Marche, Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi: i luoghi della spiritualità

Eremi scavati nella roccia, monasteri che raccontano storie di santi e pellegrini, chiese antiche che conservano ancora tracce del passaggio dei Templari. Andiamo alla scoperta della storia millenaria dei luoghi dello spirito immersi nella natura del Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi.

28 maggio 2021 - 5:52

I luoghi della spiritualità nel Parco: una storia millenaria

La natura selvaggia a un passo da importanti centri urbani, la peculiarità delle grotte naturali e ambienti ideali per la meditazione, non potevano non fare di quello che oggi è il territorio del Parco naturale della Gola della Rossa e di Frasassi un luogo di elezione per i religiosi medievali, eremiti e monaci.

Tanto più in un’area, quella marchigiana, che fu tra le prime ad ospitare il fenomeno del monachesimo, già a partire dalle fondazioni benedettine del VII secolo.

Proprio il territorio di quello che è oggi il Parco fu percorso e vissuto da due dei maggiori protagonisti e riformatori della vita monastica: il marchigiano Silvestro Guzzolini da Osimo e Romualdo, che invece era nato a Ravenna.

Entrambi segnarono profondamente la storia del monachesimo, dando un impulso a questa importante forma di spiritualità ed ascesi.

San Silvestro diede origine, proprio nella Gola della Rossa, a un nuovo ordine monastico, di cui oggi restano ancora testimonianze negli eremi e nell’Abbazia di Monte Fano.

Il secondo fu inizialmente sepolto nell’Abbazia a lui più cara, quella di San Salvatore di Valdicastro, poi le sue spoglie furono portate a Fabriano dove sono tuttora nella Chiesa di San Biagio e San Romualdo. La reliquia di un omero del braccio è invece custodita nel Duomo di Jesi.

Facciamo allora un viaggio nel tempo, alla scoperta degli eremi e dei monaci che decisero di vivere qui la loro spiritualità.

Alcuni di loro solitudine, come eremiti, altri dando vita anche a vere e proprie comunità monastiche, in simbiosi perfetta con la natura che li circondava.

L’Abbazia di San Salvatore di Valdicastro, il rifugio di San Romualdo

Nel 1042 San Pier Damiani, scrivendo la biografia di Romualdo, non lascia adito a dubbi: San Salvatore fu una delle tre abbazie fondate per volontà del santo ravennate.

Un altro particolare sottolinea l’antico rapporto di Romualdo col monastero. Prima ancora della fondazione vera e propria, costruisce infatti in Valdicastro alcune celle per sé e per i suoi discepoli.

Romualdo tornerà ancora due volte al suo antico rifugio.

La prima fu nel 1012, quando tornò per rimproverare l’abate che si era allontanato dall’Eremo fuori dai casi raccomandati, quelli cioè delle esortazioni spirituali durante le principali festività.

La seconda fu invece poco prima di morire, nel 1027. Proprio il 19 giugno di quell’anno, Romualdo si spegne nella cella di San Biagiolo, che si era fatto costruire a circa 2 chilometri dal monastero.

I suoi resti, ora divisi tra Fabriano e Jesi, riposarono per secoli proprio nel suo antico monastero.

L’Abbazia di San Salvatore, nella sua posizione strategica lungo le vie commerciali e di pellegrinaggio riunite sotto il nome di Via Francigena, fu protagonista della vita religiosa e civile del territorio nei secoli successivi, non senza conflitti e contenziosi con i diversi potentati e città che si contendevano l’influenza sullo stesso territorio.

Fu questo il caso delle controversie con Fabriano, ma anche con l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse, dalla quale nel 1176 aveva San Salvatore aveva ottenuto il Castello di Civitella.

L’abbazia continuò ad esercitare la propria influenza sui territori circostanti almeno fino alla metà del Trecento, quando lotte politiche, carestie ed epidemie ne determinano l’isolamento e la decadenza.

I secoli successivi furono caratterizzati dall’alternarsi di ordini e congregazioni che di volta in volta ne presero il controllo.

Ancora oggi l’abbazia racconta al visitatore queste vicende millenarie, con le sue pietre antiche, la cripta con 35 colonne ornate da capitelli 24 dei quali sono quelli originali, il silenzioso chiostro che sospeso nel tempo, il Museo d’Arte Sacra che custodisce i tesori dell’Abbazia: il Cofanetto Scoto-Irlandese, reliquiario datato all’VIII secolo,una copia della Bibbia Amiatina datata tra il IX e il X secolo, la Casula e il Reliquiario di San Marco Papa.

L’Eremo di Grottafucile: Silvestro, il Santo marchigiano

L’Eremo di Grottafucile, alla cui storia è legato indissolubilmente Silvestro Guzzolini, è uno dei luoghi più affascinanti del Parco.

Silvestro veniva dall’aristocrazia ghibellina di Osimo, dove nacque intorno al 1177.

Si dedicò per volere del padre agli studi di diritto a Bologna e di Teologia a Padova.

Una volta tornato ad Osimo, venne ammesso tra i canonici del Duomo.

 

Il suo animo rigoroso e poco incline ai compromessi lo fece entrare in conflitto con il vescovo Sinibaldo e per questo all’età di 50 anni, nel 1227, scelse di ritirarsi a vita eremitica.

Trovò una grotta naturale, Grottafucile, che si affaccia proprio sulla Gola della Rossa. Il nome gli era stato attribuito dalla popolazione locale, per la presenza nel terreno di pietre focaie.

Silvestro non rimase da solo per troppo tempo, attirò infatti l’attenzione di altri religiosi.

Diventarono tanto numerosi da richiamare l’interesse di Papa Gregorio IX che, preoccupato dal crescente seguito di Silvestro, lo convinse  a confluire, insieme ai confratelli, nell’Ordine Benedettino.

Nel corso degli anni, da un piccola grotta, nacque un vero e proprio eremo diffuso. Le grotte si trasformarono in celle monacali e la piccola area davanti all’ingresso della caverna principale diventò un cortile con pozzo centrale.

Il successo fu tale che il piccolo eremo non fu più sufficiente ad accogliere i religiosi, Silvestro individuò così un altro luogo, vicino Fabriano, su cui sarebbe sorta l’Abbazia di Monte Fano.

Proprio nella sua abbazia Silvestro si spense nel 1267 e lì sono sepolte le sue spoglie.

A proclamarlo santo nel 1589 fu un altro marchigiano, papa Clemente VIII.

A Grottafucile, nel frattempo, l’eremo non venne abbandonato, ma trasformato in un monastero.

Venne anche eretta una chiesa, Santa Maria di Grottafucile, che rimase in funzione anche dopo l’abbandono del monastero, a metà del XV secolo.

 

L’Eremo scavato nella roccia: Santa Maria infra Saxa

Sul versante sinistro della Gola di Frasassi troviamo uno dei luoghi più noti del Parco.

L’Eremo di Santa Maria Infra Saxa, che si apre su una fornice della Gola, nacque come piccolo oratorio ed è già citato in documenti monastici del 1029 come centro monacale femminile benedettino, chiamato Monasterium S. Mariae Bucca Sassorum.

L’eremo è un esempio perfetto della vita in simbiosi tra monaci e natura: è letteralmente scavato nella montagna e una parete della cappella non è altro che la roccia stessa.

Ogni anno, a Natale, un presepe vivente fa rivivere questo luogo magico.

Vicino all’Eremo si trova il cosiddetto Tempio del Valadier, dal nome dell’architetto che lo progettò su indicazione di Leone XII nel 1828.

Si tratta di una piccola chiesa a forma ottagonale che custodisce una copia di una Madonna col Bambino della bottega di Antonio Canova, il cui originale è esposto al Museo di Arte Sacra di Genga.

 

Un gioiello romanico nel cuore del Parco: l’Abbazia di San Vittore Alle Chiuse

Vicino alle Grotte di Frasassi, a San Vittorio Terme, nel Comune di Genga, l’omonima Abbazia è un vero gioiello di arte romanica, incastonato nella natura del Parco.

Oggi rimane solo una parte di un complesso monastico documentato fin dal 1007, che raggiunse l’apice dello splendore nel XIII secolo, arrivando ad esercitare giurisdizione su 42 chiese e vasti beni e territori. Dopo una lunga decadenza, nel XV secolo l’abbazia fu soppressa.

La chiesa è costruita in pietra calcarea. Immersa nella natura del Parco, protetta dalle rocce di Frasassi, si trova sopra il fiume Sentino, che conserva ancora un ponte romano, in perfetta armonia con l’ambiente che la circonda.

La possente torre del borgo dell’abbazia dà l’idea di una cittadella medievale fortificata.

Una cittadella che ha visto scorrere la vita di monaci dediti al lavoro e alla preghiera, com’è il caso dell’Ordine Benedettino.

 

Chiesa di Sant’Ansovino: dai longobardi alle leggende dei templari

Questa piccola chiesa, dedicata ad Ansovino che fu Vescovo a Camerino, dove nacque nel IX secolo, è davvero un luogo magico.

Si trova in un fondovalle di Avacelli, frazione di Arcevia, e spicca con le sue antiche pietre contro il verde dei boschi che coprono le montagne circostanti.

Di antica origine longobarda, in posizione strategica rispetto ai traffici dell’epoca, venne fondata tra il X e l’XI secolo, ed attraversa tutte le fasi importanti del medioevo marchigiano.

Fino al XII secolo dipendeva dall’Abbazia di Sant’Elena dell’Esino, poi fu trasferita ad un ordine cavalleresco che è tuttora ignoto.

Passata poi ai Templari di Pian dell’Ospedale, perde importanza a partire proprio dall’inquisizione dell’Ordine da parte di Clemente V nel 1308, presto eseguita dai Vescovi di Jesi e Fano.

Ogni pietra della chiesa racconta questa lunga storia. La facciata è ancora quella originale, con il piccolo portale e una nicchia che ospita una lastra di pietra scolpita con la croce astile circondata da sei sfere in memoria dell’epoca dei templari.

La cripta coi suoi capitelli decorati con figure regali evoca invece la tradizione longobarda.

All’interno si trova un affresco datato al XV-XVI secolo, raffigurante la Madonna con il Bambino, di scuola umbro-marchigiana.

Una curiosità: attorno alla chiesa sono sorte alcune leggende, come capita spesso quando si tratta di possedimenti templari.

La più famosa è ricordata dalla gente del posto con una frase in dialetto marchigiano: “Vale più Sant’Ansuino de’ fossi che San Pietro”, facendo riferimento a un tesoro nascosto dai cavalieri da qualche parte, che nessuno ha mai trovato.

 

L’Eremo di Santa Maria dell’Acquarella

L’Eremo dell’Acquarella, dal nome della valle a poca distanza dal borgo medievale di Albacina, ha una grande importanza storica.

Innanzitutto perché fu costruito su un antico insediamento voluto da uno dei grandi esponenti del monachesimo, Romualdo.

In secondo luogo perché alla Romitella, altro nome del complesso, nel 1529 ebbe luogo il primo capitolo generale dell’Ordine dei Cappuccini, nel quale fu eletto ministro padre Matteo da Bascio, tra i promotori della stessa riforma, cui subentrò, a seguito della sua rinuncia, Ludovico da Fossombrone.

 

E fu qui che i primi esponenti dell’Ordine compilarono le loro prime Costituzioni, che introdussero regole ancora più vicine all’ideale di vita francescana.

Quello che rimane oggi del complesso è la chiesa, costruita nel 1441 e ben conservata, due locali vicini e una torre a due piani, che risale probabilmente a un periodo antecedente, facendo parte del sistema di difesa fortificata di Albacina.

Nel corso degli anni l’eremo fu progressivamente abbandonato dai monaci che si spostarono a Fabriano.

Ebbe importanza anche perché si trovava lungo le direttrici principali dei pellegrinaggi per Loreto.

Lo dimostra una leggenda molto nota, secondo cui proprio qui si sarebbe fermata la Santa Casa nel suo tragitto verso Loreto e la Madonna si sarebbe dissetata proprio alla sorgente dell’Acquarella.

Secondo la tradizione, la piccola conca attorno all’eremo, immersa tra i pioppi, sarebbe stata scolpita proprio dal mantello della Madonna.

Ogni anno il 3 maggio, per la festa della Santa Croce, gli albacinesi si recano all’eremo in pellegrinaggio insieme ai frati Cappuccini, tramandando il legame antico con l’Acquarella.

 

Itinerario: trekking ad anello all’Eremo dell’Acquarella 

L’itinerario si sviluppa su un percorso ad anello è di difficoltà escursionistica, con un dislivello di 840 metri per 11 chilometri circa, da percorrersi in 4 ore.

Si parte dal borgo di impianto medievale di Albacina. Il paese, posizionato alle falde del Monte della Sporta ed arroccato in posizione strategica alla confluenza dei fiumi Esino e Giano, sorse un tempo a difesa e controllo delle vie di accesso da Fabriano e Matelica.

Dai giardini Aristide Merloni si sale a sinistra nell’abitato fino alla porta d’ingresso bastionata del castello.

Si prosegue diritto, poi al primo tornante a destra su sentiero 116 su carrareccia fino al bivio con il 116A, da qui si continua ad andare a destra, in salita sul 116, finché la carrareccia diventa sentiero immerso nel bosco di lecci.

Si continua a salire, giunti ad uno sperone calcareo si scende leggermente, si attraversa un fosso e si risale.

Da un terrazzo scorgiamo sotto di noi l’Eremo di Santa Maria dell’Acquarella. Scendiamo a visitare gli edifici immersi nel bosco.

Il primo insediamento risale al XI secolo e fu voluto da San Romualdo. Il complesso odierno è costituito da una chiesetta (costruzione del 1441) e da una torre a due piani probabilmente edificata come torre di guardia per la sua posizione strategica sulla valle del Giano.

Sulla porta di ingresso della chiesa troviamo lo stemma che ne testimonia l’appartenenza alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Narra la tradizione che qui si fermò la Santa Casa nel suo viaggio verso Loreto e nel fondo della valle rimase impressa l’impronta del mantello della Madonna che volle dissetarsi alla fonte dell’Acquarella.

La leggenda allude all’antico percorso di pellegrinaggio lauretano che, dall’antica via romana di Tuficum, attraversava in questo punto la dorsale dell’Appennino e proseguiva alla volta di Loreto e della Valle del Musone.

Terminata la sosta risaliamo la carrareccia e riprendiamo il sentiero 116, per arrivare a un prato cespugliato.

Da qui, seguendo una traccia evidente, arriviamo alla sella della Caprareccia (980 m) tra il Monte Maltempo e il Monte Cipollara. Prendiamo a sinistra il sentiero 111 e continuiamo sulla carrareccia fino ad entrare in una pineta.

Scendiamo fino ad una strada bianca fino alla Sella della Casetta con di fronte il monte della Sporta, quindi prendiamo il sentiero 116A, lasciando a destra la sterrata che conduce a Poggio S. Romualdo.

La carrareccia ci conduce nella Valle della Vite con una discesa abbastanza ripida. Rientriamo nel bosco di lecci per giungere al sentiero 116 per tornare al punto di partenza.

 

La Guida Escursionistica sul territorio: Erica Pianelli

– Erica, presentati. Chi sei e cosa fai nel Parco?

Collaboro come guida ambientale escursionista con l’ente Parco Gola della Rossa e di Frasassi. L’amore per questo territorio si è sviluppato a poco a poco ed ha avuto inizio con il lavoro di guida turistica presso il complesso carsico delle Grotte di Frasassi.

– I visitatori che arrivano nel Parco sanno dell’esistenza dei percorsi della spiritualità o è una scoperta che fanno grazie alle guide?

Non sempre i visitatori che giungono nel Parco sanno dell’esistenza di questi luoghi dello spirito. Alcuni per passione e interesse personale sono esperti “ricercatori” e fruitori di questi scrigni di storia e sono già informati della loro presenza quando arrivano nel nostro parco.

Molti invece arrivano da fuori regione per visitare l’attrazione principale costituita dal complesso carsico delle grotte turistiche e quindi rimangono nel territorio il tempo utile per una fruizione di tipo “mordi e fuggi”.

Nell’immediate vicinanze però molti di loro visitano anche gli altri tre gioielli del territorio circostante: l’abbazia romanica di San Vittore alle Chiuse, il tempio neoclassico del Valadier e soprattutto l’Eremo di Santa Maria Infra Saxa, quest’ultimi collocati sul versante sinistro della gola di Frasassi all’ingresso della grotta, in uno sfondo naturale capace di mozzare il fiato per lo spettacolo che offre.

Chi rimane colpito dal fascino di questi luoghi è interessato a conoscere se il territorio custodisca testimonianze altrettanto preziose della fede e le guide del parco rendono possibili tale scoperta.

– Che cosa incuriosisce di più i visitatori del Parco che conduci lungo i sentieri alla scoperta di degli eremi? Che cosa ti chiedono?

I visitatori sono incuriositi dalla storia del territorio: a loro interessa conoscere le vicende umane, le leggende popolari locali, gli usi delle popolazioni e le modalità di insediamento che si sono avvicendate su questo territorio e che lo hanno plasmato sin dai tempi antichi.

La presenza di diversi luoghi della fede, inoltre, ubicati a distanza di qualche chilometro l’uno dall’altro costituisce un tessuto di relazioni, segnate dal passaggio dei pellegrini in un crocevia di esperienze umane di viaggiatori che, provenienti da Roma, valicavano l’appennino per giungere alle sponde adriatiche.

 

– Qual è il rapporto tra eremi e parco? Come s’inseriscono nell’ambiente naturale?

Gli eremi, con secoli e secoli di storia alle spalle, sono un concentrato di arte, devozione e tradizione che merita di essere conosciuto.

Si inseriscono pienamente nel contesto del Parco; si trovano in un rapporto di simbiosi nato dall’esigenza spirituale degli eremiti di allontanarsi dalla vita pubblica e ricercare nell’isolamento di questi luoghi un rapporto profondo con la fede e con il creato. Inoltre, gli eremi testimoniano la fede degli uomini che li hanno costruiti e frequentati.

I visitatori che oggi percorrono a piedi questi sentieri si possono immedesimare o immaginare come allora venivamo effettuati e vissuti i pellegrinaggi.

 

Contatti

Erica Pianelli

Informazioni Utili

 

Leggi anche:

_ Parco Gola Rossa di Frasassi: il regno della aquile

Parco Gola Rossa di Frasassi: il paradiso della biodiversità

Commenta per primo

POTRESTI ESSERTI PERSO:

Via Romea Germanica: un cammino medievale di 2000 km dalla Germania a Roma

Food Valley Bike: una ciclovia tra sapori e cultura in Emilia Romagna

Canarie, Isola La Palma: è pieno di stelle quassù…