Se c’è un tema scientifico su cui la quasi totalità della comunità scientifica concorda è l’origine antropica dei cambiamenti climatici in atto.
In pratica, quello che sostiene la stragrande maggioranza dei climatologi è che le emissioni di gas serra provocate dalle attività umane, in primo luogo la CO2, hanno provocato un aumento della temperatura media globale.
Questo aumento medio della temperatura, ormai destinato a superare stabilmente 1,5°C rispetto all’era preindustriale (il 2024 è stato il primo anno solare oltre questa soglia), sta provocando effetti negativi a catena: siccità, ondate di calore, inondazioni, alluvioni, scioglimento dei ghiacciai e molto altro.
Un tema di importanza vitale, visto che questi mutamenti hanno impatti enormi sulla vita di gran parte della popolazione mondiale.
Eppure qualcosa non sta funzionando: persone comuni e politici continuano a negare il cambiamento climatico, nonostante le sue conseguenze drammaticamente visibili.
Nel dibattito quotidiano il tema non prende, se non nei giorni successivi a qualche evento catastrofico.
Il tema preoccupa, i sondaggi lo dicono. Ma la preoccupazione resta astratta: cresce, e allo stesso tempo, cala il senso di responsabilità personale: sappiamo che il problema esiste, ma non lo sentiamo nostro.
Sono ormai molti anni che si parla di clima e di riscaldamento globale.
A partire dal Protocollo di Kyoto (che stabiliva l’impegno dei paesi industrializzati a ridurre le loro emissioni) fino alle conferenze sul clima chiamate “Cop”.
Tra queste, la più importante è stata la Cop21 di Parigi: il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama e, davanti alle catastrofi ambientali degli anni precedenti, tutti gli Stati partecipanti erano giunti a un accordo che prevedeva due cose principali:
Sembrava una svolta, ma poi la storia è andata diversamente. Gli Stati Uniti hanno eletto presidente Trump che ha ritirato gli Usa dagli accordi di Parigi per ben due volte.
I capi di stato riuniti per la Cop21 – Foto Getty Images
Una nel 2017, durante il suo primo mandato (l’uscita è diventata effettiva nel 2020 e nel 2021 Joe Biden ha riportato gli Usa nell’accordo), e una seconda nel 2025, dopo la sua seconda elezione.
Gli Stati Uniti sono il secondo paese al mondo per tonnellate di CO2 immesse ogni anno nell’atmosfera e senza di loro raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni diventa molto più difficile.
Ci sono stati poi eventi epocali come la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra in Medio Oriente, le economie hanno iniziato a vacillare, i prezzi dell’energia ad alzarsi, ed ecco che le persone hanno iniziato a chiedere più energia: costi quel che costi.
Comprensibile, avere fonti energetiche a prezzi ragionevoli è necessario. Ma questo non può giustificare l’accettazione di un fenomeno che mette a rischio la vita sulla Terra così come la conosciamo.
Decine di campagne di comunicazione hanno provato a sensibilizzare i cittadini sull’importanza di ridurre le emissioni.
Nella stragrande maggioranza di queste campagne il messaggio centrale è stato “salviamo il nostro pianeta”, spesso accompagnato da meravigliosi scatti naturalistici che immortalavano maestosi ambienti naturali o, in alternativa, terribili fotografie di incendi e alluvioni.
Il WWF ha spesso puntato sull’estinzione di specie animali, altre associazioni, come Greenpeace, hanno messo in evidenza la distruzione di ecosistemi fondamentali come la foresta amazzonica. In pochi casi il messaggio centrale è stato “la morte dell’uomo”.
Certo, tutte queste campagne, dietro ai payoff e alle creatività, approfondivano il tema e spiegavano quanto questi cambiamenti fossero nefasti per l’uomo e la sua sopravvivenza. Quasi mai, però, questo tema è stato il cuore del messaggio.
Alcune famose campagne contro la crisi climatica
Quello che si è cercato di fare è costruire dei racconti, dei racconti pubblicitari che intercettassero l’attenzione delle persone e le portassero a immedesimarsi con il problema.
Il punto è che una storia funziona se il protagonista deve affrontare una sfida, sconfiggere un antagonista e, nel farlo, fare i conti con la sua natura umana: le sue debolezze, le sue paure e insicurezze vengono messe da parte per affrontare la sfida.
Se un protagonista è ben definito e la storia è costruita bene, il fruitore si immedesima e ne condivide la missione. Lo vediamo centinaia di volte nel cinema e nella serialità televisiva.
Un personaggio pieno di contraddizioni, debolezze e difetti, che cerca di superare ostacoli enormi per vincere la sua sfida, ci fa affezionare: ne condividiamo battaglie e obiettivi. Capita anche se il personaggio è cattivo e fa cose spregevoli.
In film come Il Padrino o Scarface, o in serie come Dexter, il pubblico si immedesima in protagonisti “cattivi”, come boss mafiosi e serial killer. Eppure lo fa, perché gli autori ne hanno raccontato il lato umano.
È scomodo sostenerlo, ma il grande pubblico non si immedesima con un bosco, una pianta o un lago distrutti dal cambiamento climatico.
Difficile anche immedesimarsi con un animale o, ancor meno, con un insieme indefinito come una specie in estinzione. Questo è abbastanza intuitivo, ma al ragionamento manca ancora un pezzo.
Come ho detto prima, l’immedesimazione scatta quando di un personaggio condividiamo paure, desideri e debolezze. Possono bastare dei tic o dei modi di fare: in pratica abbiamo bisogno di vedere in quel personaggio qualcosa di noi o di qualcuno a cui teniamo molto.
Per questo l’immedesimazione non scatta (o almeno non completamente) nemmeno se il protagonista è “l’essere umano” o “una popolazione”: abbiamo bisogno di volti, rughe ed espressioni.
Purtroppo, per quanto ci descrivano guerre o situazioni di grande sofferenza, non riusciamo a empatizzare fino in fondo se non le vediamo nello sguardo di un essere umano. Il migrante che scappa da condizioni di vita inumane e sale su una bagnarola in cerca di salvezza non scatena empatia in buona parte della popolazione.
Se invece ci raccontano di Seydou, ragazzino del Senegal, che scappa dal suo paese e affronta un viaggio crudele per fuggire dalla povertà, allora proviamo empatia, tifiamo per lui, speriamo che ce la faccia. (Seydou è il protagonista di “Io Capitano” di Matteo Garrone, film candidato all’Oscar)
Non è solo un’intuizione: la psicologia lo chiama “effetto vittima identificabile”. L’idea risale all’economista Thomas Schelling, premio Nobel, che già nel 1968 osservava come la sorte di una singola persona, con un nome e una storia, ci mobiliti molto più della morte “statistica” di migliaia di sconosciuti.
Un meccanismo che spiega bene perché una crisi globale, che riguarda miliardi di persone, fatichi a toccarci.
Questo, forse, è uno dei peccati originali del racconto della crisi climatica: non è quasi mai stata raccontata attraverso gli occhi e il volto di chi ne sta soffrendo le conseguenze.
Se avessimo visto un ragazzo, un bambino o un nonno faticare a sopravvivere in un mondo divenuto inospitale, forse avremmo reagito diversamente.
Strade di Venezia sommerse dall’acqua – Foto Getty Images
Perché non raccontare di un ristoratore che, ogni volta che il meteo annuncia una forte perturbazione, deve pregare di non trovarsi davanti all’ennesima alluvione che rischia di distruggere il suo lavoro?
Un uomo costretto ad uscire di casa con la pioggia forte, per andare a mettere sacchi di sabbia davanti al suo locale, a sbarrare le porte e a guardare le nuvole nere all’orizzonte con un forte senso di ansia.
Lo so, sembravano film di fantascienza, ma oggi è già realtà. Quei racconti oggi sono simili alla cronaca dei telegiornali. Ma se fossero stati fatti dieci o vent’anni fa, forse le persone si sarebbero immedesimate di più in questo grande problema.
Quello che possiamo portarci a casa da questa vicenda è che, quando si decide cosa comunicare e come, è molto importante ragionare sul tipo di racconto che si intende costruire: quali persone si vogliono coinvolgere con un messaggio, quali temi siano per loro più sensibili e quale risposta si spera di ottenere.
Perché costruire una storia che funziona per trasmettere un messaggio importante, se usata per scopi nobili, potrebbe davvero fare la differenza.
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