Scivoloni, inciampi e cadute: attenzione alla fatica mentale

28 maggio 2020 - 10:04

Da alcune settimane l’attività escursionistica in ambiente è ripartita, dopo lo stop forzato dovuto all’emergenza COVID-19.

In questo momento, più che mai, è importante ed essenziale contenere quanto possibile i fattori di rischio per gli infortuni. Infatti, “in caso di incidente, l’eventuale soccorso, già impegnativo per i luoghi, è reso ulteriormente critico dalle necessità di proteggere chi viene soccorso e quanti soccorrono, dal pericolo di contagio” (CAI, 2020).

La ricerca evidenza che vari fattori, sia fisici – considerati prominenti – che mentali, possono predisporre agli infortuni (Weinberg e Gould , 2015). In quest’articolo prendiamo in considerazione la fatica mentale come fattore di rischio per possibili infortuni, specificamente per cadute dovute a scivoloni ed inciampi.

Per fatica mentale intendiamo uno stato psicobiologico causato da prolungati periodi di intensa attività cognitiva e caratterizzato da sensazioni soggettive di stanchezza e mancanza di energie (umore), avversione verso ulteriori sforzi (motivazione) e impoverimento della prestazione cognitiva (Boksem e Tops, 2008; Marcora, 2015).

Senza considerare l’affaticamento mentale che ognuno di noi può portare con sé da casa, per motivi personali, che possono essersi amplificati in quest’ultimo periodo, a causa del COVID-19; l’escursionismo, in quanto attività motoria di resistenza [endurance], svolta in gruppo e in ambiente naturale di per sé può essere mentalmente affaticante (Morsiani e Mazzoli, 2019).

 

Vediamo perché:

È UN’ATTIVITÀ MOTORIA DI RESISTENZA – In quanto attività motoria di resistenza, nell’escursionismo è prevista la tolleranza all’esercizio [exercise tolerance], cioè la capacità dell’organismo di sostenere un esercizio muscolare generalizzato in condizioni aerobiche, per un tempo protratto (Coyle et al., 1988, Marcora e Staiano, 2010).

Ed in effetti camminare è un esercizio fisico aerobico e durante le escursioni lo facciamo per ore, anche con consistenti dislivelli. Certo, durante il trekking sono previste delle soste, di cui perlopiù approfittiamo per rifocillarci e riposarci. Tuttavia l’obiettivo è raggiungere la meta, spesso rispettando orari predefiniti, per esempio se ci sono mezzi pubblici da prendere, o per sfruttare appieno le ore di luce.

Resistere e continuare a camminare, nonostante la fatica, il dolore muscolare, il disagio termico (siamo in ambiente naturale e le temperature sono soggette a variazioni, anche repentine) e dopo tanti chilometri, è possibile grazie al controllo inibitorio.

Il controllo inibitorio è un’abilità cognitiva che consiste nell’inibire reazioni, impulsi e bisogni impellenti allo scopo di perseguire un obiettivo – in questo caso continuare a camminare nonostante il forte e crescente desiderio di mollare (Marcora, 2019; Morsiani, 2019). È un processo mentale molto affaticante: col passare del tempo, lo sforzo mentale richiesto per camminare può apportare fatica mentale (Marcora, 2019).

SI SVOLGE IN GRUPPO – L’escursionismo di solito si svolge in gruppo. È perciò richiesto a tutti i partecipanti di sapere interagire e relazionarsi in modo funzionale, cioè, in primis di autoregolarsi, vale a dire regolare le proprie emozioni e comportamenti allo scopo di raggiungere determinati obiettivi (Baumeister, Vohs e Tice, 2007; Morsiani, 2018; Wagstaff, 2014), nello specifico anche di tipo relazionale.

Alcuni esempi: il passo del gruppo a volte può essere più veloce o più lento rispetto al mio; un comportamento di un compagno di escursione mi fa innervosire, ma sbottare in pubblico non è consigliabile; di fronte a un guado come comunicare ai miei compagni che sono in difficoltà? L’autoregolazione è un’attività cognitiva di base del nostro cervello, ma anch’essa molto affaticante da un punto di vista mentale (Marcora, 2015).

SI SVOLGE IN AMBIENTE NATURALE – L’escursionismo infine si svolge in ambiente naturale, a volte lungo percorsi accidentati e/o in condizioni meteo non ottimali o avverse.

Dunque una della caratteristiche mentali di chi pratica escursionismo è la capacità di assumere rischi [risk assumption], capacità che – in assenza di sufficiente consapevolezza e razionalità – in alcuni casi estremi può costare la vita, in altri, più ordinari, può procurare infortuni o incidenti (Dosil, 2006).

L’autoregolazione, l’orientamento dell’attenzione, prendere decisioni, a volte, in tempi molto rapidi sono abilità mentali che possono migliorare l’assunzione razionale dei rischi, ma anch’esse sono mentalmente affaticanti (Marcora, 2015; Mazzoli, 2018-2019).

Inoltre, aspetto che ci riguarda particolarmente dopo mesi di lockdown, meno siamo allenati meno possiamo fare leva sulle reazioni automatiche e diviene necessario prestare molta attenzione. Questo è ulteriormente mentalmente affaticante (Marcora, 2018).

 

I risultati di due recenti studi

Interessante è quanto emerso da due recenti studi che hanno preso in considerazione la fatica mentale come fattore di rischio per cadute dovute a scivoloni e inciampi. Il contesto di riferimento è quello lavorativo e quindi non di attività motoria, tuttavia qualche spunto di riflessione forse può arrivare anche a noi escursionisti.

Nel primo studio, Lew e Qu (2014) si focalizzano sugli scivoloni. Dimostrano che in presenza di fatica mentale è più facile perdere l’equilibrio posturale e quindi scivolare e cadere. Infatti il controllo posturale proprio dello stare in equilibrio impatta notevolmente a livello cognitivo.

Ma se c’è fatica mentale c’è anche un impoverimento delle risorse cognitive disponibili. Dunque la fatica mentale può compromettere le risposte posturali per il mantenimento dell’equilibrio e per il recupero dalle perturbazioni dell’equilibrio. Nello specifico la fatica mentale aumenta infatti la probabilità di iniziare a scivolare, diminuisce il rilevamento di assenza di adesione al terreno e la reattività di risposta per il recupero dell’equilibrio.

Nel secondo, Qu e collaboratori (2019) si concentrano sugli inciampi e confermano che la fatica mentale aumenta la probabilità di perdita di equilibrio e quindi di inciampi e cadute, per le stesse ragioni emerse dallo studio precedente (Lew e Qu, 2014): in presenza di fatica mentale, il controllo posturale può contare su minori risorse cognitive disponibili e, a causa di ciò, vi può essere un impoverimento del recupero dell’equilibrio dopo l’inciampo.

Inoltre, i ricercatori riscontrano che, in caso di affaticamento mentale, di fronte a possibilità di inciampo impreviste, la flessione del tronco in avanti tende ad essere più ampia e vi è un peggioramento nell’arresto e che, dopo l’inciampo, si riduce la lunghezza del primo passo per il recupero dell’equilibrio, risultando perlopiù inadeguata.

La spiegazione potrebbe essere che la fatica mentale si associa ad una minore attivazione delle cortecce prefrontali, area del cervello correlata alle funzioni esecutive, complesso sistema di processi cognitivi e comportamentali necessari per azioni efficaci e dirette allo scopo e per il controllo delle risorse attentive.

Vi rientra il controllo posturale proprio del camminare. Funzioni esecutive meno efficienti potrebbero tradursi in minore auto consapevolezza delle eventuali limitazioni fisiche ed inoltre indurre valutazioni inappropriate dei pericoli ambientali, quali, per esempio, inciampi inaspettati.

Visto quanto emerge da questi studi e considerato quanto l’escursionismo possa essere mentalmente affaticante, potrebbe essere importante – ancora di più in questa fase di ripresa delle attività e di “convivenza” col COVID-19 -, lavorare su di noi e formarci, come singoli e come gruppi di trekker, anche con l’aiuto di professionisti, per contenere e ridurre il più possibile la fatica mentale.

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