Siamo liberi di… camminare?

La risposta a questa domanda sembra scontata, ma merita qualche riflessione approfondita

18 marzo 2020 - 12:42

È lo slogan che la FederTrek utilizza da sempre in tutta la comunicazione che promuove, ogni anno, la Giornata Nazionale del Camminare, giornata che quest’anno si svolge il 9 ottobre in tantissime grandi e piccole città italiane, in suggestivi borghi e paesini che costellano e arricchiscono la nostra bella Italia.

Ma siamo veramente liberi di camminare? Gli itinerari sui quali ci incamminiamo, sono sempre tranquillamente fruibili o talvolta ci troviamo di fronte a problemi che non avevamo messo nel conto?

Certo, fino a quando si rimane nei “templi” dell’escursionismo, le zone montane alpine o appenniniche dove da decenni la rete dei sentieri viene curata e sviluppata, oppure le aree protette e i parchi naturali, di solito tutto fila liscio, ma ci sono situazioni in cui non è raro trovare ostacoli sul proprio cammino.

Ciò accade soprattutto nelle zone dove, per tanti motivi, ancora non si è presa coscienza della vocazione turistica del territorio.

Penso ad esempio alle aree naturali periferiche delle città, dove, fra una lottizzazione e l’altra, è facile che sentieri e strade bianche, esistenti sulle mappe come servitù pubblica di passaggio, scompaiano dalla realtà, fagocitati, da un giorno all’altro, da cantieri e recinzioni.

Il diritto di chi cammina non va tanto d’accordo con l’ingordigia di chi conta sull’inerzia delle istituzioni e sulla memoria corta della gente per ridisegnare il territorio sulla base esclusiva dei propri interessi.

Penso a tante bellissime aree agricole, dove camminare o pedalare sulle strade poderali significa entrare in contatto diretto con quella terra dove crescono i prodotti (straordinari) che ci nutrono. È un bel modo, sapete, per insegnare ai nostri bambini che frutta, verdura, vino, olio, pane non spuntano già confezionati sugli scaffali del supermercato!

Eppure anche lì non mancano gli inconvenienti. Capita di imbattersi in tratti chiusi da agricoltori o allevatori che piazzano tanto di cartelli con scritto “Proprietà Privata – Divieto di Accesso” e impediscono a chi cammina di proseguire il percorso, trasformando l’illegalità in diritto.

Il mancato controllo da parte del Comune di competenza fa sì che queste situazioni rimangano impunite e impoveriscano la fruibilità del territorio da parte degli amanti del turismo lento, che sono e saranno sempre più e costituiscono una risorsa economica straordinaria per intere zone marginali.

Sicuramente poi, viene messa nel conto, da chi ha un minimo di esperienza di cammino, la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche cane pastore che svolge il ruolo di difesa del gregge in modo particolarmente appassionato.

Ma l’incontro – tutt’altro che raro in molte aree rurali del Paese – con gruppi di cani randagi, abbandonati da sensibili animalisti che li regalano a Natale ai figli per poi abbandonarli nel periodo delle ferie, non è certo un’esperienza piacevole!

Dovrebbero esistere dignitosi canili comunali, dove gli accalappiacani dovrebbero trasferire questi poveri animali con l’obiettivo di cercare loro una nuova famiglia… dovrebbero…

Ho voluto fare questi esempi per ribadire che ormai il turismo lento sta avanzando in modo inarrestabile e si sta rivelando una fondamentale leva per far rinascere economicamente interi territori offrendo lavoro e sviluppo.

È però essenziale che, chi ha il compito di amministrare e definire gli indirizzi dello sviluppo locale, si dedichi alla cura e alla valorizzazione delle risorse territoriali che stanno alla base dello sviluppo del turismo lento, mettendo in campo idee, volontà… e anche risorse!

Come vado ripetendo ormai da decenni, è inutile cercare chissà quale pietra filosofale o formula magica che risolva le problematiche del territorio: la via per uno sviluppo economico concreto, duraturo e sostenibile è proprio qui, sotto i nostri piedi!

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