Eolie, isole figlie dei mitici eroi omerici

Eolie: emerso dal fondo del Tirreno sulla spinta di forze ancestrali, l’arco delle Eolie rappresenta un caso unico nel Mediterraneo di arcipelago vulcanico tuttora in attività, meta privilegiata non solo per i turisti, ma anche per chi vuole conoscere i segreti nascosti delle profondità della terra

21 maggio 2020 - 10:03

Sette sorelle nate dalle viscere della madre terra grazie alla forza primigenia del Fuoco. Nove coni di lava che si levano in alto per più di mille metri nel Mediterraneo, subito innanzi la costa nord-orientale della Sicilia, a formare uno degli arcipelaghi vulcanici più belli del mondo.

Stessa stirpe per caratteri differenti: selvagge e deserte le due più lontane, Filicudi e Alicudi, più dolci e abitate Lipari e Panarea, schiva e solitaria Salina, sempre vive Vulcano e Stromboli, le sole bocche di fuoco che ancora sputano lava.

Le Eolie sono le isole dei contrasti: scure, come le rocce laviche che ne compongono le coste ed i versanti, verdi per la vegetazione mediterranea che trae linfa dalla fertile terra vulcanica, luminose come solo certi cieli del sud sanno essere.

Accoglienti eppure solitarie, soprattutto in inverno, quando il mare ed il vento, gelosi del loro possesso, le rendono spesso inaccessibili.

Da millenni custodi di miti antichi, storie di dei ed eroi, ma anche storie vere, perse nella notte dei tempi, che gli isolani innamorati della loro terra ti raccontano con gli occhi dei bambini, e che non potrai mai scordare.

Allora mentre ascolti del dio dei Venti e dell’irascibile Vulcano, forgiatore delle armi di Giove, ti capita di ricordarti di Mario, il postino, che nell’ultimo e più poetico film di Massimo Troisi, si fermava sulla sabbia di Salina ad ascoltare altri versi, altri incanti: le poesie d’amore di Neruda.

 

Eolo, dio del vento

 

Eolo, dio del vento Vento… un soffio che accarezza la pelle e reca con sé la magia e le voci di millenni di storia. Si insinua fra le fronde degli alberi, mirti, oleandri e agave, ne rapisce i profumi e fugge via con il suo prezioso bottino, verso un’altra isola, un’altra spiaggia.

A volte si diverte a rincorrersi in cerchio e forma piccoli mulinelli d’aria calda che risucchiano in alto, nel cielo turchese, petali di orchidee, corbezzoli e ginestre, per poi improvvisamente lasciarli cadere a terra: una variopinta pioggia di fiori degna dei campi dell’Olimpo, dimora degli dei.

Al vento sono affidate le parole di Odisseo che fa abitate da Eolo, dio dei venti, queste isole incantevoli. Dalle sue otri di cuoio escono Zefiro, vento primaverile, Scirocco, soffio africano, Tramontana che spazza via le nuvole e agita il mare.

Il vento si è poi unito all’acqua divertendosi a giocare con le rocce, creando nel corso dei secoli, trafori preziosi come merletti, grotte, anfratti e insenature pittoresche che si stagliano nel mare come tanti tesori inattesi.

Altre volte sembra che il Dio abbia modellato gli scogli a suo piacere per creare le mura di una sua fortezza naturale: alti faraglioni di pietra nera che racchiudono giardini variopinti, capaci di regalare doni preziosi, il fico, il mandorlo, il susino, il carrubo, il ficodindia.

Un mare accogliente

 

Il mare delle Eolie cambia più volte colore; infinite tonalità di blu, azzurro e verde, fino a farsi cristallino a riva. Nelle baie l’acqua è subito profonda ed incredibilmente calda, grazie ai vapori emanati dalle viscere della terra.

Regala la piacevole sensazione di entrare in un mare tiepido, che ribolle incessantemente, come se l’opera della Creazione fosse ancora in atto, nell’eterno divenire che caratterizza la natura di queste isole.

Il soffio della brezza non cala mai, è tuo complice ovunque: ti accompagna in spiaggia ad osservare i tramonti, dove ti invita a restare per guardare le notti stellate. Di giorno ti stuzzica con i profumi di sapori meravigliosi, di specialità di pesce, di cous cous mediterraneano-arabo, di malvasia bianca e dolce, di uva e di capperi salati, di miele e di vaniglia racchiusi nei nacatuli isolani…

Malvasia, l’ambrosia dell’Olimpo

 

Le Eolie, e soprattutto Salina, sono la patria del Malvasia delle Lipari, già chiamato da Diodoro Siculo il “nettare degli dei”. Un bianco passito delizioso, ottenuto mediante l’essiccazione e la successiva pigiatura delle uve rotonde che maturano al sole dei vigneti isolani.

Un vino antico, nato da uve importate dai mitici eroi omerici sbarcati su queste coste, se non addirittura dai pirati fenici, che conserva ancora intatta la memoria dell’antica civiltà mediterranea. Sorseggiarlo, accompagnato da formaggi fini, dolci alla crema, o lessi (come consigliano gli esperti) significa riscoprire brani di quel passato lontano, intriso di mare trasparente e spiagge assolate.

“Vino dei vulcani, denso, zuccherato, dorato e con un tale sapore di zolfo che vi rimane al palato fino a sera: il vino del diavolo”, come lo definì acutamente Guy de Maupassant. La malvasia delle Lipari deve, infatti, la fine persistenza dei suoi componenti aromatici, proprio ai terreni vulcanici eoliani, ricchi di minerali e zolfo.

Il recupero di questo millenario elisir d’amore si deve ad una giovane azienda vinicola fondata da un commercialista bresciano, di origine boema, il cav. Giona Hauner, che si è perdutamente innamorato di Salina, come già accade al padre Carlo, pittore, trasferitosi alle Eolie negli anni ’70.

Doc dal 1974, la Malvasia delle Lipari è composta per il 95% dalla varietà autoctona, introdotta dai Greci nel IV secolo a.C., e per il 5 % da Corinto Nero. Un vino aromatico, dal profumo pieno, con note di pesca gialla, fiore di ginestra, miele di tiglio, cannella e vaniglia. Sapori dolci e tuttavia mai leziosi, che sembrano accordarsi anche al suono soave del suo nome… malvasia.

La leggenda narra che al tempo della dominazione araba, un povero contadino del posto, intento a portare un’anfora di vino moscato, fu fermato dal tirannico governatore dell’isola.

Per nascondergli il prezioso liquido l’uomo invocò Cristo affinché trasformasse il vino in malva: “malva sia”. La preghiera fu ascoltata e un’espressione di disgusto segnò il volto del tiranno mentre beveva il contenuto dell’anfora estorta a forza.

Vulcano, dio del Fuoco

 

Un bagliore rosso: fumo, cenere, lapilli. La terra si scuote, come un gigante inquieto, sbuffa, brontola, finché lunghe e sinuose lingue di lava non iniziano a scendere i fianchi dell’officina sotterranea dove Vulcano, divino fabbro del fuoco, soffia il suo alito rovente. I vulcani hanno da sempre intimorito, meravigliato e scatenato le fantasie dei popoli.

I tremori dei terremoti, il fumo, le ceneri, il fuoco e la roccia fusa danno voce all’anima tormentata della Terra. Un vulcano attivo è una porta aperta verso il centro del nostro mondo, sulle forze primordiali che lo hanno plasmato e che continuano incessanti a modificarlo.

La forma arcuata dell’arcipelago delle Eolie è simile a quella di ben più grandi “archi” vulcanici del Giappone, della Sonda e delle Antille. Come questi si è formato in seguito ad uno scontro tra crosta oceanica e continentale, quando le rocce in profondità fondono parzialmente, generando i magmi vulcanici.

I vulcani più antichi sono Panarea, Lipari, Filicudi e Alicudi. A Salina, Alicudi, e Filicudi l’attività endogena è completamente scomparsa, mentre a Panarea e a Lipari permangono fumarole e sorgenti termali. Solo Stromboli e Vulcano sono ancora attivi.

L’isola che porta il nome del dio del fuoco, era già Hierà (sacra) per i Greci, che ne temevano le ire improvvise. Omero la descrive circondata da “un muro di bronzo infrangibile” a causa delle alte scogliere che ne definiscono il perimetro.

Tre sono le bocche di fuoco per un unico vulcano: un primo camino spento dall’epoca preistorica, un secondo quiescente dal 183 a.C., solo il terzo è ancora attivo. Per i vulcanologi si trova in una fase fumarologica, ovvero sbuffa quotidianamente alti vapori di zolfo.

Stromboli, invece, ha un’attività eruttiva ininterrotta da almeno due millenni. Dai tempi della sua emersione dalle acque del Tirreno, l’isola ha vissuto una lunga storia di violente esplosioni e di tranquille ma inarrestabili colate laviche, di rovinosi crolli e di vigorose e rapide ricostruzioni.

 

L’itinerario

Un semplice sentiero percorribile in ogni stagione, consente di immergersi nella natura di un’isola affascinante, raccontata dai poeti e ritenuta casa di divinità, il tutto all’ombra del misterioso vulcano.

 

L’eco della Grecia e tradizioni autentiche

Si vedono già da lontano le temibili Formiche, che causarono numerosi e tragici naufragi nell’antichità. Le imbarcazioni commerciali che, sorprese da fortunali, tentavano di mettersi al riparo vicino alle coste delle isole, trovavano sulla loro rotta isolotti e scogli poco affioranti (al largo di Panarea, tra Lipari e Stromboli), punti insidiosi dove era facile scomparire tra i flutti.

Lipari accoglieva così i suoi visitatori, perché solo i migliori naviganti sapevano guadagnarsi l’approdo alle sue coste, acquisendo così il diritto di salire sulla collina e raggiungere l’antica acropoli greca (IV sec. a.C.), poi cittadella fortificata cinta da mura nel 1200.

Qui, all’interno del Castello, è possibile visitare il Museo Archeologico Nazionale Eoliano, fondato nel 1950 dal prof. Luigi Bernabò-Brea e della sua collaboratrice Madeleine Cavalier, instancabili studiosi che hanno portato alla luce centinaia di reperti archeologici in tutto l’arcipelago eoliano: preziose testimonianze di millenni di storia, frutto di pazienti scavi.

Particolarmente affascinanti le sezioni dedicate all’archeologia marina ed alla vulcanologia. Euonymos, colei che sta a sinistra, (delle navi che da Lipari si dirigevano in Sicilia), è il nome che i Greci diedero a Panarea, la più piccola delle isole Eolie. Già abitata in epoche remote, come dimostrano i resti di un villaggio preistorico scoperti nei pressi di Punta Milazzese, sopra la bella baia di Cala Junco.

La superficie terrestre che oggi emerge dal mare è solo una piccola parte della primitiva isola di Panarea, sprofondata in seguito ad una violenta eruzione vulcanica, che ha poi formato una serie di isolotti (Basiluzzo, Dattilo, Bottaro, Lisca bianca, Lisca nera, i Panarelli e le Formiche) staccati tra loro, ma uniti sotto la profondità del mare a formare un piccolo arcipelago.

 

I padroni del mare

Faraglioni e onde, coste sabbiose e tratti di mare profondo, la popolazione delle Eolie non può che appartenere alla stirpe marinara, come già avevano scritto Pausania ed Antioco. Nonostante le vicissitudini della storia ed i cambiamenti imposti dal mondo moderno, questa identità è sopravvissuta nei costumi e nelle tradizioni.

Marinai da sempre, gli eoliani nell’Ottocento guidavano grosse barche che esportavano i prodotti delle loro isole (Malvasia e capperi) in tutto il Mediterraneo, spingendosi a nord fino in Liguria e a sud, lungo la costa Africana.

La loro fama echeggiava ovunque, tanto che armatori e comandanti erano soprannominati “padroni del mare”. In seguito all’epidemia di Filossera, che alla fine del XIX secolo causò la distruzione dei vigneti e il successivo abbandono in massa dei campi, gli eoliani si tramutarono in pescatori, anche se in molti furono costretti a scegliere la difficile via dell’emigrazione.

Oggi, sui moli e sulle banchine lavorano nuove generazioni di pescatori, che, oltre a raccogliere l’ottimo pesce fresco, tramutato in squisiti piatti dalla gastronomia locale, hanno deciso di mettere la loro secolare esperienza in mare al servizio dei turisti.

Ospitali e sempre cortesi, diventano straordinarie guide per affascinanti escursioni. I volti dorati dal sole, amano la loro terra e la sanno raccontare con le parole e l’orgoglio di chi da sempre custodisce segreti lontani dal resto del mondo.

A Salina, lasciatevi accompagnare nelle sale del Museo Etnoantropologico di Lingua. Scoprirete un mondo fatto di antiche anfore in pietra pozzolana per filtrare l’acqua marina, strumenti marinareschi, reperti e cimeli del passato.

La nostalgia e il ricordo condurranno poi i passi della vostra guida al Museo dell’Emigrazione Eoliana, a Malfa, dedicato a chi scelse la via delle Americhe o dell’Australia, senza tuttavia dimenticare le proprie radici.

 

Come si diventa poeti

“Come si diventa poeti?”. “Prova a camminare sulla riva fino alla baia, guardando intorno a te”. Così rispondeva Pablo Neruda a Mario Ruoppolo, il Postino che voleva imparare dal poeta cileno l’arte di scrivere versi d’amore; sospiri e tremiti tramutati in parole e frasi, per conquistare il cuore di una donna.

Lettere in cambio di poesia, questo il commovente baratto suggerito al genio cinematografico di Massimo Troisi dal romanzo di Antonio Skármeta, “Ardiente Paciencia”. Versi languidi e sensuali, a volte audaci, sussurrati in riva alla spiaggia, affidati alle onde placide che battono sulla costa di Pollara, angolo incantato dell’isola di Salina.

La più schiva delle isole Eolie, ma anche la più sensuale: i greci la chiamavano Didyme, dal greco gemelli, per via del doppio profilo all’orizzonte dei suoi due vulcani gemelli, che ricordano le forme piene di un seno femminile.

Una Mater Terra fertile e accogliente; un’isola verde, ricca d’acqua dolce e di foreste, castagni, pioppi ed altre specie dal profumo mediterraneo.

Fra tutti gli angoli nascosti dell’isola, Pollara è davvero il nascondiglio più intimo e segreto, dove raccogliere le confessioni e le speranze di un amore. Una striscia di sabbia circondata da un arco di alte pareti bianche, parte visibile di un cratere sommerso, centro pulsante di vita e creazione, il cui nucleo si trova a pochi metri di profondità nel bel mezzo della baia.

Nell’altra metà del cratere sorgono le case variopinte dei pescatori. Oltre ai colori, ai profumi misti al sentore di salsedine, sono i suoni a rendere Salina riconoscibile per sempre. Il fragore del mare, il fruscio del vento, le frasi appena mozzicate dei vecchi lupi di mare, gli sbuffi delle fumarole…

Ecco perché Mario registra tutti i suoni dell’isola per il Maestro lontano, per far rivivere a Neruda tutti i momenti vissuti assieme, e per dimostragli di aver appreso la lezione. La bellezza genera bellezza, l’amore si nutre dell’armonia della natura: nel fondersi delle acque nelle rocce, nel ribollire del magma sotto la crosta terrestre, nel soffio delle fumarole.

Testo di Stefania Peddis

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