Ho iniziato a camminare per caso e non ho più smesso

28 agosto 2026 - 9:28

CAPITOLO 2: L’università

Era arrivato il tempo dell’università, mi ero iscritto a Scienze Politiche e tutto iniziava a cambiare.

La Sapienza era distante e col traffico di Roma, persino con la vespa dovevo passare quasi un’ora per strada.

Un paio di anni prima avevo anche iniziato a giocare a Rugby, mi aveva sempre affascinato lo spirito che animava quello sport. Con l’inizio dell’Università, però andare agli allenamenti diventava sempre più difficile.

Tra la fine delle lezioni e l’allenamento avevo in media 2 ore libere. Per questo ogni giorno, finite le lezioni, mi precipitavo in strada, salivo sulla Vespa e iniziavo l’avventurosa traversata della città.

Per fortuna il campo non era lontano da casa, così facevo in tempo a pranzare, preparare la borsa e andare.

I primi due anni di università sono andati lisci tra lezioni, studio e allenamenti.

Al terzo anno però le cose sono cambiate, avevo fatto amicizia con alcuni compagni di corso e avevo conosciuto una ragazza, Monica.

Iniziammo a frequentarci sempre più spesso ed eravamo in grande sintonia, sembrava capire tutto di me.

Amici e fidanzata significava però uscire più spesso, andare a cena e al cinema, e magari anche qualche vacanzina ogni tanto.

La paghetta dei miei genitori non bastava più e così avevo trovato un lavoretto per arrotondare. Un amico di mio fratello aveva aperto un locale a Trastevere e, nell’ora dell’aperitivo, aveva bisogno di una mano in sala, mi proposi e mi prese.

Alla fine del terzo anno però la mie giornate erano diventate così piene che avrei avuto bisogno di 48 ore.

La mattina all’università, al pomeriggio gli allenamenti, qualche ora di studio, prima di andare a lavorare. Ero sempre più teso e stressato, a casa non parlavo più con nessuno, ero scontroso e irascibile.

Con Monica, le cose iniziarono ad andare male. Ero nervoso, sempre più nervoso e stanco, probabilmente troppo persino per lei.

Avevo iniziato a lavorare anche il weekend, volevo pesare il meno possibile sui miei genitori. Il problema però era che stavo letteralmente finendo la benzina. Mi sentivo esausto e mi sembrava di vivere d’inerzia e senza un direzione precisa.

Durante una lezione di Economia Politica, mentre ero seduto a prendere appunti, sentii improvvisamente l’aria intorno mancarmi, la fronte iniziava a grondare di sudore e sentivo strani brividi lungo la schiena.

Provai ad uscire dall’aula, avevo bisogno di aria fresca,  ma poco prima di arrivare alla porta, svenni, accasciandomi su un paio di sedie vuote.

Mi risvegliai qualche istante dopo circondato dai miei compagni, sembravano preoccupati. Appena mi ripresi, li rassicurai e loro si offrirono di accompagnarmi alla macchina. C’era però un problema, non riuscivo a ricordare dove l’avessi parcheggiata, come se il mio cervello avesse rimosso le ultime ore della mia vita.

Rimasi in questo stato confusionale per diversi minuti, poi tornai in me, e guidai lentamente fino a casa.

Decisi di non parlarne con mia madre, non volevo farla preoccupare, ero convinto di aver avuto un calo di pressione. In quel periodo mi sentivo talmente sotto pressione che mangiavo poco e dormivo male.

Pensavo che con una bella dormita tutto si sarebbe sistemato. Mi sbagliavo!

Qualche giorno dopo ero a casa, stavo studiando, quando mi arrivarono due mail: una dall’università con l’orario del semestre successivo e una della società sportiva, che comunicava l’inizio dei lavori di ristrutturazione del campo.

I problemi spesso amano presentarsi in gruppo e un istante dopo mi chiamarono dal ristorante, dicendo che due colleghi se ne erano andati e avrei dovuto coprire i loro turni.

Mi alzai di scatto, iniziai a camminare avanti e indietro nella stanza, pensando a come combinare tutti gli impegni.

Inizia a formulare decine di ipotesi e incastri, mi sentivo come Alan Turing nel tentativo di interpretare il codice Enigma. Iniziai a sudare e a respirare velocemente e andai a lavarmi la faccia.

Appena superata la porta del bagno tutto si fece scuro. Black out. Non saprei dire quanto rimasi per terra, quando mi tirai su sentivo la fronte bagnata. Passai una mano per asciugarmi e la vidi rossa. Andai davanti allo specchio e vidi un grosso taglio sulla fronte, che era attraversata da un rivolo di sangue.

Ero svenuto, un’altra volta e non potevo più tenerlo per me e decisi di parlarne con i miei genitori.

La mattina dopo ero dal medico con mia madre, gli spiegai nel dettaglio quanto era accaduto, lui mi fissava e appena smisi di parlare mi disse che probabilmente avevo avuto un forte attacco di panico e mi consigliò di rivolgermi ad uno specialista per risolvere alla radice il problema.

Mi prescrisse comunque alcuni esami di approfondimenti e mi consigliò di prendere qualche giorno di riposo, lontano dall’Università, dal campo di Rugby e anche dal lavoro.

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