Via Francigena: tutte le tappe e quello che bisogna sapere

2 maggio 2020 - 18:05

Via Francigena: la storia

La Tavola Peutingeriana è una pergamena lunga quasi sette metri e larga trenta centimetri dove è figurato il mondo antico dall’Occidente alle foci del Gange. Nell’antico documento Roma è individuata da un circolo incoronato mentre i municipi romani sono rappresentati da piccole case e mura turrite.

La sede del papato oltreché nella Tavola Peutingeriana compare anche nel diario di Sigerico, redatto nel ‘900 e conservato oggi al British Museum di Londra. Il documento menziona le settantanove “submansiones de Roma usque ad mare” toccate dall’arcivescovo Sigerico nel viaggio di ritorno alla sede episcopale di Canterbury.

Nonostante il resoconto sia carente di notizie si può tracciare con certezza l’originale percorso della via Romea (tutte le vie che conducevano a Roma erano dette “Romee”, in particolare la strada da Canterbury a Roma prendeva il nome di Francigena).

Dopo Sigerico hanno fatto seguito altri diari più minuziosi come quello di Nikulas di Munkathvera che intraprese, tra il 1151 e il 1154, il lungo viaggio che lo condusse dapprima a Roma e poi in Terrasanta. L’abate del monastero di Thingor, della lontana Islanda, apportò meticolosamente le tappe, i tempi di percorrenza, le notizie relative ai luoghi visitati (locande, ospedali, chiese, sedi episcopali, ecc. ).

Nel 1191 fu la volta del re di Francia Filippo II Augusto di ritorno dalla terza crociata e nel 1254 di Eudes Rigaud, arcivescovo di Ruen. Il detto “tutte le strade portano a Roma” appare oggi più veritiero che mai.

 

Via di commercio e di cultura

Una prerogativa dei Giubilei, oltre alle sacre indulgenze elargite dalla Chiesa, era quella di marciare di pari passo con lo sviluppo commerciale e culturale. Forse è anche per questo che, dopo il primo Anno Santo (indetto nel 1300 da papa Bonifacio VIII con la bolla Antiquorum habet digna fida relatio), ne seguirono altri, con intervalli sempre più brevi, finchè nel 1470 papa Paolo II stabilì che l’apertura della Porta Santa delle Basiliche di S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni e S. Maria Maggiore doveva avvenire ogni 25 anni, alla vigilia di Natale.

L’Ospedale, luogo di assistenza spirituale e materiale del prossimo

A distanza di un giorno di marcia i pellegrini, al sopraggiungere della sera, potevano contare sull’assistenza spirituale e materiale degli ospedali. Il nome non deve trarre in inganno: l’hospitia (dal latino “hospes”, cioè ospite), non era un luogo di cura, ma un opera di misericordia simile ai monasteri, dove le persone trovavano asilo in ampie sale con più giacigli e un altare dove poter pregare.

Si trattava di ospizi gestiti gratuitamente e a scopo assistenziale da ordini religiosi come i Gerosolimitani, i Templari e i frati dell’Ordine di Tau; solo in un secondo tempo a queste strutture modeste si affiancarono locande e costruzioni equiparabili ai nostri alberghi, di cui nè usufruivano soprattutto ricchi mercanti, banchieri ed ecclesiastici di passaggio.

Nel 1262 a San Gimignano si contavano ben nove “hospitatores qui tenent hospitia”, a Siena e Lucca erano ancora più numerosi. Tra i più importanti ospizi ricordiamo l’Ospedale di Santa Maria della Scala di Sienau, l’Ospedale di Altopascio, vicino a Lucca, e l’Ospedale del Gran San Bernardo, il valico alpino maggiormente percorso nel Medioevo, notissimo per la razza canina omonima che soccorreva i viandanti sorpresi dalle bufere di neve.

I rintocchi della “Smarrita”

Chi si smarriva nelle paludi di Bientina e di Fucecchio poteva contare sulle indicazioni della “Smarrita” che al sopraggiungere del crepuscolo, suonava per un’ora di seguito. I rintocchi della grande campana guidavano il viandante al “Domus hospitalis Sanctis Jacobi de Altopassu”, il celebre ospizio fatto realizzare dalla contessa Matilda, della quale è noto l’impegno a sostegno del clero riformatore.

L’attraversamento dei ponti

Oltre ai terreni prossimi alle paludi era faticoso ed oneroso attraversare anche i grandi corsi d’acqua come il Po e l’Arno; la furia delle acque dei quest’ultimo non risparmiava i ponti medievali che poggiavano su sponde precarie ed insicure.

Per innalzare nuovamente le arcate si poteva patteggiare l’anima con il diavolo oppure salvarla grazie alle speciali indulgenze che la Chiesa beneficiava per chi si impegnava nella ricostruzione e manutenzione dei ponti. L’ordine ospedaliero dei frati del Tau di Altopascio (o cavalieri di San Giacomo) si distinse proprio nella costruzione di ponti e chiatte.

Ghino di Tacco

Un’altro tratto della Via Francigena di difficile percorrenza era il passo nei pressi di Radicofani; in questo caso il pellegrino come il mercante non doveva stare all’erta dalle forze della natura bensì a un noto brigante di nome Ghino di Tacco.

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