Escursionismo: incoraggiarci ci fa andare insieme e più lontano

4 settembre 2020 - 9:05

Avere scambi significativi con gli altri ci può calmare se siamo agitati, incoraggiare se siamo impauriti o demotivati. Essere con l’altro ha a che fare con un senso di possibilità di farcela.

– Maurizio Stupiggia (2014)

Per chi pratica trekking in gruppo è probabile si tratti di un’esperienza nota: a volte, durante l’escursione, può succedere di pensare di non “averne più”, cioè, a un certo punto, credere di non essere più in grado di tenere il passo degli altri; dunque, iniziare a rallentare e, nei casi più critici, fermarsi.

Ma perché ciò accade? Cioè, perché a un certo punto mantenere la velocità desiderata non sembra più possibile?

Prima di tutto precisiamo che l’escursionismo è un’attività motoria di resistenza, dal momento che caratteristica importante della resistenza è la tolleranza all’esercizio [exercise tolerance], cioè la capacità dell’organismo di sostenere un esercizio muscolare generalizzato in condizioni aerobiche, per un tempo protratto (Coyle et al., 1988, Marcora e Staiano, 2010).

Ed in effetti camminare è un esercizio fisico aerobico e durante le escursioni lo facciamo per ore, a seconda del livello di difficoltà. Certo, durante il trekking sono previste delle soste, in cui perlopiù ne approfittiamo per rifocillarci e riposarci.

Tuttavia l’obiettivo è raggiungere la meta, spesso rispettando orari predefiniti, per esempio se ci sono mezzi pubblici da prendere, oppure per sfruttare appieno le ore di luce.

 

Perché rallentiamo il passo o ci fermiamo?

Ma torniamo al perché rallentiamo o ci fermiamo

Secondo il Modello fisiologico della fatica (Hill, 1926), è la fatica muscolare a determinare il cosiddetto ‘esaurimento’, cioè la causa dell’interruzione dell’attività di resistenza risiede in fattori esclusivamente fisiologici e biologici, per esempio, cardio-respiratori, muscolo-energetici (Hepple, 2002; Marcora, 2016).

Un’altra spiegazione è invece proposta dal Modello psicobiologico della prestazione di resistenza (Marcora, 2008; Marcora e Staiano, 2010), secondo cui i fattori determinati l’esaurimento sono la percezione dello sforzo e la motivazione potenziale.

Con percezione dello sforzo intendiamo quanto faticoso e pesante viene consapevolmente percepito l’esercizio fisico, ad esempio percorrere una salita ripida: in sé non misura la fatica, il dolore muscolare o la stanchezza generati dal coprirla, ma è la misura dello sforzo che percepisco devo esercitare per arrivare in cima (Marcora, 2010).

Invece  la motivazione potenziale viene definita come “lo sforzo massimo che si è disposti ad esercitare allo scopo di riuscire nel compito”, cioè, appunto, camminare in salita (Wright, 2008; Marcora, 2019a, p. 18).

Dunque, secondo questo modello, quando lo sforzo richiesto dall’esercizio di resistenza è percepito come eccedente la motivazione potenziale o quando la percezione dello sforzo è così estrema che continuare l’esercizio sembra impossibile, la persona coscientemente decide di fermarsi.

Tornando al nostro esempio, potrebbe succedere che nel percorrere la salita ripida inizi a pensare che non vale la pena continuare a camminare con lo stesso passo dei miei compagni (motivazione potenziale), oppure che percepisca questo compito come troppo difficile, faticoso e superiore alle mie capacità, fino a considerare per me impossibile continuare (percezione dello sforzo), a quel punto quindi deciderò di rallentare o di fermarmi per un po’.

In accordo con questo modello, che presuppone appunto che fermarsi o rallentare sia, in ultima analisi, il frutto di una decisione, presa in base allo sforzo percepito o alla motivazione potenziale, ogni fattore (fisiologico sì, ma anche psicologico) che influenza questi due aspetti impatta anche sulla prestazione di resistenza.

In tale modello infatti fisiologia dell’esercizio fisico, psicologia motivazionale e neuroscienze cognitive vengono per la prima volta integrate in ambito di prestazione fisica di resistenza.

Cioè, il campo d’indagine si amplia oltre la fisiologia, fino ad interessare la psicologia; dal momento che, parafrasando il suo ideatore, Samuele Marcora (attualmente Professore Ordinario all’Università di Bologna), prendere parte a un’attività fisica (perciò anche ad un’escursione) non è solo un meccanismo biologico, ma presuppone che adottiamo dei comportamenti e la scienza che studia i comportamenti è la psicologia (Marcora, 2016).

Di fatto, in questi anni, le evidenze scientifiche a sostegno del Modello psicobiologico si sono moltiplicate e contemporaneamente hanno messo in discussione gli assunti del Modello fisiologico tradizionale.

A tal proposito, di particolare interesse è la rassegna pubblicata nel 2015 da McCormick, Meijen e Marcora, in cui vengono identificati ed esaminati in modo sistematico gli interventi e i fattori psicologici che migliorano o possono avere un impatto sulla prestazione, in quanto influenzano la percezione dello sforzo.

Fra questi emerge l’incoraggiamento verbale, che sembrerebbe essere uno dei più potenti interventi psicologici (Marcora, 2019b).

 

I due studi che evidenziano l’influenza dell’incoraggiamento sulla prestazione

Il rifermento nello specifico è a due studi. Nel primo (Moffatt et al., 1994), sia podisti competitivi che soggetti non atleti e non allenati sono chiamati a correre sul tapis roulant per due volte: sono loro a scegliere la velocità di corsa che poi rimane costante durante i test, mentre col passare dei minuti aumenta la pendenza. Questo fino a che non riescono più a continuare l’esercizio.

Una volta vengono incoraggiati verbalmente e l’altra no. In entrambi i gruppi si evidenzia un aumento dei tempi di corsa (sempre alla stessa velocità, anche se aumenta la pendenza) nella condizione di incoraggiamento: i non atleti corrono 1,9 minuti in più (14,3 invece di 12,4) e i podisti 3 in più (19,7 invece di 16,7).

Nel gruppo dei non atleti, quando incoraggiati, si registrano valori di percezione dello sforzo più bassi, cosa che non accade nel gruppo degli atleti, i quali però, attraverso l’incoraggiamento, innalzano il loro massimale di tolleranza all’esercizio.

Nel secondo studio (Chitwood et al., 1997), studenti universitari moderatamente attivi vengono sottoposti allo stesso tipo di compito del primo studio, sempre per due volte (una volta con incoraggiamento verbale, l’altra senza).

Viene però somministrato loro anche il Jenkins Activity Survey (Form T), allo scopo di identificare chi mostri segni di comportamenti di Tipo A o di Tipo B.

Chi rientra nel Tipo A di solito è competitivo, aggressivo, impaziente, ambizioso e frettoloso, mentre il Tipo B è paziente, accomodante, tollerante, rilassato (Coleman e Glaros, 1983).

Dallo studio emerge che gli studenti identificati come di tipo B corrono 1,7 minuti in più se incoraggiati (+15,7% rispetto ai tempi di corsa senza incoraggiamento), come nell’altro studio, sempre alla stessa velocità, anche se aumenta la pendenza.

Incremento che non si verifica da parte di chi è classificato di Tipo A: chi manifesta spirito di competizione non sembrerebbe beneficiare quindi di motivazioni esterne come l’incoraggiamento verbale.

Gli autori della rassegna (McCormick et al., 2015) forniscono le seguenti possibili spiegazioni di questi miglioramenti della prestazione attraverso l’incoraggiamento.

In primis, in accordo col Modello Psicobiologico, tramite l’incoraggiamento aumenterebbe la motivazione e si ridurrebbe la percezione dello sforzo, con conseguente incremento dei tempi di corsa.

Inoltre, l’incoraggiamento stesso potrebbe fungere da fonte di autoefficacia – definita come la convinzione di potere raggiungere un certo livello di prestazione in una data situazione (Bandura, 2000).

Nel nostro esempio, credere che riuscirò ad arrivare in cima senza rallentare fa sì che si attivino determinate risposte a livello cognitivo, motivazionale e affettivo, che, a loro volta, impattano in modo rilevante sul raggiungimento dei miei obiettivi performativi.

Fra i fattori che potenziano l’autoefficacia vi è la persuasione verbale da parte degli altri significativi (Bandura, 1982) (nel trekking, ad esempio, le parole di incoraggiamento dell’accompagnatore e/o dei compagni di escursione).

Oltre la percezione dello sforzo e la motivazione potenziale (determinanti ultimi della prestazione di resistenza per il Modello psicobiologico), emergerebbe perciò anche il ruolo di un’ulteriore variabile psicologica, l’autoefficaicia, appunto, che potrebbe contribuire a fare luce sui meccanismi psicologici che sottendono la prestazione.

Sempre nel nostro esempio, se prima di affrontare la salita impervia, l’accompagnatore incoraggia noi escursionisti con parole che infondano fiducia, sicurezza e forza d’animo (“Dai che ce la facciamo, un passo dopo l’altro!”, “Andiamo avanti, se qualcuno è in difficoltà me lo dica che lo aiuto” o “Ragazzi, calma, insieme ce la facciamo!”) potrebbe darsi che la percezione dello sforzo non aumenti fino al massimale e che la motivazione potenziale si mantenga alta, così come il  senso di auto-efficacia.

Così potrei non arrivare a percepire come impossibile mantenere il passo dei miei compagni, ma anzi credere che ce la posso fare e quindi riuscire ad arrivare con loro in cima, senza rallentare o fermarmi.

Ne potrebbe beneficiare in senso lato la mia esperienza escursionistica in gruppo.

Lo stesso potrebbe accadere se anche fra escursionisti ci incoraggiamo a vicenda, sia prima che durante i momenti critici o sfidanti, prestando attenzione a mantenere congruenti intonazione ed  inflessione della voce e a trasmettere entusiasmo (Chitwood et al., 1997; Moffatt et al, 1994).

Potrebbe dunque essere importante non lasciare al caso la formazione di accompagnatori ed escursionisti sulle competenze relazionali e comunicative, ma anzi, dedicarvi la stessa attenzione che abitualmente viene riservata ad altri importanti aspetti, quali orientamento, cartografia, topografia, meteorologia, fauna, flora, etc

 

 

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