Viaggio in un Tibet di vent’anni fa, prima parte.

18 marzo 2020 - 0:19

Alla scoperta del Tibet, una terra a lungo contesa, la cui anima culturale è sempre più influenzata dal gigante Cinese.

Un racconto di viaggio di un nostro lettore, risalente ad un Tibet di vent’anni, una terra le cui radici affondano in una storia antica di secoli, che ha vissuto una crescente contaminazione di modelli culturali della super potenza cinese.

Ero al mio terzo viaggio in Nepal. Dopo aver visitato la valle di Kathmandu e quella di Pokhara, questo aveva il Tibet come meta finale.

Non ero sicuro di poter entrare in Tibet, perché non era facile ottenere il visto d’ingresso, ma volevo comunque tentare. Se andava male potevo restare nel Nepal e testare nuovi percorsi di trekking: i ricordi delle mie esperienze precedenti mi riportavano sempre volentieri in quel paese di confine.

Era autunno. Attendevo all’aeroporto di Francoforte il volo per Nuova Delhi. Nel gate d’attesa sostavano decine di trekker diretti in Nepal in attesa dell’unico volo diretto -o quasi – per Kathmandu. Non era facile trovare posto su quel volo, perché era sempre pieno o riservato. Inoltre il suo costo era piuttosto alto e fino ad allora lo avevo sempre scartato.

Ma ti risparmiava uno scalo in India, con cambio di compagnia aerea, tempo perso nei trasferimenti e nelle attese, e tutto quel corollario di disagi che l’organizzazione dell’India di allora non garantiva di poter evitare. Comunque il mio aereo per Nuova Delhi sarebbe partito un paio d’ore più tardi rispetto a questo, così decisi di mettermi in lista d’attesa per il volo diretto in Nepal. Non venni scartato a priori, la disponibilità dei posti veniva accertata man mano che venivano imbarcati i passeggeri; così a mezzanotte, finito l’imbarco, rimasero due posti liberi e me ne venne assegnato uno.

Ero euforico, ero riuscito ad ottenere un posto su quel volo che mi sembrava un sogno quando programmavo il viaggio. Felice perché potevo accorciare i tempi, guadagnare mezza giornata ed evitare di atterrare di notte a Kathmandu, che non è il massimo. Mentre questo volo faceva scalo in Pakistan a Karachi, ma ripartiva quasi subito direttamente per la destinazione finale. Stesso aereo europeo, molto meglio che volare con Air India o con la piccola Nepal Air, visto le precedenti esperienze.

Il viaggio fu tranquillo. Attendevo con trepidazione il momento dell’atterraggio, sperando di essere sul lato del finestrino dove le montagne himalayane fanno da sfondo. Quando la cresta s’intravede nella sua grandezza si viene presi dall’euforia, anche se le nuvole che di solito si alzano dopo l’alba ne coprono gran parte. Nel sentire l’aereo rallentare in fase di discesa, curvando come seguendo la conformazione delle valli, mentre l’orizzonte si abbassa e i terrazzamenti delle risaie diventano visibili da entrambi i lati dell’aereo, la sensazione di arrivare chissà dove ti prende, non vedi la pista di atterraggio e stai con il fiato sospeso in attesa. Poi un grande pianoro si apre all’improvviso e si tocca terra.

All’arrivo ebbi una sgradita sorpresa: il mio bagaglio non mi aveva seguito. Così dovetti denunciarne lo smarrimento e cominciare la vacanza privo dei miei effetti personali. Mi diressi nella parte centrale vecchia della capitale, vicino a Durbar Square, e trovai posto in una guest house molto economica: 3 dollari a notte.

L’ambiente era molto semplice ma accogliente. Turisti di tutto il mondo, squattrinati come me, prendevano alloggio in piccole camere di legno con letti semidistrutti. Ricordo ancora bene il cigolio dei gradini di legno che ti portavano ai vari piani dell’edificio.

La toilette e le docce erano in comune, situate in un corridoio buio. Ma la camera mi serviva solo per il riposo notturno; durante il giorno, se non eri in giro potevi soggiornare in un cortile-giardino al piano terra dell’edificio. Lì uno spartano servizio bar ti portava un ottimo the indiano, potevi scambiare informazioni con gli altri viaggiatori internazionali, sfogliare depliants o leggere i commenti che gli ospiti lasciavano a ricordo del loro soggiorno alla guest house.

Ogni giorno andavo all’aeroporto per avere notizie sul mio bagaglio. All’ufficio bagagli smarriti regnava il caos …. La stanza era zeppa di zaini, valigie, sacchi a pelo ammassati in totale disordine. Zaini simili al mio ne avevano stipati a centinaia e farli passare tutti era un bel lavoro. Il classico tagliando rilasciato dalla compagnia aerea in questo caso non aiutava: l’organizzazione era quel che era. Finalmente dopo tre giorni riuscii a recuperare il mio bagaglio arrivato via India. Adesso potevo pensare a partire. Mi mancava però ancora il visto di ingresso.

Certo l’attesa non era stata infruttuosa: mentre aspettavo l’arrivo dello zaino, avevo avuto tutto il tempo per organizzare il mio viaggio in Tibet informandomi presso i diversi tour operator locali. Avevo affittato una bicicletta per fare nuovamente il classico tour delle capitali nella valle. Le vicine città di Bakthapur e Patan sono un museo all’aperto, con bellissimi templi e stupa ovunque. Ricordo un porfido perfetto nella piazza di Patan, dove Bertolucci girò “Il piccolo Buddha”.

E’ un posto mistico, dove le religioni sono rappresentate nelle loro varie forme. L’occhio occidentale difficilmente distingue Buddhisti – Iinduisti con i sottogruppi di ortodossi o bramini, per non parlar dei tantrici, e rinuncia alle distinzioni.

La varietà di fedi in questo posto non è mai sfociata in guerre religiose

E la bellezza dei templi, che per la maggior parte segue lo stile a pagoda, lascia sorpresi e commossi . Assistere ai loro riti, soffermarsi sulla rappresentazione dei loro dei, è una cosa che impressiona favorevolmente. Un giorno mi recai alla collina delle scimmie, nei pressi dell’aeroporto. Qui sorge il grande stupa di Swayambu, visibile da ogni angolo di Kathmandu. Eretto circa 1800 anni fa in questo luogo sacro fra i sacri, il suo colore bianco è simbolo di completa purezza.

Sul cubo centrale spiccano gli occhi del Buddha rivolti ai quattro punti cardinali, che ti scrutano da ogni lato; in mezzo a loro il terzo occhio, lo sguardo della mente, e sotto a questo è disegnato il numero uno, simbolo dell’unica fonte del tutto. Attorno un circolo di case in legno dove le botteghe tibetane e buddiste si mescolano all’ombra delle bandiere di preghiera che dalla sommità dello stupa scendono in tutte le angolazioni fino alla base; decine di devoti fanno roteare i mulini di preghiera girando attorno allo stupa in senso orario.

Lì ’ vicino sorgeva un monastero buddihsta nuovo, dove stava per svolgersi una riunione di tibetani in esilio: dopo l’invasione cinese del Tibet molti degli esuli si insediarono attorno a questa collina, qui costruirono le loro case e numerosi monasteri. Io ero preso da quella religione pacifica, dalla loro ricerca della pace e dall’ atmosfera di ascetismo che permeava i loro monasteri dove il silenzio era rotto solo dalla familiare formula “om mani padme hum” che si sentiva provenire dalle celle dei monaci… mi mischiai a quella kermesse colorata di persone riunite dalla fede. Donne e bambini relegati agli angoli di un immenso piazzale coperto di teli colorati, i monaci in cerchio, tutti uguali nelle loro tonache rosso scuro. Rimasi a godermi questa riunione così autentica e suggestiva.

Dopo il recupero del bagaglio passai altri giorni a Kathmandu, in attesa del visto per la Cina. La città mi era diventata familiare. La parte vecchia bella, quella del palazzo reale nella Durbar Square, la frequentavo la mattina presto, prima dell’arrivo dei tour che riversano gruppi di turisti in un giro frenetico e chiassoso

Il turismo aveva trasformato anche questo luogo magico: ora venditori ambulanti occupavano le scalinate di mattoni rossi esponendo le loro cianfrusaglie e nascondendo i templi alla vista. Un vero peccato. Per questo frequentavo il posto di mattina, quando nella piazza ancora avvolta nella quiete si aggiravano poche persone. Andavo a sedermi nella parte superiore dei templi a gradoni e osservavo il risveglio della città. Era naturale sentirsi immersi in un’altra epoca. Portatori spesso scalzi, capre o vacche sacre che giravano liberamente, i primi venditori ambulanti che sistemavano il loro banchetto con le più eterogenee mercanzie…

Negozietti o piccoli locali assurdamente ricavati in costruzioni tanto antiche aprivano i battenti; le ceste di fiori portate per le offerte ai templi cominciavano a profumare la piazza che pian piano si riempiva. Dalla mia postazione osservavo come alcuni tetti in paglia stessero ormai crollando mentre le antenne paraboliche cominciavano ad impossessarsi dei tetti.

La “città delle case di legno”, si stava trasformando e nell’arco di pochi anni ero stato testimone del suo cambiamentoQuando passavo davanti al tempio della Kumari reale sulla piazza, pensavo a come questa religione rimaneva fedele nei secoli ad antiche credenze, e non mi ponevo domande su quella bambina scelta come dea fino al giungere della pubertà, non mi chiedevo a quale futuro andasse incontro.

La seconda parte del racconto la potete leggere qui:

 

Il reportage di:
Igor Lombardo e Graziella F. Borghi  

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