Se pensavate che a duemila metri, con davanti ancora tutto il pomeriggio di piste, la polenta e i canederli fossero il massimo dell’audacia, preparatevi: dal 5 dicembre il menu si allarga.
KFC, famosa catena americana rinomata per il suo pollo fritto, debutterà sulle piste da sci italiane con due locali in alta quota, uno a Cortina d’Ampezzo e uno a Madonna di Campiglio.
Questa notizia, comunicata nei primi giorni di novembre 2026, ha già fatto scalpore e diviso appassionati, operatori e ambientalisti.
A Cortina d’Ampezzo il punto ristoro sarà situato nell’area di Monte Faloria-Cristallo, a 2.123 m di altezza, all’interno del Faloria Mountain Club.
A Madonna di Campiglio invece sorgerà a quote più basse, a 1700 m, più nello specifico a Piana di Nambino, nell’area dedicata all’après-ski e alla ristorazione proprio accanto a Meraviglioso Campiglio.
Le aperture sono previste per il 5 dicembre 2026 e i due locali resteranno attivi per tutta la stagione sciistica. Anche gli orari sono già stati annunciati: dal lunedì al giovedì dalle 12 alle 17 e venerdì, sabato e domenica dalle 12 alle 19.30.
Il progetto non è solo nelle mani di KFC, ma nasce dalla sua collaborazione con la rete di mountain club SUPER G, prima catena di questo tipo sulle Alpi italiane e già presente, oltre che a Cortina e Campiglio, anche a Courmayeur e Cervinia.
Ma nel piatto? Ovviamente Tender Crispy, Alette Piccanti, panini, contorni e gli immancabili Bucket.
Un’offerta pensata, come dice l’azienda, per accompagnare tutta la giornata sulla neve: dallo spuntino tra una pista e l’altra al pranzo con vista, fino addirittura alla pausa prima dell’après-ski.
L’obiettivo dichiarato da Super G è quello di raggiungere nuovi consumatori, avvicinandosi in particolare alla Gen Z e volendo anche più in generale dialogare con giovani famiglie e appassionati di montagna, offrendo un format che possa rafforzare il posizionamento “premium” del marchio.
La collaborazione infatti amplia le possibilità di scelta per chi frequenta i Mountain Club, rendendo la montagna una vetrina e un nuovo terreno di conquista per i marchi globali della ristorazione.
Non appena la notizia è stata diffusa, si sono aperti i dibattiti.
Non tutti infatti applaudono e le voci in disaccordo sottolineano soprattutto come questa iniziativa vada contro i principi di un turismo sostenibile, che tuteli i territori alpini e il loro patrimonio di tradizioni e sappia valorizzare le eccellenze locali.
Insomma, l’arrivo di una multinazionale di pollo fritto, in un periodo in cui si parla di ghiacciai in ritirata e di montagne sotto pressione turistica, non è apparsa come la mossa dell’anno.
Ma c’è anche qualche voce, di certo minoritaria, che difende l’operazione e parla di evoluzione dell’ospitalità in quota, della possibilità di avvicinare le generazioni più giovani all’ambiente montano e di rendere i monti accessibili a tipi di pubblici differenti.
Sarebbe facile chiudere il dibattito con una battuta sulla multinazionale del pollo fritto che arriva in quota per spingere i turisti della GenZ a scattarsi un selfie a tavola con delle alette al posto della polenta.
Ma non possiamo limitarci ad attaccare solo il povero secchiello della catena americana.
Ciò che merita davvero attenzione e una più acuta riflessione è che KFC si stia andando ad inserire in una montagna non più vergine, ma già da anni sulla via del cambiamento.
Basta guardare all’evoluzione dei rifugi tradizionali, che ormai convivono con i più gettonati e chic “mountain club”, un formato a metà tra ristorante, locale e palco che poco ha a che fare con l’idea dell’ospitalità tradizionale di montagna.
Considerando il contesto possiamo dire che i fast food in quota non sono altro che un’altra evoluzione di questo trend, una logica conseguenza di quanto accaduto negli ultimi anni.
Forse quindi il pollo fritto è solo il simbolo più comodo per rappresentare un malcontento più profondo legato all’evoluzione delle nostre Alpi, come hanno dimostrato anche le polemiche già presenti legate all’après-ski della zona della Piana di Nambino.
L’azienda, da parte sua, sostiene che questa scelta sia, in realtà, faccia cadere la barriera tra montagna d’élite e città con un menu riconoscibile, prezzi prevedibili, nessuna soggezione per chi sulle piste ci va poco e può così smetterla di sentirsi fuori posto rispetto a chi di polenta e canederli se intende.
La cucina locale? La filiera corta? Il lavoro dei gestori e dei fornitori del territorio? Difficile prevedere gli effetti.
Forse in fondo no, chi ama davvero la montagna, continuerà ad andare nei rifugi tradizionali e a gustare i piatti tipici della cucina di montagna.
E poi guardiamo al lato ironico della vicenda: si parla di posizionamento premium mentre si vende pollo fritto, il premium, in quota, lo fa l’esperienza autentica della montagna e non un marchio.
Potremo chiudere il dibattito qui e riaprire il discorso con dati concreti alla mano, quando potremmo osservare i numeri di questi nuovi ristori, capire l’impatto dello smaltimento degli imballaggi e dei rifiuti e, non ultimo, il reale effetto occupazionale.
KFC in pista non è una catastrofe e non è una rivoluzione: è un test.
Sarà un esperimento che si espanderà in altre località? Diventerà un modello da imitare o sarà un fallimento?
Il tempo darà le sue risposte, ma intanto poniamoci noi questa fatidica domanda: che cosa rappresenta per noi il rifugio e che cosa vogliamo che diventi?
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