Perù: sulle tracce dell’Impero del Sole – Parte tre

18 marzo 2020 - 12:42

Nei dintorni di Cuzco, gli sterminati terrazzamento coltivabili, che conservavano l’acqua  indispensabile all’agricoltura, sono grandiose opere d’ingegneria, che richiesero l’impiego di enormi maestranze per la loro realizzazione.

Terrazze, spesso in equilibrio sulle alture andine, dove l’acqua veniva trasportata per molti chilometri attraverso canali disposti ad altezze graduate o condotti di pietra sotterranei.

L’irrigazione era il fluido vitale del regno: gli dei che abitavano le montagne, potendo governare i fenomeni atmosferici, in particolare la pioggia, dovevano essere continuamente venerati con offerte propiziatorie. Spesso veniva sacrificato un lama, e a volte immolati anche uomini, donne e bambini.

In una gola che confluisce nella sottostante valle dell’Urubamba, appaiono le spettacolari saline di Maras, un’altra incredibile opera incaica. Centinaia di vasche terrazzate raccolgono fin dai tempi antichi l’acqua ricca di cloruro di sodio, che evaporando, lascia grandi depositi di sale: una distesa di vasche bianco e ocra, uno spettacolo di luce e colore che sembra appartenere ad un pianeta alieno, dove ancora oggi le famiglie di Maras, estraggono il sale utilizzando lo stesso sistema degli Incas: un rituale che si ripete inalterato nel tempo.

Mura ciclopiche, antichi templi, centri cerimoniali, fortezze, coltivazioni e  saline… piazze, vicoli e case coloniali, chiese e monasteri… due mondi che si incontrano e scontrano, quello Incas e quello dei conquistadores, raccontando le loro storie, impresse sulle pietre.

Machu Picchu – nella pietra l’Impero del Sole diviene eterno

C’è un angolo di Perù che i conquistadores non hanno raggiunto, il luogo sacro degli Incas, rimasto estraneo alle devastanti invasioni e distruzioni della corona spagnola: le rovine di Machu Picchu, sospese tra terra e cielo, tra magia e realtà.

La città perduta degli Incas, sorta sul dorso di uno sperone montuoso, sospesa sul canyon dell’Urumamba e avvolta da fitte e lussureggianti foreste, è oggi considerata l’esempio più straordinario di architettura paesaggistica del mondo.

Rimasta nascosta fra la giungla per quattro secoli, fu scoperta nel 1911 dall’esploratore statunitense Hiram Bingham.

Assistere al gioco di luci, ombre e nebbia creato dai primi raggi del sole che illuminano le pietre della cittadella immersa nella lussureggiante foresta, è uno spettacolo magico che per alcuni istanti consente di percepire il senso di assoluto e di unione con le forze divine della natura che probabilmente scandivano i ritmi quotidiani del popolo del Sole.

Il wayrona, centro cerimoniale dove il sommo sacerdote celebrava il culto dell’acqua, la porta e il tempio del Sole, l’altare sacrificale, El Torron, l’osservatorio solare che fissa il solstizio d’inverno, centro canalizzatore di energia…

Non semplici ruderi, pietre sopravvissute allo scorrere del tempo, ma preziose testimonianze capaci di trasmettere antiche, profonde vibrazioni.

Nel silenzio della valle sacra, è ancora possibile sfiorare queste rocce e lasciare che ti raccontino le antiche storie del loro popolo, che qui, viveva in armonia con la natura e gli dei, per poi svanire all’improvviso, avvolto da un leggendario mistero.

Testo di Silvia Della Rocca, foto di Silvia Della Rocca, Annalisa Natali, Federico Romussi, Gianluca Pagnini, Giulia Cattini, Mauro Franceschini, Vincenzo Moraldi

Leggi anche le altre puntate del viaggio:

Perù: sulle tracce dell’Impero del Sole – Parte uno

Perù: sulle tracce dell’Impero del Sole – Parte due

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