Nepal: primo caso di Covid-19 al campo base dell’Everest

Primo caso di Covid-19 al campo base del monte Everest. Uno scalatore si è sentito male con sintomi simili ad un'edema polmonare, immediatamente trasportato in ospedale, è stato sottoposto a tampone che ha dato esito positivo. L'alta quota rende fragile il sistema immunitario e difficile diagnosticare i sintomi della malattia, un problema per le equipe mediche sul campo.

21 aprile 2021 - 10:12

Lo scorso anno la stagione all’Everest si è fermata ancora prima di partire a causa dell’esplosione della Pandemia di Covid-19.

Quest’anno invece già ad Aprile diverse centinaia di alpinisti stranieri hanno affrontato la salita. Per scongiurare la diffusione del Covid sulla montagna le autorità hanno adottato un protocollo molto stringente.

Ogni alpinista, prima di mettersi in cammino per il campo base, deve presentare una certificazione che dimostri una quarantena di una settimana e un test Covid negativo. Senza questi due documenti non si può iniziare la scalata.

Nonostante questo però la scorsa settimana è stata accertata ufficialmente la prima positività di un alpinista che si trovava al Campo Base.

L’uomo ha iniziato ad accusare sintomi in un primo momento attribuiti ad un’edema polmonare da alta quota. Immediato il trasporto in elicottero in un ospedale di Kathmandu, dove l’uomo è stato immediatamente sottoposto a tampone, che ha dato esito positivo.

L’intera squadra impegnata nella salita verso la vetta è stata messa in quarantena al campo base.

Covid in alta quota: un rischio per tutto il sistema

Questo sarebbe il primo caso di Coronavirus accertato sul’Everest, le autorità locali sono però molto preoccupate per una possibile diffusione dell’epidemia in quota.

Un giornalista del magazine americano Outside ha dichiarato “Quando sei al campo base dell’Everest a più di 5 mila metri, il tuo sistema immunitario viene compromesso per la mancanza di ossigeno. Anche un piccolo taglio sul dito non guarisce finché non si torna in un ambiente ricco di ossigeno.”

Contrarre il virus in quelle condizioni climatiche è davvero molto rischioso, infatti lo stress cui è sottoposto il sistema immunitario per la carenza d’ossigeno, lascia il virus libero di aggredire l’organismo.

Il virus, però, non è solo una minaccia per gli scalatori, ma mette a repentaglio la salute degli Sherpa e tutta l’economia della zona.

La Dott.ssa Sangeeta Poudel, volontaria dell’Himalayan Rescue Association, un’organizzazione no profit che presta assistenza medica alle vittime di mal di montagna acuto nell’Himalaya nepalese, ha dichiarato alla stampa tutta la sua preoccupazione per un eventuale focolaio al campo base “Se ci fosse un’epidemia al campo base, sarebbe una situazione simile a un terremoto “.

A quelle quote i sintomi del virus potrebbero essere scambiati per sintomi legati all’altitudine, proprio come accaduto all’Alpinista ricoverato la scorsa settimana, rendendo complicata la diagnosi della malattia.

“Il Mal di Montagna e il COVID-19 condividono i sintomi”, afferma il dottor Suraj Shrestha, un altro volontario dell’Himalayan Rescue Association. I sintomi del virus includono tosse, perdita di appetito e fiato corto, tutti comunemente riscontrati ad alta quota.

I medici del campo base hanno già organizzato sette evacuazioni di emergenza, comprese alcune per sindrome da Mal di Montagna. L’impossibilità di fare test Covid al campo base rende però le diagnosi molti incerte e problematiche le decisioni sulle terapie.

Il problema è lo scarso rispetto dei protocolli di sicurezza

Le autorità locali si aspettavano una stagione di arrampicata tranquilla, ma le squadre che arrivano dall’estero non sono troppo preoccupate dalla situazione, il Governo ha rilasciato già 338 permessi per la salita, un numero paragonabile alle annate precedenti la pandemia.

Al campo base pochi indossano le mascherine e il rispetto dei protocolli anti contagio, come il distanziamento interpersonale, varia molto tra le diverse spedizioni. Alcune sono molto rigorose altre invece non prendo particolari precauzioni.

“Il campo è grande quanto il 2019, non c’è differenza”, dichiara alla stampa Noel Hanna dell’Irlanda del Nord, che è al campo base per la sua terza volta. “Tutto sembra essere uguale.

Il Governo impone che tutti gli stranieri  presentino un risultato negativo del test COVID all’arrivo in Nepal, inoltre c’è l’obbligo di sottoporsi ad un periodo di quarantena obbligatorio e ad un secondo test dopo l’arrivo.

I controlli però sono tutt’altro che rigidi e l’applicazione delle norme è lasciata alla coscienza dei vari gruppi. Impossibile quindi scongiurare completamente il rischio che il virus arrivi al campo base mettendo a rischio gli sherpa e le popolazioni locali.

A differenza di molti occidentali, che arrivano nel paese già immunizzati, in Nepal le dosi di vaccino sono ancora scarse e non sono state somministrate ancora a nessun accompagnatore Sherpa, nonstante siano in continuo contatto con persone provenienti da ogni parte del mondo.

Il Nepal ha registrato un tasso di infezione da Covid relativamente basso dall’inizio di gennaio, nelle ultime settimane però i casi stanno iniziando a crescere. Preoccupa anche l’esponenziale diffusione del virus nella confinante India.

Nonostante tutto l’ottimismo per una stagione di arrampicata di successo non manca. Medici e capi spedizione sperano che l’unico caso accertato sia stato isolato in tempo e che i protocolli garantiscano sufficiente sicurezza.

 

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