Stati Uniti, black America: un viaggio nel profondo sud

19 marzo 2020 - 16:05

Solo un fischio solitario annuncia l’imminente passaggio di un treno merci nel cuore piatto della contea di Leflore, nel Mississippi. Dell’edificio sono rimasti solo ruderi racchiusi in un groviglio di viti e rampicanti. Guidando per una ventina di chilometri verso nord, a ridosso tra campi di cotone e paludi si passa un cartello, Glendora.

A differenza di Money, Glendora era stata una città, perlomeno fino a quando il decadimento si insinuò nella vita dei suoi abitanti.

Ora non è altro che una orribile strada di baracche e casupole, con un unico negozio di alimentari e il portico di un bar dove uomini vestiti di stracci sorseggiano le loro lattine di birra.

Ma accanto a queste capanne e negozi in bancarotta, una vecchia fabbrica di cotone dal tetto di ondulata lamiera custodisce un terribile segreto.

Fu qui che nell’estate del 1955  Emmett Till, un  quattordicenne di Chicago in visita ad alcuni parenti, trovò la morte per mano di Roy Briant.

Uscendo dalla drogheria dopo aver acquistato dei dolciumi, il giovane Emmett salutò la moglie bianca di Roy  con un tono troppo canzonatorio, ignaro delle leggi razziali del sud. Il suo cadavere venne ritrovato alcuni giorni dopo sulle rive del fiume che bagna la città, il Tallahachie.

Gli fu cavato un occhio e sparato un proiettile in testa. Legata al collo aveva una pala della ginnatrice come zavorra.

Emmett Till non solo fu vittima di un cruento linciaggio, ma di tutto il sistema legale di segregazione che era nato al Sud con le leggi Jim Crow, che alimentò l’odio e la disuguaglianza tra la popolazione, relegando in modo permanente i cittadini neri come persone di serie B.

Deep South, profondo Sud

Ancora oggi, lontano dal trambusto e dalla frenesia delle grandi metropoli, un infesto substrato di oscurità aleggia tra le zone rurali. Tutto si muove a ritmi più lenti e tra i suoi abitanti, profondamente ancorati al loro passato, si percepisce uno stile di vita pieno di contraddizioni.

Siamo nella regione che gli americani chiamano il Deep South, profondo Sud, una vasta area formata dal Sud Carolina, Georgia, Alabama, Mississippi e Louisiana. Ed è proprio in questo prisma che si riflettono da un lato le opulente città coloniali drappeggiate nel loro romantico passato, mentre dall’altro con schiacciante realismo, le terribili testimonianze di quella che fu la vita di milioni di persone assoggettate ad un sistema schiavistico brutale ed umiliante.

Attraverso un tour guidato delle piantagioni che costeggiano la River Road in Louisiana, o da un giro su uno dei battelli a vapore lungo il Mississippi, non è difficile immaginare come fosse scandita la giornata che caratterizzava milioni di neri.

Una visita veloce nell’Old Slave Mart Museum di Charleston (Sud Carolina) ti catapulta nel passato di quello che è ora questa affascinante e vivace città degna di un set cinematografico di film d’altri tempi.

Il museo sorge infatti nel punto esatto in cui i neri un tempo venivano messi all’asta e venduti con inumana crudeltà. Nelle teche dell’edificio sono ancora conservati i bandi ufficiali i quali parlano di lotti di negri, descrivendone l’età, le condizioni fisiche e le capacità lavorative con veri e propri listini.

Alla vigilia della guerra civile, scoppiata nel 1861, oltre 4 milioni di africani resistevano come potevano allo schiavismo: chi sabotando il lavoro dei propri padroni, chi imparando a leggere e a scrivere in gran segreto, chi invece tentando  la disperata fuga verso gli stati del nord.

Molti degli schiavi fuggiaschi che vivevano nelle piantagioni del sud si rifugiavano per giorni interi all’interno di quell’intrico di canali, paludi, foreste di palme e cipressi che si estende attorno e ben oltre il grande estuario del Mississippi. Seguiti dai cani che i loro padroni sguinzagliavano, potevano venir riacciuffati in qualsiasi momento per poi essere torturati o uccisi.

Nonostante i grossi rischi che correvano, le fughe non si arrestavano: il desiderio di libertà era più forte del timore della morte.

Prima che Abramo Lincoln firmasse nel 1863 la proclamazione di emancipazione, migliaia di schiavi si erano liberati, fuggendo attraverso le linee dell’Unione, arruolandosi nell’esercito e ricostruendo le loro vite.

Negli anni in cui gli eserciti federali occuparono il Sud venne avviata la Ricostruzione e gli afroamericani fecero  grandi passi avanti, ma al termine del presidio  federale il destino di milioni di neri fu di nuovo affidato ai singoli Stati che adottarono leggi restrittive, segregazioniste e razziste: fu l’inizio di un nuovo periodo di terrore.

Poco fuori Atlanta, in Georgia, una gigantesca roccia isolata si erge in tutta la sua imponenza mostrando il più grande bassorilievo al mondo. Scolpite nel granito vi sono le gigantesche statue del presidente degli Stati confederati Jefferson Davis, e dei generali Thomas Jefferson e Robert Lee a cavallo.

Si parla di onore e di coraggio nel memoriale costruito alle pendici del monolito; di come gli Stati ribelli abbiano difeso la libertà, la propria indipendenza. In nessun posto viene però menzionato chiaramente il motivo per cui hanno combattuto, ovvero per mantenere la schiavitù.

Solo una targhetta testimonia con imbarazzo l’importanza fondamentale che Stone Mountain ha rivestito in realtà: la rinascita del Ku Klux Klan.

Si conta che tra il 1877 e il 1950, 4400 afroamericani vennero linciati  dalla folla convinta che fossero criminali. Le vittime di questo brutale e potente strumento di segregazione razziale sono ricordate presso il National Memorial for Peace and Justice, inaugurato di recente a Montgomery, in Alabama.

“L’Alabama mi ha sconvolta, il Tennesse mi ha fatto perdere il sonno, e tutti sanno di quell’infetto schifo del Mississippi…”. Così canta Nina Simone nella sua Mississippi Goddam. La scrisse l’indomani dell’attentato razzista da parte di un gruppo di seguaci del Ku Klux Klan che il 15 settembre del 1963 fece esplodere una bomba presso la 16 Street Baptist Church di Birmingham in Alabama, uccidendo quattro bambine adolescenti e ferendo  altre 22 persone.

A fine anni ’50 nel sud c’era aria di rivolta. I neri iniziavano a scendere tra le strade del Paese reclamando a gran voce i loro diritti provocando una cruenta risposta da parte della supremazia bianca che disperatamente tentava con ogni mezzo di reprimere le manifestazioni.

Verso Ovest

Lasciando alle spalle Birmingham, procedendo verso ovest, attraverso la regione del Black Belt,  raggiungiamo la zona collinare della contea di Neshoba, nello stato del Mississippi.

Siamo sulla Higway 19, una lunga strada circondata da boschi. Il paesaggio che si presenta assume toni spettrali: un panorama degno di un vecchio film anni ’60.

Lo storico marker che stiamo cercando lo troviamo all’incrocio con la Road 515. In questo  punto esatto nell’estate del 1964, tre giovani attivisti per i diritti civili, Michael W. Schwerner, James E. Charlet e Andrew Goldman, furono uccisi da un gruppo di uomini del Klan locale della vicina cittadina rurale di Philadelphia.

Erano giunti nella contea di Neshoba per indagare sull’incendio doloso di una chiesa Metodista dove si stavano raccogliendo le firme dei neri per registrarsi alle liste di voto.

L’evento che indignò il popolo americano viene ricordato nel film “Mississippi Burning”, che tra l’altro aiutò a risolvere il caso. Ancora oggi questi non sono luoghi sicuri e Philadelphia è considerata il quartier generale dei nuovi membri del Klan. Ad una centinaia di metri dal luogo del delitto vivono indisturbate le famiglie degli assassini.

Trentanove volte

Il 4 aprile 2018, davanti al Lorraine Motel di Memphis (Tennessee) cade un religioso silenzio; sono da poco passate le 6 di sera e solo il suono solitario di una campana costruita sul terrazzo della stanza 306, rintocca inesorabile per 39 volte, una volta per ogni anno della vita del reverendo Martin Luther King.

Migliaia di persone sono accorse nella capitale del Tennesse per commemorare l’anniversario dell’uccisione del leader indiscusso del movimento dei diritti civili.

Tre donne anziane di colore siedono sulle loro seggioline portatili tra la folla. Sono lì dalla mattina, attrezzate di tutto il necessario per affrontare la lunga giornata.

Indossano abiti sgargianti, mostrando un look così strillante che ricorda i personaggi di un romanzo di Toni Morrison. Guardano la mia telecamera con occhi curiosi, tanto che non resisto alla tentazione di attaccare bottone. Scopro che sono del posto: tutte e tre nate e cresciute a Memphis.

La più loquace del trio inizia a raccontarmi di sua iniziativa con il tipico accento strascicato del sud della vita di Martin Luther King, delle sue battaglie politiche ma soprattutto delle marce alle quali lei stessa partecipò, come quella di Washington del ’63 o quella di Selma del ’65  in Alabama.

 

Mississippi blues trail

Nella storia afroamericana non ci sono stati solo profeti dei diritti civili, molti neri hanno reso omaggio al paese con la loro arte, in particolare con la musica.

Ma se si vuole parlare di musica nera, si deve per forza parlare di blues; e un vecchio detto del sud dice che è impossibile ascoltare il blues e non sentire il sapore del fango del Delta. Ogni casa di Clarksdale, la cittadina del Mississippi che ha dato i natali ai più grandi musicisti blues d’America, se potesse raccontare una storia, lo farebbe con un blues di sottofondo.

Tutta la regione è colma di storie legate al blues e alle sue leggende, ma per molto tempo si è colpevolmente ignorato questo patrimonio culturale. Da qualche anno a questa parte si sta assistendo ad un’inversione di rotta. Sempre più turisti si avventurano in quelle regioni per scoprire i luoghi d’origine della musica americana. E in effetti va  proprio in questa direzione il progetto «Mississippi blues trail», una sorta di sentiero fai-da-te che tocca i più importanti siti legati alla storia di questo genere musicale.

Luoghi apparentemente anonimi come cimiteri, strade, incroci ferroviari o semplici baracche, ora contrassegnati da appositi markers di colore blu, tenuti insieme da un filo invisibile, formano una sorta di museo a cielo aperto dove recarsi in silenzioso pellegrinaggio a rendere omaggio al Dio del Blues. 

Nonostante il tempo trascorso e le lotte di emancipazione, ancora oggi i giovani afroamericani hanno condizioni economiche peggiori rispetto ai bianchi.

“Non ci sono più le lenzuola del Ku Klux Klan ma quando vedi dei ragazzi neri che vengono uccisi capisci che questo cancro non è ancora stato estirpato”, afferma una giovane attivista.

La guerra sociale ha trasformato intere città in violenti ghetti, mentre le zone rurali sempre più povere e razziste, si svuotano lentamente della forza lavoro; ma benché sia in atto un sistema fortemente repressivo le strade di questi luoghi continuano a raccontarne la storia e ovunque guardi, se guardi, puoi vedere l’ombra non troppo distante di Jim Crow.

Testo di Therese Redaelli / Foto di Elio Pozzoli

 

 

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