Una caviglia che cede, una vescica che brucia a ogni passo, un taglio quando la meta è ancora lontana.
Ogni escursionista con un po’ di esperienza ha vissuto almeno uno di questi momenti.
Il trekking e i viaggi nella natura ci coinvolgono anche per il senso di sfida che li accompagna, ma il rischio di un incidente fa sempre parte del gioco.
Sapere cosa può andare storto è già una forma di sicurezza.
Ecco i 10 problemi più comuni di chi fa escursioni e frequenta ambienti outdoor: come prevenirli, anche con la giusta attrezzatura, e come affrontarli per il tempo necessario a rivolgersi a una struttura sanitaria.
Gli stiramenti colpiscono i muscoli, le distorsioni coinvolgono legamenti e tendini.
Per chi cammina, le parti più a rischio sono caviglie e ginocchia.
La distorsione è spesso la conseguenza di un movimento innaturale: l’articolazione viene portata oltre il proprio range di movimento, con la lesione o la rottura di muscoli, legamenti e tendini che la compongono.
Nella maggior parte dei casi interessa la parte esterna della caviglia e provoca dolore e gonfiore immediati.
Nei casi più lievi questi infortuni passano dopo un periodo di riposo, trattando la zona con prodotti specifici. Nei casi più gravi può essere necessario un percorso di riabilitazione.
Come prevenirli: la cosa migliore è rinforzare le articolazioni con esercizi in palestra mirati al potenziamento della muscolatura. È importante anche dedicarsi al riscaldamento e agli allungamenti prima di iniziare un trekking.
Conta molto l’attrezzatura, perché tra le principali cause di infortuni ai legamenti ci sono le calzature inadeguate.
Scarponi da trekking alti, con una struttura rinforzata che fascia la caviglia, aiutano a evitare una storta o a ridurne le conseguenze.
Come trattarli: l’obiettivo principale è ridurre il gonfiore.
Si può immergere la parte interessata in un ruscello o in un lago freddo, usare neve compatta avvolta in un indumento oppure applicare un panno fresco e umido per mitigare l’infiammazione.
Si avvolge poi la caviglia con un bendaggio elastico e si massaggiano delicatamente le lesioni muscolari.
Una volta a casa, si solleva l’arto sopra l’altezza del cuore: circa 20 minuti per un caso lieve, tutta la notte per un caso grave.
Il mal di pancia durante un’escursione può essere il sintomo di disturbi molto diversi tra loro, dalla semplice aria a un’infezione gastrointestinale fino ai calcoli renali. Per questo la diagnosi sul campo è difficile.
Nello zaino possono essere utili dei calmanti per questo tipo di dolori e un termometro per controllare la febbre.
Dolori addominali – Foto Getty Images
Come trattarlo: per alleviare i sintomi si può assumere per alcuni minuti una posizione fetale, che aiuta a rilassare i muscoli addominali, quanto basta per raggiungere la meta o tornare indietro.
È consigliato tenersi idratati, bevendo molti liquidi, ed evitare cibi pesanti ed elaborati.
In alcuni casi conviene abbandonare immediatamente il trekking: quando il dolore è localizzato e persiste da più di 12 ore, quando coincide con febbre o con sangue nelle urine, nelle feci o nel vomito, quando potrebbe essere correlato a gravidanza o lesioni interne.
Lo stesso vale se si intensifica con il movimento, se l’addome risulta rigido o doloroso al tatto e se il dolore non scompare entro 24 ore.
La maggior parte delle reazioni allergiche è la conseguenza di allergie preesistenti o del contatto con piante velenose.
Come prevenirle: può essere molto utile imparare a identificare le piante pericolose del territorio che si attraversa.
Pantaloni lunghi e braccia coperte, in particolare quando si cammina nel sottobosco, proteggono da contatti indesiderati.
Come trattarle: è consigliato lavare immediatamente la parte interessata. L’olio urticante presente nell’edera velenosa, nella quercia velenosa e nel sommacco velenoso, per esempio, impiega 10 minuti per legarsi alla pelle.
Bisogna evitare di grattarsi, perché può causare infezioni.
Soprattutto durante i trekking di più giorni, la causa principale di questi sintomi è una cattiva abitudine nel lavaggio delle mani e delle stoviglie.
Sono situazioni abbastanza frequenti, ed è importante arricchire il kit di pronto soccorso con farmaci antinausea, antivomito e per bloccare la diarrea, come l’Imodium. Sono utili anche un termometro e del paracetamolo.
Come prevenirli: l’igiene è la regola base.
Le stoviglie nello zaino, quindi coltelli, forchette e piatti, vanno sempre lavate con acqua calda e sapone oppure con un igienizzante.
A ogni sosta per mangiare ci si lava le mani con un igienizzante, facendo attenzione a tutte le superfici, comprese le unghie.
Come trattarli: è opportuno rimanere idratati e mangiare solo cibo asciutto, come cracker e pane. Solitamente i sintomi passano in 24/48 ore.
Il raffreddamento delle estremità, come mani e piedi, insieme allo scarso afflusso di sangue può portare al congelamento: un danno alla pelle e ai tessuti molli causato dall’esposizione a temperature inferiori allo zero, per mancanza di ossigenazione e calore.
Può colpire qualsiasi parte del corpo, ma le estremità sono le più esposte.
Congelamento e ipotermia hanno diversi livelli, in base all’intensità del freddo e alla durata dell’esposizione.
Nei casi più gravi, con una carenza prolungata di ossigeno per mancanza di flusso sanguigno nel tessuto, il danno può essere permanente.
L’ipotermia si verifica invece quando il corpo, a causa del freddo esterno, non riesce a mantenere la temperatura intorno ai 37°C e scende sotto i 35°C.
Rischio ipotermia inverno – Foto Getty Images
È caratterizzata dal rallentamento della circolazione del sangue, provocato dall’organismo per evitare la dispersione di calore.
Come prevenirli: la preparazione è essenziale.
L’outdoor invernale va affrontato con le giuste attrezzature tecniche: abbigliamento termico, giacca da montagna, guanti, pantaloni da trekking e scarponi invernali.
Prima di mettersi in cammino è importante controllare le previsioni meteorologiche, per non farsi sorprendere da bufere di neve.
Come trattarli: in caso di ipotermia la prima cosa da fare è ripristinare la temperatura corporea, per evitare danni agli organi vitali e la comparsa degli effetti del congelamento.
Può essere sufficiente andare in un ambiente riscaldato e riparato da vento e umidità, sostituire gli indumenti freddi o bagnati e riscaldare il corpo, con panni caldi o acqua tiepida, senza esporlo a temperature superiori a 37°C.
È consigliabile idratare l’organismo con bevande tiepide.
In caso di congelamento, in generale, più a lungo la zona rimane congelata e più grave sarà il danno finale.
Il trattamento, in ospedale o fuori, consiste principalmente nel riscaldamento dell’area interessata e nella cura delle parti lesionate.
Le vesciche sono una reazione di autodifesa della pelle.
Quando viene sottoposta a uno sfregamento prolungato che potrebbe danneggiarla, la pelle produce un accumulo di fluidi nella zona soggetta all’attrito.
Come prevenirle: la prima cosa da fare è ridurre al minimo i punti di sfregamento tra piede e calzatura, per questo la scelta di scarpa e calza è fondamentale.
Prima di affrontare lunghi itinerari è sempre meglio fare un periodo di rodaggio con la scarpa da trekking.
Coprire la vescica – Foto Getty Images
Il piede va tenuto sempre asciutto, quindi vale la pena avere con sé calze di ricambio. È importante anche intervenire sui punti di frizione, magari con cerotti protettivi.
Come trattarle: la cosa migliore sarebbe lasciare che la vescica faccia il suo decorso naturale, riassorbendosi gradualmente. Quando però impedisce di camminare, si può procedere con l’incisione.
È una procedura da fare con attenzione e cura.
Una volta bucata, la pelle espone gli strati più interni e delicati ad agenti patogeni e al rischio di infezioni, che possono avere complicazioni spiacevoli e pericolose.
L’operazione va quindi condotta con strumenti sterili e la ferita va subito disinfettata e coperta, magari applicando prima una crema antibiotica.
Le vesciche più piccole si possono trattare anche con un apposito cerotto curativo, che aiuta il naturale riassorbimento.
Per questo tipo di infortuni servono nel kit di pronto soccorso bende, una garza e un unguento antibiotico.
Come prevenirli: anche qui si parte dall’abbigliamento.
Pantaloni e giacche da trekking sono dotati di protezioni che difendono il corpo in caso di cadute e di contatto con rocce e arbusti.
Come trattarli: la prima cosa da fare è sciacquare la ferita e disinfettarla, usando acqua o soluzione salina e successivamente acqua ossigenata.
Se c’è una perdita di sangue, dopo aver pulito la ferita bisogna coprirla con una garza e applicare una pressione decisa.
Se la garza si impregna di sangue, se ne aggiunge un’altra sopra. Quando l’emorragia si interrompe, si benda per tenere la garza in posizione.
Per trattarle è fondamentale avere nel kit di pronto soccorso bende, una garza, un disinfettante e un unguento antibiotico per ustioni.
Come prevenirle: le ustioni sono più frequenti nei trekking di più giorni, quando si dorme all’aria aperta e magari si cucina la cena con un fornelletto da campo o su un piccolo fuoco.
La regola aurea è l’attenzione: spesso la stanchezza di una giornata di cammino ci porta ad affrontare queste incombenze con superficialità.
Come trattarle: bisogna far raffreddare l’ustione con acqua fredda per 10 minuti, pulire la superficie, applicare un unguento antibiotico per ustioni e avvolgere con una garza.
Le ustioni sono rischiose perché la pelle ferita può essere aggredita da patogeni che provocano una grave infezione.
Se la ferita presenta piccole linee rosse che si allontanano dall’area ustionata e il dolore è forte e persistente, conviene lasciare immediatamente il trekking e rivolgersi a un ospedale.
Se durante il trekking insorgono sintomi influenzali, è importante avere nel kit di pronto soccorso ibuprofene o paracetamolo, sciroppo per la tosse e un termometro.
Come prevenire il contagio: qui le precauzioni riguardano soprattutto i compagni di escursione.
Per non contagiarli è importante lavarsi spesso le mani, coprirsi la bocca quando si tossisce, non usare le stesse attrezzature e mantenere le distanze.
Come intervenire: conviene interrompere il trekking, specie se la febbre supera i 38°C e ci sono sintomi respiratori.
Le fratture più comuni durante il trekking riguardano gambe, caviglie e polsi, e di solito sono la conseguenza di cadute.
I sintomi sono simili a quelli di distorsioni e stiramenti, ma più gravi.
Sono frequenti anche le lussazioni, che di solito colpiscono la spalla e provocano un dolore immediato e un raggio di movimento limitato. Per questi infortuni è utile avere nel kit di pronto soccorso una stecca e una benda elastica.
Come prevenirle: è importante migliorare la stabilità della camminata, con bastoncini da trekking, scarpe tecniche da outdoor e la giusta preparazione fisica.
Per evitare cadute conta anche la preparazione dello zaino: il peso deve essere ben bilanciato e non devono esserci oggetti appesi o sporgenti che possano impigliarsi durante il cammino.
Come trattarle: la prima cosa da fare è immobilizzare la parte ed evitare ogni manipolazione, quindi non bisogna cercare di rimettere a posto una lussazione.
Per un infortunio di questo tipo alla gamba, a meno che non ci si trovi in prossimità dell’arrivo, è necessario richiedere l’intervento dei soccorsi per lasciare il sentiero ed essere portati in ospedale.
Scorrendo questi dieci casi, un dato salta all’occhio: buona parte della sicurezza si costruisce prima di partire, nella scelta delle calzature, nello zaino ben bilanciato, nelle previsioni controllate, nel kit di pronto soccorso.
Il resto è attenzione, soprattutto quando la stanchezza si fa sentire.
Conoscere i propri limiti e riconoscere il momento in cui tornare indietro non toglie nulla alla sfida: è ciò che permette di rimettersi in cammino la volta dopo.
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