Nelle terre della Vernaccia: il trekking di Capo Mannu

20 maggio 2019 - 16:18

Il vitigno bianco Vernaccia è senz’altro il più noto tra i vitigni sardi, anche se la sua presenza è limitata alla bassa valle del Tirso, in provincia di Oristano, con una superficie coltivata che non supera i 250 ettari complessivi.

Il suo ristretto areale di diffusione permette di ipotizzare che sia stato introdotto dai colonizzatori fenici, fondatori di Tharros, l’approdo ubicato nella penisola del Sinis, e che da qui si sia diffuso nella retrostante pianura formata dalle alluvioni del fiume Tirso, dove ha trovato il suo habitat ideale e le condizioni ottimali per l’invecchiamento del famoso omonimo vino.

Il nome di questo vitigno è senz’altro di origine romana e starebbe ad indicare un’uva “vernacula”, cioè un’uva del luogo. Questa ipotesi etimologica spiega anche perché la denominazione “vernaccia” si sia diffusa in tutta la penisola e serva a designare quei vitigni locali altrimenti non classificabili, del tutto dissimili alla Vernaccia sarda.

La Vernaccia, primo vino sardo a cui è stata attribuita la DOC, è il simbolo e l’orgoglio dell’enologia sarda. La sua particolarità è dovuta soprattutto ad un affinamento per mezzo di lieviti “flor” (letteralmente “da fiore”), fatto che lo colloca nel panorama internazionale a fianco di vini come il Jerez o il Montilla-Moriles dell’Andalusia.

I terreni su cui viene coltivata la Vernaccia sono di diversa natura: quelli alluvionali più vicini al letto del Tirso vengono denominati “bennaxi” e sono profondi, freschi, a matrice limo-sabbiosa; quelli di origine più antica vengono chiamati “gregori” ed hanno la matrice ciottolosa mista ad argilla tenace con importanti problemi di drenaggio.

Sono presenti anche terreni sabbiosi, di derivazione alluvionale o dunale, mentre nella zona del Sinis si trovano terreni ricchi in carbonati. Il clima tipicamente mediterraneo, l’umidità costante e i venti di mare consentono alle uve di maturare lentamente, contribuendo in maniera significativa a conferire le particolari caratteristiche organolettiche al vino.

L’itinerario che proponiamo è un viaggio alla scoperta delle terre della Varnaccia, dei loro colori e dei loro profumi.

Descrizione

Arrivati alla punta sud delle scogliere, senza allontanarsi da esse, dirigersi verso nord; qui il percorso inizia a salire e la visuale ad allargarsi: se la giornata è limpida si potrà notare in lontananza la sagoma allungata dell’isola di Mal di Ventre.

Il promontorio è formato da una duna fossile e quindi molto friabile. Questo permette al vento di maestrale e all’acqua di modellare le pareti rocciose creando “sculture” naturali dalle strane forme baciate dallo splendido mare cristallino.

Si raggiunge Torre Sa Mora, una delle tante torri spagnole che contornano la costa sarda. Poco dopo compare il faro collocato in una magnifica posizione panoramica e, proseguendo, si arriva all’altra torre aragonese che prende il nome di Torre di Capo Mannu.

La costruzione non è in buono stato di conservazione e il continuo passaggio di turisti che si arrampicano contribuisce al degrado. Si sconsiglia pertanto di raggiungere la parte alta perché potrebbe essere rischioso e anche per non partecipare alla distruzione della stessa.

Ci si trova ora sul punto più alto del promontorio da cui si può ammirare un panorama a 360°. Sotto di sé si nota l’isolotto che ripara e dà il nome alla bella spiaggia di Sa Mesa Longa. Il tragitto prosegue in discesa.

A questo punto si hanno due possibilità: percorrere la larga pista sterrata che passa tra i profumati cespugli di macchia mediterranea e i campi coltivati rendendo più veloce la camminata, oppure, inoltrarsi nei piccoli sentieri che serpeggiano tra i cespugli.

Raggiunta la spiaggia si prosegue sulla strada sterrata che si ricongiunge a quella asfaltata. A questo punto percorrere quest’ultima fino a raggiungere il bar ristorante da dove si è partiti.

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