Allacciati gli scarponi, siamo pronti a entrare nel bosco. Il profumo della resina è forte, quasi denso, e la luce fatica a farsi spazio tra le fitte fronde.
Siamo in Sicilia, lungo il Sentiero delle Grandi Querce, nel cuore del Bosco di Santo Pietro, territorio di Caltagirone.
Non è una camminata qualsiasi: è una giornata di monitoraggio e fototrappolaggio naturalistico accanto a chi questo bosco lo conosce albero per albero.
Prima ancora di raccontare il sentiero, occorre dire qualcosa del luogo che lo ospita. E non è facile farlo senza una punta di amarezza.
Il Bosco di Santo Pietro è diventato nel tempo una “R.N.O. Desaparecida”: una Riserva Naturale Orientata declassata per cavilli o negligenze burocratiche, oggi affidata alla sola tutela della ZSC (Zona Speciale di Conservazione) della Rete Natura 2000.
L’ingresso nel bosco delle grandi querce
È una ferita per chiunque ami la natura siciliana, costantemente minacciata dagli incendi dolosi.
Eppure è proprio questa fragilità a rendere il lavoro di monitoraggio e tutela ancora più necessario. La nostra uscita, datata 4 gennaio 2026, si inserisce in questo filo di cura quotidiana.
Il Sentiero delle Grandi Querce è il cuore antico di Santo Pietro.
I suoli sabbiosi e profondi, eredità di antiche linee di costa, ospitano i veri patriarchi della foresta: esemplari maestosi di querce da sughero (Quercus suber) e lecci (Quercus ilex) che hanno resistito alle fiamme e al tempo.
Un ecosistema complesso
Il sottobosco è un groviglio impenetrabile di macchia mediterranea: corbezzoli, mirto, erica, ginestre.
Sotto l’ombra fitta delle chiome, il microclima cambia, l’umidità si trattiene, e il bosco diventa un rifugio vitale per la fauna selvatica.
Affrontare un sentiero come questo con un obiettivo preciso richiede la guida di chi la natura non la osserva soltanto, ma la vive e la difende ogni giorno.
Renato Carella è lo storico presidente dell’associazione Il Ramarro OdV, anima verde del bosco.
È l’uomo che pianta gli alberi. Mentre cammina, ci indica i punti dove le fiamme hanno divorato ettari di vegetazione e, subito dopo, i germogli nati dalle ghiande piantate durante la “Festa della macchia mediterranea”.
Le grandi querce
Con lui la passeggiata diventa una lezione continua sull’importanza di passare da una logica di perenne emergenza a una di prevenzione strutturale, anche grazie a progetti europei come MedMaquis.
Claudio Barbera è l’opposto complementare: meticoloso, silenzioso, quasi chirurgico. È lui a dettare i ritmi del fototrappolaggio.
Non guarda il paesaggio nel suo insieme, ma i dettagli: un ciuffo di peli impigliato in un rovo, un’impronta sbiadita sulla sabbia rossastra, un sentierino di pochi centimetri battuto nel sottobosco.
Il fototrappolaggio non è semplicemente piazzare telecamere: è un gioco di scacchi con la fauna elusiva del bosco. Lontano dai percorsi battuti dagli escursionisti, l’indagine entra nel vivo.
1. Leggere il terreno: Claudio si accovaccia accanto a una vecchia sughera dal tronco scavato dal tempo.
Sul terreno sabbioso individua quelle che in gergo si chiamano “piste”: piccoli varchi naturali tra il lentisco, usati sistematicamente dagli animali per muoversi riducendo il dispendio energetico.
2. Il posizionamento strategico: dallo zaino emerge la fototrappola. Per non spaventare gli animali si usa un modello “No-Glow”, con LED infrarossi neri invisibili al buio.
Claudio la fissa al tronco con una cinghia mimetica, a circa 40-50 centimetri da terra: un’altezza calcolata al millimetro, perfetta per intercettare mammiferi di media e piccola taglia senza tagliarli fuori dall’inquadratura.
3. Settaggi e mimetismo: Renato e Claudio lavorano insieme per angolare l’obiettivo in modo che non riceva la luce diretta del sole all’alba o al tramonto: i falsi scatti del sensore PIR (Sensore a Infrarossi Passivo) causati dal calore solare riempirebbero inutilmente la scheda SD.
Infine, la sagoma squadrata della fotocamera viene spezzata incastrando foglie secche, rami e frammenti di corteccia caduta.
Quando il sole scende e noi lasciamo il sentiero, evitando accuratamente di calpestare il terreno appena antistante l’obiettivo, per non lasciare il nostro odore, il bosco diventa dominio dei selvatici.
Volpe- Foto di Massimo Piacentino
Cosa spera di trovare Claudio tornando a scaricare la memoria digitale tra qualche settimana?
“Ogni albero bruciato è un lutto, ma ogni ghianda che germoglia è una promessa. Non ci arrendiamo, andiamo avanti.” Sono parole che, spero, riassumano lo spirito di un’uscita con Carella e Barbera.
Lasciare il Sentiero delle Grandi Querce alle spalle, sapendo di aver piazzato “occhi digitali” a guardia di tanta bellezza nascosta, ci fa capire una cosa: finché ci saranno persone disposte a lottare per lui, il Bosco di Santo Pietro resterà vivo, selvaggio e fieramente resistente.
C’è però un’ultima riflessione che ci portiamo a casa. Crediamo che nel bosco la folla sia spesso un ostacolo alla vera connessione con l’ambiente.
La magia di un’escursione, soprattutto se mirata all’osservazione e al rispetto profondo dell’ecosistema, si amplifica nel silenzio e nell’intimità di un piccolo gruppo.
Essere in tre, io, la memoria storica di Renato e l’occhio tecnico di Claudio, è forse la “formazione perfetta” per il fototrappolaggio.
In tanti si tende a chiacchierare, creando un muro sonoro che isola dalla natura. In tre, le parole si riducono all’essenziale: si comunica a bassa voce, a gesti.
È così che si comincia a sentire il vero respiro del Bosco di Santo Pietro: lo scricchiolio dei rami, il richiamo di una ghiandaia, il vento tra le querce.
Per il fototrappolaggio, l’invisibilità è tutto. Tre persone lasciano una traccia olfattiva, sonora e visiva minima.
Non si mette in allarme la foresta, si calpesta meno il terreno, si preservano intatte le piste degli animali. Si entra nel bosco come ospiti discreti, non come invasori.
In un piccolo gruppo la condivisione è diretta. Non c’è la distanza delle visite guidate affollate.
Quando Renato mostra come la macchia stia riconquistando una zona bruciata, o Claudio indica il punto esatto in cui un istrice ha scavato, si assiste a un passaggio di conoscenze che avviene da amico ad amico.
Quando si è in pochi, il ritmo della camminata si slega dall’orologio e si adegua a quello della natura.
C’è il tempo di fermarsi, di ragionare sull’angolazione di un raggio di sole per non accecare la fototrappola, di respirare il profumo della terra umida senza che nessuno metta fretta.
In tre, smettiamo di essere semplici visitatori e diventiamo, per qualche ora, parte integrante dell’ecosistema.
È una dimensione in cui l’osservazione si trasforma in appartenenza e dove ogni passo, silenzioso e consapevole, diventa un piccolo atto di cura per un bosco che ha ancora molto da dirci.
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