Portare il cane in natura è un gesto quotidiano per milioni di persone. Un momento di libertà, di contatto con il territorio, di benessere condiviso.
Ma c’è un aspetto di questa abitudine che la ricerca scientifica ha iniziato a misurare con attenzione: l’impatto delle deiezioni canine sugli ecosistemi delle aree protette.
Ricercatori dell’Università di Gand, in Belgio, hanno condotto un monitoraggio sistematico su circa 1.600 cani che frequentavano quattro riserve naturali nei pressi della città, nell’arco di diciotto mesi.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Ecological Solutions and Evidence, ha analizzato l’impatto di circa 500 visite canine giornaliere, valutando settimane intere di presenze.
In cammino col cane – Foto Getty Images
Il risultato centrale è inequivocabile: le deiezioni dei cani, sia solide che liquide, contengono livelli di azoto e fosforo significativamente più elevati rispetto alle deiezioni della fauna selvatica.
La causa principale è la composizione degli alimenti industriali per animali domestici, molto più ricchi di questi nutrienti rispetto alle diete naturali degli animali selvatici.
I cani monitorati hanno depositato circa 11 chilogrammi di azoto e 5 chilogrammi di fosforo per ettaro all’anno.
Sono valori che i ricercatori associano tipicamente all’inquinamento industriale e all’agricoltura intensiva, sicuramente lontani da quelli che si potrebbero misurare in una riserva naturale frequentata da escursionisti con i loro animali.
L’impatto è ulteriormente concentrato nelle aree dove i cani devono rimanere al guinzaglio sui sentieri: il transito obbligato lungo percorsi delimitati comprime le deiezioni in spazi ridotti, amplificando la densità del deposito.
L’eccesso di azoto e fosforo produce un fenomeno noto come eutrofizzazione terrestre: un’eccessiva fertilizzazione del suolo che avvantaggia le specie vegetali più aggressive,.
Queste sostanza sono un nutrimento prediletto per piante come ortica, gramigna e piante nitrofile in genere, a scapito della vegetazione sensibile e autoctona.
La perdita di biodiversità vegetale si traduce in una riduzione delle risorse alimentari per la fauna selvatica che dipende da quelle piante.
È un meccanismo indiretto ma documentato: non è la presenza fisica del cane a disturbare direttamente gli animali selvatici in questo caso, ma la trasformazione chimica del suolo che modifica nel tempo la struttura dell’habitat.
Il professor Pieter De Frenne, ricercatore di bioingegneria all’Università di Gand, ha dichiarato: “Siamo rimasti sorpresi da quanto possano essere elevati gli apporti di nutrienti provenienti dai cani. L’azoto atmosferico derivante dall’agricoltura riceve attenzione politica, ma i cani sono completamente trascurati”.
Rob Stoneman, direttore di Wildlife Trusts, ha aggiunto: “Le deiezioni dei cani contengono nutrienti che possono danneggiare l’ecologia degli habitat vulnerabili. Ovunque si porti il proprio cane, è importante raccogliere, imbustare e smaltire le feci per proteggere le aree naturali”.
La raccolta sistematica delle deiezioni solide elimina il fosforo e riduce di circa la metà l’azoto espulso con le feci.
L’urina, più difficile da gestire, continua a depositare azoto nel suolo, ma già la sola raccolta delle feci rappresenta un intervento significativo.
Alcune aree protette hanno già avviato restrizioni all’accesso canino nelle zone ecologicamente più sensibili, per tutelare le popolazioni faunistiche locali.
La scienza non chiede di tenere i cani lontani dalla natura.
Chiede di portarli con la stessa cura con cui ci aspettiamo che gli altri frequentatori rispettino i sentieri, la fauna e la vegetazione.
Raccogliere i bisogni del proprio cane non è una formalità burocratica: è parte del patto tacito che ogni escursionista stringe con il territorio che attraversa.
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