Il deficit di natura: la malattia delle grandi città

27 aprile 2020 - 13:52

L’Accademia delle scienze di Pechino ha individuato un nuovo disturbo che colpisce gli abitanti di metropoli e megalopoli.

I ricercatori cinesi hanno recentemente fatto una scoperta piuttosto importante in tema di patologie a carico del cervello e l’hanno indicativamente chiamata malattia del “deficit da natura”.

Per spiegare gli effetti di questa malattia gli scienziati hanno affermato che chi nasce e cresce in un grande centro urbano ha sette volte meno possibilità di avere successo nella vita rispetto ai ragazzi che sono cresciuti in contesti più naturali.

Per effettuare questi studi sono stati sottoposti due gruppi di adolescenti, gli uni abitanti in città e gli altri in campagne e paesi, a dei test vano in quelle categorie a test di matematica, diritto, medicina per confrontare i risultati.

I risultati sono stati a dir poco sorprendenti, infatti il gruppo dei primi adolescenti ha risposto in media ad un decimo delle domande cui hanno saputo invece  rispondere i ragazzi cresciuti in cittadine o campagne.

Questo test permette di capire come questo disturbo non si possa ignorare, certamente per un paese come la Cina, in cui circa la metà della popolazione vive in megalopoli, il dato è ancora più importante.

Questi primi riscontri hanno spinto gli studiosi dell’Accademia delle scienze di Pechino a prolungare le loro indagini per quasi dieci anni, arrivando a rilevare come circa i due terzi dei ragazzi sotto i 30 anni in Cina siano affetti da deficit di natura.

La c.d. Sensory Deprivation

Questo nuovo studio si inserisce sul solco di due precedenti ricerche che affrontavano una problematica simile.

Uno studio degli anni ’60, in particolare, si era concentrato sull’analisi delle capacità cognitive di alcuni bambini che erano cresciuti, per alcune circostanze negative, in ambienti isolati, silenziosi, con scarsa illuminazione e con pochi contatti umani, queste ricercano avevano rilevato come questi soggetti avessero un deficit nello sviluppo celebrale.

Si parlò allora di sensory deprivation, di carenza di stimoli sensoriali, indispensabili, si vide, per stimolare l’attività cerebrale.

Questa deprivazione, infatti, è la stessa che subiscono i bambini che crescono nelle metropoli abituati a passare molto tempo in ambienti chiusi, in assenza di contatti con ambienti naturali e spesso con interazioni limitate con altri ragazzi.

Il poco spazio è un killer

In uno studio italiano condotto dal dott. Luigi Valzelli dell’Istituto Mario Negri, si erano sperimentati gli effetti della ristrettezza degli spazi sui ratti. In una gabbia adatta  a 2 o 3 animali se ne sono messi di più, oltre un certo numero scattava la reazione che portava ad ammazzare gli ultimi arrivati.

In questo caso la violenza estrema era scaturita semplicemente dalla ristrettezza di spazio. Questo vuol dire che, sulla base di queste due premesse è credibile, anzi quasi certo che l’ambiente contribuisce a generare comportamenti patologici, anche di natura degenerativa, che è quanto hanno riscontrato in Cina, con il c.d. deficit di natura.

Un altro esempio piuttosto lampante è fornito da una “Casa per la salute della mente” in Val D’Aosta per il recupero di giovani malati di dipendenze non chimiche (internet, tv, sesso) costruita in un’area verde di oltre 50 ettari di bosco.

Gli adolescenti che provavano l’esperienza dell’immersione nella natura beneficiavano di un effetto sedativo e calmante. Si parla di “terapia della natura” ed è stato un termine ben scelto, infatti il c.d. bagno nella foresta ideato dalla tradizione giapponese, oggi è un rimedio prescritto dai medici contro patologie come l’ansia e la depressione.

 

Evoluzione o involuzione?

La storia dell’uomo è quella di un continuo adattamento alla natura, con mutazioni genetiche che nei millenni si sono verificate per renderci idonei all’ambiente naturale in cui viviamo.

Siamo lo stesso uomo di cento anni fa, solo che oggi quest’uomo è messo in scatoline dentro scatoloni, e non si è ancora verificato alcun adattamento biologico a questo nuovo habitat, questo probabilmente perché non riceviamo stimoli adatti a far scattare la molla evolutiva. Resta da domandarsi se ci stiamo evolvendo o involvendo.

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