Ho iniziato a camminare per caso e non ho più smesso

"Ciascuno di noi può fare una rivoluzione, la mia è stata iniziate camminare! Un passo dopo l'altro la mia vita ha preso un altro ritmo." Un racconto breve di una vita cambiata grazie al potere del cammino e alla capacità di rallentare il proprio passo.

15 aprile 2021 - 15:28

Una vita in campagna

 

Sono nato negli anni ’80 in una paesino della campagna Toscana.

Ho vissuto li i primi anni della mia vita, fino alle scuole medie, per trasferirmi poi a Roma insieme alla mia famiglia per seguire mio padre, direttore dell’ufficio postale del paese trasferito poi in città.

Un grande cambiamento per noi abituati a vivere in un piccolo borgo dove tutti si conoscono, catapultati nella capitale, in mezzo a quell’intricato mosaico di strade e palazzi inondati da un traffico costante.

Potrà sembrare strano, ma noi gente della campagna siamo abituati ad usare la macchina anche per attraversare la strada.

La mancanza di mezzi pubblici, il traffico inesistente e la rivalsa sociale dell’avere un motore sotto il sedere ci ha fatto dimenticare di avere due gambe da utilizzare per spostarci.

Forse per quello mio fratello, quando mangiavamo in giardino, si presentava col suo Ciao direttamente davanti alla tavola  reclamando la sua razione di pasta col motore ancora acceso.

Ricordo ancora quello che accadde una sera di primavera. Ero appena uscito dalla casa di Lucy, un’amica americana di mia madre, ci andavo ogni weekend per prendere ripetizioni di inglese

Mia madre doveva venire a prendermi per le 7 e 30 ma, davanti a casa, non c’era nessuno ad aspettarmi. Lucia era corsa ad  accompagnare la figlia in stazione e io ero rimasto solo ad aspettare. Il tempo passava, prima mezz’ora, poi un’ora, ma nessuno si faceva vivo.

La notte precedente mia madre era stata male e quel pomeriggio, dopo avermi accompagnato, era tornata a casa per riposare  un po’, finendo per addormentarsi. Si risvegliò solo alle 9 passate quando mio padre rientrò a casa con mio fratello, dopo aver visto la partita al bar, e le chiese come mai non fossi a casa.

Solo allora mia madre realizzò che l’ora di ripetizione era ormai ampiamente passata e si precipitò a prendermi preoccupata.

Io me ne stavo li fermo, non ero nemmeno agitato, sapevo che sarebbe tornata Lucia o che, comunque, qualcuno sarebbe arrivato a prendermi. Ai tempi non mi sembrò una situazione così drammatica, solo oggi ne riesco a cogliere i profili paradossali.

Infatti casa di Lucia distava dalla mia non più di sei chilometri e se, anziché aspettare due ore, mi fossi messo in cammino probabilmente non avrei impiegato più di quaranta minuti per arrivare a casa.

Ma quel pensiero non sfiorò nemmeno la mia testa, come se al posto della strada ci fosse un corso d’acqua impossibile da attraversare.

In realtà si trattava di una stradina di campagna poco trafficata, la vera barriera era nella mia testa, che ormai aveva smesso di considerare le gambe come un mezzo di trasporto utile a raggiungere una meta.

Pochi mesi dopo quell’episodio ci trasferimmo a Roma. Un ambiente totalmente diverso da quello cui ero abituato, una grande città, con le sue grandi strade e il traffico che dominava ogni via.

La nuova avventura coincideva con l’inizio del Liceo Scientifico, la scuola era vicina al mio quartiere, per arrivarci però ci mettevamo più di un’ora, in macchina con mia madre si andava come lumache.

Compiuti 14 anni ho iniziato a chiedere ai miei genitori il motorino che, dopo mesi di estenuanti trattative, mi regalarono una vespetta usata.

Vecchiotta, ma bellissima, con il cambio a 3 marce, bianco perla e 50cc di cilindrata, una special, proprio come quella che avrebbero cantato i Lunapop qualche anno più tardi.

Oggi costerebbe un occhio ma, ai tempi, si trovava a buon mercato, cose vecchie che nessuno voleva.

Ero al settimo cielo, il primo giorno ero troppo agitato e non ero riuscito nemmeno a metterla in moto, avevo quasi paura di toccarla. Dal giorno successivo ogni timore era sparito e il mio bolide dalla marmitta bucata mi ha accompagnato nel tragitto casa – scuola fino all’agognata maturità.

Avevo preso la patente al primo tentativo e potevo usare la vecchia 500 di mia madre, ma agli esami volevo presentarli solo con lei… la mia 50 special.

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