiggio, l’antico Attidium municipio romano, noto per il suo “potenziale” (perché scoperto, recuperato ma mai aperto al pubblico), interessante patrimonio archeologico.
Seguendo sempre il sentiero 100 arriviamo all’ampia sella di Capretta: qui sorgeva l’antica rocca dei Chiavelli, Signori di Fabriano (XIV sec.), ora scomparsa, ma che probabilmente si trovava nel punto in cui fino a qualche decennio fa erano ancora in piedi le mura di un casolare. Attraversiamo il bel prato fiorito, lasciando la strada bianca sulla nostra destra, e, proseguendo lungo un comodo sentiero, incontriamo in prossimità di un incrocio un’antica fonte. Prendendo, all’incrocio, la stradina centrale, percorriamo l’altro versante della valle in leggera discesa fino ad una presa d’acqua (550m ca) e risaliamo una ripida traccia (sentiero 118) nel bosco fino alla piccola chiesa dedicata a S.Verecondo, posta sulle pendici del monte di Paterno. Un rinvenimento raro ci elettrizza: abbiamo trovato sul sentiero un aculeo di istrice; questo animale non è molto comune nell’Appennino centrale dove ha iniziato a diffondersi solo da pochi decenni.
Alla chiesetta di S.Verecondo (XI-XII sec.) era affianca-to un monastero andato in rovina nella seconda metà del ‘300. I dipinti, che ne ornavano le pareti, opera di un non ben identificato Maestro di S.Verecondo che sembra abbia avuto un ruolo importante nella forma-zione del più famoso Gentile da Fabriano, sono ora conservati nella Pinacoteca civica. Ogni 10 maggio gli abitanti di Paterno, piccolo centro abitato ai piedi del monte, si recano fin quassù in processione avendo scelto il santo come loro patrono e, consumata una sostanziosa colazione a base di genuini prodotti locali, ritornano in paese dove continuano a festeggiare con giochi, balli e canti popolari. Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio è tradizione innalzare, a forza di braccia, al centro del paese un alto fusto di pioppo, “il maggio” appunto, tra bevute e stornelli: è la cerimonia del pianta e cantamaggio, tradizioni che affondano le loro radici nei riti pagani propiziatori della fecondità, ai quali il mondo cristiano ha dato altri significati, dedicandoli alla Vergine Maria.
Dopo la dovuta sosta a S.Verecondo ripartiamo in direzione dei pascoli del Monte Alto (921m) che raggiungiamo superando una successione di sellette poste sul crinale del “Serrone delle Pianacce”. Gli affioramenti rocciosi che ornano la testata della valle sono ricoperti qui come altrove nell’Appennino umbro-marchigiano da lembi di vegetazione sempreverde a leccio edaltre sclerofille come l’ilatro e il viburno che sulle rocce affioranti trovano il loro habitat ideale. Verso sud il panorama si apre sul cuore dell’Alto Esino in cui spicca la sagoma verde-azzurra del M.te Giuoco del Pallone. Ci abbassiamo rapidamente per Valle Toiano, fino al fondovalle ricco di acqua e pascoli, dove sorgeva l’abbazia benedettina di S.Angelo Infra hostia (XI sec.) distrutta nel 1443 e attualmente sostituita da stalle per l’allevamento del bestiame (550m). Lasciata alle spalle l’amena vallata dopo qualche minuto, incrociamo, alla nostra destra, una carrareccia (Le Rote) che sale ripida sul boscoso versante ovest del M.te Nardo (888m). Le rovine di Case Fonte la Valle, immerse nel silenzio quasi sacro del bosco, ci inducono ad una piccola sosta ed a riflettere su quali dovevano essere le condizioni di vita della gente che abitava, quasi in completo isolamento, queste montagne, così ricche di fascino e ricercate da noi cittadini moderni, ma sicuramente inquietanti ed ostili per chi un tempo le abitava.
Sempre in salita attraversiamo ampi pascoli in cui grandi cerri fanno da guardiani e godono delle coloratissime fioriture primaverili, insieme ai rari escursionisti che frequentano queste zone ed alle greggi. Arrivati all’ampio valico (ben segnalato dalla presenza di una casa forestale) tra pini ed abeti di un vecchio rimboschimento, una traccia prima esile poi più marcata ci permette di scendere verso Esanatoglia incrociando sul nostro cammino l’Eremo di S.Cataldo, in cui sono custodite le reliquie del “leggendario” Santo, che con un semplice gesto avrebbe salvato il paese da una disastrosa frana.
Dalla sua posizione ardita ed imponente tra le rocce che scendono aspre dalla cima del M.te Corsegno (998m) macchiate dal fogliame verde scuro di contorti e abbarbicati lecci, l’Eremo domina sulla bellissima Valle di S.Pietro, sull’antico centro abitato di Esanatoglia, circondato dalle mura, permettendo di spaziare con lo sguardo fino ai lontani Monti Sibillini.
Rinfrancati dalla stupenda vista che ci si offre, scendiamo al paese percorrendo la carrozzabile fino all’ex monastero di Fonte Bono (oggi funzionale struttura di ricezione per gruppi in soggiorno – Fondazione Ma.so.gi.ba.). Da qui una stradina a destra, con stretti tornanti ci fa arrivare fin sotto le mura del paese. Nello stesso momento il temporale, che da un po’ ci minacciava, incomincia a scaricarci addosso il suo “umido” contenuto e, ahi noi!, siamo costretti a ripararci in pizzeria dove, non resistendo al suo forte richiamo, ci tuffiamo su alcuni metri quadrati di pizza.

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