Mi ero svegliato al venerdì mattina senza avere nulla fare, per la prima volta da mesi, e volevo fare qualcosa di diverso.
Ero uscito di casa senza prendere le chiavi della macchina o della Vespa, con l’idea di fare colazione ad un bar.
Iniziai a camminare per il quartiere, senza meta e senza fretta. Dopo pochi metri, notai un bellissimo negozio di dischi, pieno di vinili e cd quasi introvabili, indugiai ad osservare la vetrina, e notai addirittura una copia di “Una donna per amico” di Battisti autografata, incredibile!
Era a pochi passi da casa, in una piccola stradina pedonale, e non l’avevo mai visto.
Decisi di continuare a camminare e ad ogni metro scoprivo qualcosa di nuovo, mi resi conto di non conoscere poco della zona, anche se ci vivevo da anni.
C’erano ancora piccole botteghe e negozi di alimentari che credevo estinti, mi sentivo catapultato in uno di quei film di Verdone che raccontano la Roma degli anni ’80.
Mettendo in fila un passo dopo l’altro, senza troppo badare al tempo, mi trovai proprio davanti allo stradone che ogni mattina percorrevo in macchina per andare all’Università, decisi di attraversarlo e proseguire. Mentre aspettavo il semaforo verde guardai l’orologio e notai con stupore che ero uscito di casa solo da venti minuti. Praticamente lo stesso tempo che avrei impiegato in macchina.
Attraversai la strada e all’angolo c’erano dei volontari di Emergency che mi regalarono la copia di una rivista, diedi una rapida occhiata alla copertina e la misi nello zaino, in quell’istante vidi l’insegna della metropolitana.
Dato che non avevo nulla da fare, guidato dalla mia curiosità, decisi di scendere le scalette. Mi trovai davanti al cartello col tracciato della linea, lo seguii col dito indicando una stazione dopo l’altra fino a quella della mia università, c’erano solo cinque fermate.
Non avevo programmi e decisi così di prendere un biglietto e salire sulla metro.
Mi sedetti e iniziai a leggere la rivista che avevo messo nello zaino. C’erano un articolo veramente interessante sul legame tra i cambiamenti climatici e le grandi migrazioni, ebbi il tempo di leggerlo tutto prima di arrivare alla mia fermata.
Uscito dalla stazione mi guardai intorno, riconoscendo in lontananza il profilo del palazzo dell’università, decisi di mettermi in cammino puntando in quella direzione.
Attraversai vicoletti e stradine cercando di disegnare il percorso più breve, mi fermai in un antico caffè, per gustare uno dei meravigliosi dolcetti esposti in vetrina.
In pochi minuti mi trovai davanti all’ingresso dell’ateneo. Controllai di nuovo l’ora e rimasi di stucco quando vidi che non era passata nemmeno un’ora da quando avevo chiuso la porta di casa!
Ricalcolai il tempo un paio di volte prima di accettare lo strano risultato: ci avevo messo quasi meno tempo rispetto a quanto ci impiegavo in auto. Con una enorme differenza: la calma.
In quell’ora avevo camminato, letto una rivista, parlato con un negoziante, fatto colazione e soprattutto non mi ero stressato. Niente traffico, niente semafori e niente insulti ad automobilisti distratti.
Sembrava quasi un miracolo, non me lo spiegavo, ero riuscito a fare molte più cose del solito ma ci avevo messo meno tempo. Come mai?
Ci ripensai continuamente fino al rientro a casa.
Il pomeriggio andai dallo psicoterapeuta, avevo iniziato un percorso terapeutico. Passai un’ora a parlare e ad ascoltare, mi disse che per risolvere il problema era necessario capire le cause.
“Le formule magiche non esistono” mi disse, “si tratta di capire cosa ti ha ferito e lavorare sul trauma”.
Il primo compito che mi diede fu quello di rallentare i ritmi e dedicarmi a qualche attività che mi calmasse la mente.
Appena lo disse pensai alla passeggiata del mattino. Erano anni che non mi sentivo così rilassato, non sapevo perchè ma sentivo che continuare sarebbe stata una buona idea.
Mi ero preso una pausa anche dagli allenamenti, ma il giorno successivo decisi comunque di andare al centro sportivo, anche questa volta a piedi.
Scesi in strada e mi incamminai verso il campo, attraversai vicoletti e stradine del mio quartiere, non le avevo mai percorse prima, o almeno non a piedi.
C’erano negozi di cui non immaginavo nemmeno l’esistenza e, addirittura, una piccola chiesetta nascosta tra le case. Incontrai anche un’erboristeria, entrai incuriosito e alla fine comprai una tisana rilassante, il medico mi aveva consigliato di sostituirla al caffè.
Il giorno prima l’avevo cercata senza successo in quattro supermercati e alla fine l’avevo trovata in quella bottega, ancora gestita dall’anziana proprietaria.
Uscendo pensai a quante cose si possono trovare se solo si ritornasse ad osservare.
Camminavo con l’orecchio teso ad ascoltare i discorsi delle persone per strada, come se il mondo intorno ricominciasse ad esistere, quando la mia attenzione fu richiamata da un fischietto, era quello del mio allenatore.
Ero già arrivato al campo! Ero uscito di casa alle 17:00 e le lancette segnavano le 17 e 28.
Meno di mezz’ora, senza dover prendere la macchina, ed ero perfino riuscito a trovare quella tisana.
La sera tornai a casa frastornato. Ripensavo alle mie giornate fino a quel momento e al tempo che avevo trascorso chiuso in auto, bloccato nel traffico per arrivare all’università, ad allenamento o anche solo in un negozio.
Quel giorno invece avevo fatto tutto quello che volevo senza stressarmi nel traffico e in meno tempo del solito, concedendomi pure il lusso di scoprire luoghi mai visti.
La cosa che non riuscivo a digerire, di cui proprio non mi capacitavo, era quanto fosse incredibilmente facile, bastava farlo! Nulla di più e nulla di meno.
Era sufficiente lasciare le chiavi della macchina in casa e uscire a piedi. Muoversi solo con le proprie gambe e qualche mezzo pubblico, trasformando gli spostamenti in occasioni per conoscere.
Non riuscivo a credere che una parte della soluzione dei miei problemi fosse sempre stata li, nelle mie gambe e, io, non avessi mai avuto la forza di vederlo.