È tempo di riprogettare l’economia della montagna

Tenendo presente la crisi climatica e gli innumerevoli studi ed inchieste sulle stazioni sciistiche chiuse sia in Appennino che sulle Alpi, sarebbe auspicabile arrivare ad una moratoria della costruzione di nuovi impianti.

26 giugno 2020 - 11:11

Continuare ad approcciare all’ambiente montano con modelli economici del secolo scorso, non ha più senso.

Cosa ben diversa può essere quella di ammodernare gli impianti funzionanti procedendo allo smantellamento di quelli abbandonati: anche questo vuol dire pianificare il futuro.

SMANTELLARE LE STAZIONI SCIISTICHE – Lo smantellamento dovrebbe riguardare soprattutto le stazioni sciistiche sotto i 2000 metri per permettere una fruizione più affascinante delle ” terre alte”, finalmente liberate da impianti di risalita obsoleti e deturpanti.

Sarebbe ora di farla finita nel presentare progetti finanziati con importanti risorse pubbliche in aree dove ormai l’assenza di neve è un dato empirico costante.

Quando si parla di assenza di neve il riferimento non è alla mancanza assoluta di precipitazioni ma alla permanenza del manto nevoso naturale, ormai ridotto ad un paio di mesi se tutto va bene ( le eccezioni non vanno prese in considerazione).

Pensare di coprire la stagione con l’innevamento artificiale è un approccio negativo dal punto di vista del rapporto costi-benefici ( i costi ambientali andrebbero messi al primo posto).

PRENDERE ATTO DEL CAMBIAMENTO – Se non si toglie dallo scenario delle possibili pianificazioni del territorio montano la realizzazione di nuovi impianti di sci alpino, non si potrà mai iniziare un ragionamento serio su come utilizzare diversamente le risorse pubbliche destinate alla promozione turistica.

Ci sono momenti della storia in cui avere una visione di futuro vuol dire prendere atto del cambiamento epocale in cui si è immersi.

Oggi siamo immersi fino al collo in un cambiamento profondo e per tanti versi irreversibile.

Non dovrebbe essere più il momento di guardare i piccoli interessi di parte, di tenere lo sguardo basso sul proprio ombelico, ma di alzare gli occhi verso le montagne e coglierne il valore intrinseco, oltre a quello fondamentale di essere il serbatoio di risorse naturali e di biodiversità da cui tutti dipendiamo.

È urgente un cambio di paradigma di cui qualche decennio fa non potevamo assolutamente avere coscienza, tutti presi da un modello sviluppista che solo i movimenti ambientalisti provavano a ribaltare.

NUOVO SVILUPPO DELLE TERRE ALTE – Le ” Terre Alte” oggi hanno bisogno di nuovi montanari, di comunità forti, di nuovo autentiche ( non identitarie ) e che sappiano giocare un ruolo attivo nella pianificazione del proprio futuro.

Più che di nuove infrastrutture turistiche hanno bisogno di servizi, di banda larga, di risorse pubbliche per prendersi cura di un territorio sempre più fragile.

Hanno bisogno di economie di territorio che siano resilienti rispetto a quelle di scala.

La montagna avrà un futuro se tutti i decisori politici ed istituzionali sapranno avviare un processo culturale che determini nuove categorie di consapevolezza e di conoscenza del territorio trasformando, nel senso della sostenibilità ambientale e sociale, la dimensione dell’abitare: non semplici residenti ma veri indigeni delle montagne.

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