Chi cammina quasi sempre da solo, difficilmente si accorge delle proprie cattive abitudini.
Anzi, spesso dà per scontato che tutti facciano come lui.
Le guide escursionistiche non hanno questo lusso: passano l’anno con persone sempre diverse e devono essere efficienti a ogni passo.
Migliaia di chilometri percorsi le hanno costrette a limare ogni dettaglio. E dalla loro posizione hanno una visione privilegiata degli errori che molti escursionisti commettono senza nemmeno saperlo.
Per metterli in fila, la giornalista americana Corey Buhay ha interpellato tre guide con esperienze ai quattro angoli del mondo.
Ne è uscito un elenco di 13 abitudini sbagliate, ognuna con il consiglio per correggerla.
Valgono per un trekking di più giorni come per un’escursione giornaliera: chiunque si metta uno zaino in spalla può ritrovarsi in questa condizione.
Le guide intervistate sono Samantha Cooke che da dieci anni lavora dal Grand Canyon alla Death Valley fino alle Montagne Rocciose del Colorado.
Anna LaSusa, che ha accompagnato gruppi dall’Alaska fino all’Antartide. Kel Rossiter, titolare di Adventure Spirit Guides, che in 25 anni di attività ha guidato escursionisti e alpinisti dal Vermont alle Alpi francesi.
“Il trekking di più giorni non è economico”, spiega Samantha Cooke.
“Le persone vogliono provarlo, ma non vogliono davvero investirci”. Così si presentano con attrezzatura di fascia bassissima e si aspettano che siano resistenti e dalle performance elevate.
Su qualcosa si può risparmiare: alcune attrezzature economiche, non di grandi marche, hanno comunque buona qualità, ma ci sono cose su cui non scendere a compromessi.
La guida ha tracciato una linea netta sugli elementi essenziali come scarpe, giacche e zaino.
Sulle attrezzature fondamentali meglio non scendere a compromessi, se si vuole risparmiare meglio farlo su gadget secondari.
“Alcune persone portano tantissime cose perché sono preoccupate di ciò che potrebbe servire”, osserva Anna LaSusa.
Un telo pesa una cinquantina di grammi, un tagliaunghie una quindicina, ma tutto si somma. Un vecchio detto riassume bene il concetto: i grammi diventano chili e i chili diventano fatica.
“Informatevi su cosa vi serve davvero, leggete una lista dell’equipaggiamento e ascoltate la guida quando vi dice che non servono due coltellini multiuso”, consiglia LaSusa. “Insomma, cosa volete farci, costruire un aeroplano?”.
A volte la vita si mette di traverso e la palestra salta.
Ma se un viaggio è importante, conviene fare il possibile per arrivarci fisicamente pronti.
“Potreste riuscire ad arrivare in vetta anche con una buona forma di base, ma è meglio allenarsi almeno un po’ prima”, dice LaSusa.
Se possibile, meglio trovare un compagno di allenamento o rivolgersi a un personal trainer che aiuti a mantenere la costanza e ad allenare i muscoli più sollecitati durante il trekking.
Più ci si sente forti, più si riesce a godere del viaggio.
“Tantissimi trekker corrono per le strade della città o si allenano in palestra, sui tapis roulant, dove ogni passo che fanno è regolare, livellato, piatto”, racconta Kel Rossiter.
Gli capita spesso di vedere clienti in ottima forma fisica che vanno in difficoltà appena il terreno diventa irregolare e iniziano i dislivelli.
Allenarsi per il trekking – Foto Getty Images
“Bisogna allenare i piccoli muscoli e la propriocezione, quegli aspetti dell’equilibrio che il terreno piatto non può darti”, spiega.
La soluzione è lasciare le strade di città o le palestre e andare sui sentieri.
Chi vive in città può correre sui prati, sugli sterrati e nei parchi ogni volta che può: tutto ciò che rinforza le caviglie e mette alla prova l’equilibrio è utile.
_ Leggi l’articolo su come allenarsi per il trekking
LaSusa vede spesso clienti che si presentano alla partenza con un paio di scarpe tirate fuori dalla scatola il giorno prima.
Si possono certo rodare camminando sul sentiero, ma di solito è la ricetta perfetta per avere dolore ai piedi e fastidiose vesciche.
Sempre meglio provare le nuove scarpe in uscite brevi, magari vicino a casa o in uno spostamento quotidiano, prima di affrontare chilometri di sentieri e salite.
Cooke vede spesso escursionisti colti alla sprovvista dal cambio di fondo di un itinerario o da condizioni meteo avverse: in quel momento si rendono conto che il loro equipaggiamento abituale non è all’altezza.
Alcune scarpe sono pensate per determinati tipi di fondo, alcune giacche si proteggono da freddo e pioggia meglio di altre e i sacchi a pelo sono tarati su intervalli di temperatura molto precisi.
Il consiglio è informarsi prima sulle caratteristiche del percorso e soprattutto consultare le previsione metereologiche, seguire la lista dell’equipaggiamento indicata dalla guida e chiederle suggerimenti in caso di dubbi.
E al prossimo acquisto?
“Pensate a cosa potrebbe funzionare in ambienti diversi”, suggerisce Cooke. “Così non dovrete ricomprare tutto ogni volta che andate in un posto nuovo”.
“Nel mondo outdoor credo che si sopravvaluti l’importanza dello stile, quello che conta è l’utilità e la perfomance delle attrezzature”, dice Rossiter. “Però penso che il modo in cui prepari lo zaino dica molto di te”.
Nei trekking di più giorni fare e disfare lo zaino è una parte importante della giornata. Più i propri sistemi e le proprie routine sono ordinati ed essenziali, più il cammino scorre liscio.
Per questo Rossiter consiglia di preparare lo zaino a casa in anticipo, con due obiettivi: trovare una strategia di carico efficiente e verificare che tutto ci stia dentro.
Con oggetti appesi all’esterno è molto più facile impigliarsi nei rami o perdere qualcosa lungo il percorso.
_ Leggi l’articolo dedicato a come preparare lo zaino per un trekking
Chi decide di acquistare un’attrezzatura nuova e costosa prima di un viaggio dovrebbe prendersi il tempo di imparare a usarla.
Di recente Cooke ha dovuto aiutare un cliente a capire come funzionasse il suo nuovo fornello direttamente sul campo.
E Rossiter ha perso il conto delle volte in cui ha dovuto ricordare a qualcuno di mettere ghette e ramponi sul piede giusto.
La guida di solito aiuta volentieri, ma è meglio per tutti fare una prova generale a casa e arrivare sapendo usare il proprio materiale.
Cooke lavora soprattutto in ambienti desertici e caldi, e si stupisce ogni volta che qualcuno rifiuta una pausa per bere perché “a casa non beve molto”.
Il sentiero, però, non è casa. Con il clima secco si perde più acqua attraverso la respirazione rispetto a quando l’umidità è alta.
Con lo zaino in spalla la schiena probabilmente suda, anche se non ce ne si accorge. E se ci si muove più del solito, serve anche più cibo.
In generale, quando siamo sul sentiero, non bisogna aspettare di avere sete per bere. Ma bisognerebbe integrare i liquidi ogni ora per evitare la disidratazione.
Quindi, se la guida suggerisce di mangiare o bere, conviene farlo.
E se serve un promemoria orario per uno spuntino o un sorso d’acqua, basta impostare una sveglia sull’orologio e rispettarla con disciplina.
Guidando gruppi in Alaska, LaSusa ha notato un comportamento preoccupante.
Invece di infilare i guanti, chiudere il piumino durante le soste o tirare fuori il guscio con il vento forte, molti escursionisti cercano di ignorare i brividi e di stringere i denti.
“Spesso le persone non si coprono quando hanno freddo”, dice. Ma una volta che in un ambiente freddo si comincia a perdere calore, recuperarlo è difficile. E possono arrivare ipotermia e principi di congelamento.
Appena si comincia a sentire freddo, bisogna fermarsi e aggiungere uno strato.
Ed è utile anche bere e mangiare qualcosa: con il freddo entrambe le cose costano fatica, spiega LaSusa, ma aiutano moltissimo a regolare la temperatura corporea.
“Non sono un fisiologo dello sport, ma mi lascia sbalordito quante persone si presentino a una salita in montagna con un sacchetto di carne essiccata convinte che le porterà in cima”, racconta Rossiter.
Le proteine sono importanti per il recupero, ma sono difficili da digerire e sono un carburante poco efficace per gli sforzi di resistenza.
Lungo il sentiero meglio puntare su carboidrati e grassi, e lasciare le proteine per la sera.
È una scena che tutti conoscono. Luca si ferma perché ha bisogno di bere. Sara lo vede fermo e decide che è il momento giusto per andare in bagno.
Appena Sara torna, Paolo decide di posare lo zaino e togliersi la giacca. A quel punto Luca ha fame e comincia a frugare nella tasca superiore dello zaino in cerca di uno snack. E senza accorgersene sono passati trenta minuti.
Rossiter e LaSusa consigliano di partire con una strategia: stabilire in anticipo i punti di sosta, oppure fermarsi ogni ora allo scoccare dell’ora. Una volta in pausa, si imposta un timer di dieci minuti.
“Do a tutti un preavviso di due minuti, ma quando i dieci minuti sono finiti si riparte”, spiega Rossiter. Così il gruppo si muove in modo efficiente e arriva alla fine del sentiero in orario.
Questo è particolarmente importante in autunno e inverno, quando le giornate si accorciano e si rischia di farsi sorprendere dal buio sul sentiero.
“Se avete terra nella calza o un sassolino nella scarpa”, dice Cooke. “Fermatevi!”.
Le piccole correzioni richiedono pochi secondi e possono migliorare radicalmente il comfort in movimento. Eppure moltissimi escursionisti si vergognano di farle.
Stringere i lacci degli scarponi, accorciare i bastoncini prima di una salita impegnativa, proteggere un punto di sfregamento prima che diventi una vescica: sono gesti del tutto legittimi.
“Liberatevi di quella sensazione del tipo ‘Oddio, sto facendo perdere un sacco di tempo’”, conclude Cooke.
“Non importa a nessuno. Adesso siamo una squadra e viaggiamo insieme come gruppo. Ci vuole quel che ci vuole. E poi probabilmente siamo in un posto bellissimo: è il luogo perfetto per allacciarsi una scarpa”.
_ Leggi gli altri nostri articoli con consigli sul trekking e l’outdoor
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