Il formaggio Montebore della Val Borbera

18 marzo 2020 - 10:21

E’ da considerare un formaggio ormai scomparso, poiché al momento, ci
sono pochissimi casari che lo fabbricano. Recentemente un “sodalizio”
nazionale sta cercando di farlo “risorgere” rivalutandolo come vanto di
antiche tradizioni. Il formaggio Montebore è detto anche Dernice e si
produceva nella parte sud-orientale della provincia di Alessandria e
trovava le migliori provenienze nella frazione Montebore del comune di
Dernice (da cui derivano entrambi i nomi), a Cantalupo Ligure (in Valle
Borbera), a Garbagna (in Valle Grue), a S. Sebastiano Curone (in Valle
Curone) ed in alcune altre località della zona. Documenti storici
testimoniano come già nel 1500 i formaggi di quella zona fossero
rinomati alla corte di Milano. Il 28 settemore 1486, il Vicario del
Potestà di Tortona, Bernardo Figino, cosi scriveva al segretario ducale
Bartolomeo Calco: “sapendo che la Magnificienza Vostra è solita
mangiare voluntero qualche fiata uno pocho de formagio et pensava che
le robiolete de questo paese sieno mancho ree, gli ne mando ventiquarto
per assagio, … (Archivio Stato Milano; Carteggio Interno, Carta
1185).
Un’altra testimonianza della fama di questo formaggio risale al 1439
quando, durante il banchetto organizzato da Bergonzio Botta nel suo
palazzo di Tortona, in occasione delle nozze tra Isabella D’Aragona e
Francesco Sforza, “…Pastori d’Arcadia, … offrirono del formaggio
proveniente dalle Valli Tortonesi”. L’esistenza di ulteriori e più
recenti documenti storici testimoniano come il formaggio di Montebore
fosse presente ancora in abbondanza nei primi anni del 1900. Nel 1971,
Luigi Veronelli nella sua “Alla ricerca dei formaggi contadini” ne
decanta la tenerezza e dolcezza gustativa del Montebore, ma mette in
guardia per la difficoltà di reperire tale formaggio. Nel 1981,
Giovanni Delforno (cultore e storico dei formaggi piemontesi) ne
descrive ancora la produzione anche se oramai raro e “molto ricercato”
in alcuni centri delle provincie di Alessandria, Genova e Pavia. Nella
zona di produzione del Montebore sono presenti pascoli tipicamente
montani caratterizzati dalla preponderante presenza del timo, una
pianta ricca di essenze aromatiche. Tecnologicamente il Montebore si
otteneva miscelando latte vaccino (75% circa) e latte ovino (25%
circa); le percentuali erano variabili in quanto veniva utilizzato il
latte eccedente le esigenze familiari. Il latte veniva riscaldato a
33°C ed a questa temperatura si aggiungeva il caglio liquido (6 ml/10
litri di latte). Dopo circa 1 ora si effettuava la rottura della
cagliata mediante l’impiego di un cucchiaio di legno (preferibilmente
di carpino nero), avendo cura di ridurre la massa in granuli della
grandezza di una noce. Dopo una sosta di 20 minuti la cagliata veniva
trasferita nei “ferslin” (formelle di forma cilindrica) e dopo pochi
minuti si eseguiva il primo rivoltamento. Tale operazione veniva
ripetuta 4-5 volte nell’arco di mezz’ora. Dopo una sosta di circa 10
ore in un luogo fresco ed asciutto, si estraeva il formaggio dalle
forme, si salava superiormente e lateralmente e poi si lasciava
riposare per circa 4-5 ore su contenitori di legno disposti in
pendenza. Al lavaggio delle forme con acqua tiepida leggermente salata
seguiva la preparazione dei cosiddetti “castellini”, ottenuti
sovrapponendo, in numero variabile da tre a cinque, forme di dimensioni
decrescenti in modo da creare una vera e propria “torta nuziale”. In
funzione della durata della stagionatura si otteneva il Montebore
fresco (24 ore), morbido (5-6 giorni) e stagionato (10-12 giorni).
Durante la fase di maturazione si eseguivano alcuni lavaggi (1 per la
tipologia fresca, 3 per quella morbida e 5 per quella stagionata).

Commenta per primo

POTRESTI ESSERTI PERSO:

I colori dell’autunno nel Parco d’Abruzzo

OPEN DAY WINTER: dal 26 ottobre al 2 novembre va in scena l’ABRUZZO

Abbattere il LUPO aumenta i danni alle greggi